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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Breve storia dei mezzi subacquei – parte III

Reading Time: 6 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: sommergibili, sottomarini, batiscafi
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Impiego dei mezzi subacquei in campo civile
In questa carrellata sulle tipologie dei mezzi subacquei vanno menzionati quelli che furono (e sono tutt’oggi) impiegati in molti settori della vita civile. Il loro sviluppo è stato esponenziale e si è assistito, in campo civile, un impiego molto più ampio dei mezzi subacquei arrivando a soluzioni, come con gli UUV, che non necessitano la presenza fisica dell’Uomo per la loro guida.  Ma andiamo per ordine.

download (1)Storicamente vanno menzionati i Batiscafi o Batisfere, sommergibili studiati per poter immergersi a grandi profondità ma con limitate capacità di movimento. Le prime batisfere non possedevano una capacità di propulsione autonoma e necessitavano di una nave madre che li guidasse nelle loro missioni.  Esse furono utilizzate sia per scopi militari che nel campo civile nella ricerca scientifica. Il primo mezzo studiato per la ricerca fu il C3, un batiscafo artigianale progettato dall’italiano Pietro Vassena nel 1948. Il mezzo, il 12 marzo 1948, al largo di Argegno, scese alla profondità di 412 metri, stabilendo così il record mondiale di massima profondità raggiunta. Ma non fu utilizzato a lungo: il 20 novembre 1948 il C3, durante un primo tentativo di discesa a 948 metri senza equipaggio, a causa di un guasto al verricello s’inabissò nelle acque al largo dell’isola di Capri e non fu mai recuperato.

Il primo batiscafo, sviluppato per immersioni marine e con una maggiore capacità di propulsione, fu l’FNRS-2, costruito in Belgio da Auguste Piccard. In seguito venne costruito dai cantieri navali di Monfalcone, dalle acciaierie Terni e infine assemblato a Castellamare di Stabia, il celebre Trieste I.

trieste

Trieste I

Fu proprio il Trieste I, con a bordo Jacques Piccard (figlio di Auguste), a stabilire il record mondiale di profondità in immersione, ancora oggi imbattuto, raggiungendo il fondo del cosiddetto Challenger Deep ovvero  a 10917 metri nel punto più profondo della fossa delle Marianne, la maggiore profondità marina esistente. Il batiscafo Trieste misurava 18 metri in lunghezza, 3,50 in larghezza e il suo dislocamento normale era di 150 tonnellate. Lo scafo era di forma cilindrica e conteneva All’interno del cilindro erano ricavati 6 serbatoi di cui quattro venivano riempiti con benzina avio che fungeva da liquido idrostatico. La benzina, essendo più leggera dell’acqua, avrebbe fornito al Trieste una spinta positiva. Per immergersi, poteva invece imbarcare acqua negli altri due serbatoi. All’interno era ricavato un tunnel che conduceva fino all’abitacolo sferico sottostante, una sfera di acciaio fusa in un solo pezzo perché doveva essere completamente priva di disomogeneità in quanto una minima falla, alle profondità che dovevano essere raggiunte, avrebbe portato all’implosione della sfera.

Alle 13:06 del 23 gennaio 1960, dopo 4 ore e 48 minuti dall’immersione, i fari al quarzo del batiscafo illuminarono per la prima volta il fondo marino dell’abisso. Attraverso l’oblò realizzato in un unico blocco conico di plexiglas, i due membri dell’equipaggio (Don Walsh e Jacques Piccard, figlio del costruttore) scorsero un pesce evidentemente attratto dall’inusuale sorgente di luce. A quella profondità, il batiscafo Trieste, fu sottoposto ad una pressione di 1,17 tonnellate su centimetro quadrato, pari a circa mille volte quella atmosferica. Un impresa eccezionale considerando che, dopo il Trieste, solo tre batiscafi hanno raggiunto le profondità della fossa delle Marianne:

  • il Kaiko (senza equipaggio), nel 1995  (lo scafo si perse in mare durante una missione nel 2003);
  • il Nereus (senza equipaggio), nel 2009;
  • il batiscafo Deepsea Challenger pilotato da James Cameron nel marzo del 2012.

challenger deep

Nel 1984, Piccard si immerse anche in Italia, con un altro batiscafo, il Forel, nelle profondità del lago di Albano. Questo lago, sito a sud di Roma, è considerato il lago vulcanico più profondo d’Europa. Lo scopo fu la ricerca di resti archeologici e la raccolta di dati chimico–fisici sulla distribuzione dei gas disciolti nell’acqua, in particolare dell’elio considerato un importante indicatore di eventi sismici. Il Forel raccolse molti dati e fece delle misure di gravità più precise di quelle effettuabili dalla superficie.  Inoltre, i prelievi di sedimenti e di campioni di acqua permisero di conoscere meglio le caratteristiche dei microrganismi e di tutta la flora e la fauna presenti nel lago.

il batiscafo russo Mir-2

Il 2 agosto 2007, due batiscafi russi, il Mir-1 e il Mir -2 sono arrivati a 4.302 metri di profondità toccando il fondo marino del Polo Nord. Tale immersione rientrava nelle campagne di ricerca, attualmente ancora in corso, di nuovi giacimenti di idrocarburi. Appena un’ora più tardi riaffiorarono in superficie dopo aver piantato sul fondale un vessillo bianco, blu e rosso, con i colori della Russia. In realtà lo scopo ultimo dell’impresa fu di cercare di provare che la superficie sottomarina fosse direttamente collegata alla piattaforma continentale russa attraverso la dorsale Lomonov, un’enorme propaggine rocciosa che si protende sul fondo del mar Glaciale Artico collegando la Piattaforma di Lincoln, al largo della costa canadese con la Piattaforma siberiana. Il motivo è ovviamente politico ed economico.

Se fosse dimostrata la tesi russa, Mosca potrebbe rivendicare la piena sovranità su un’estensione di 1,2 milioni di chilometri quadrati, considerata una riserva di idrocarburi dall’inestimabile valore economico ed energetico. Vi si troverebbero infatti un quarto delle riserve mondiali di gas e petrolio per un totale di dieci miliardi di tonnellate di idrocarburi nonché minerali pregiati come stagno, manganese, oro, nichel, piombo, platino e … diamanti. Ma questa è un’altra storia.

NR 1

l’NR 1 al rientro da una attività addestrativa

Per completezza, voglio ricordare anche l’unico mini sottomarino a propulsione nucleare esistito (o almeno di cui si è a conoscenza): l’NR 1Questo battello, di piccole dimensioni, venne utilizzato dalla Marina statunitense fino al 2008, ufficialmente per scopi oceanografici e ricerche di natura civile. Per le sue caratteristiche particolari, tra cui un sistema di propulsione su cingoli quando appoggiato sul fondo del mare, venne impiegato anche da Ballard  durante la  ricerca di artefatti e relitti su alti fondali. 

L’NR 1 fu costruito nel 1969 nel cantiere della General Dynamics di Groton, e nonostante  fosse stato progettato per la ricerca scientifica oceanografica, il recupero di oggetti e per l’installazione di apparecchiature subacquee, le sue attività operative furono sempre coperte dal segreto. In pratica il mezzo fu gestito quasi sempre dalla Marina con compiti mai del tutto chiariti. Con una lunghezza di 140 piedi  per  400 tonnellate di dislocamento, l’NR 1 fu il sottomarino nucleare più piccolo mai messo in servizio. Alimentato da una centrale nucleare miniaturizzata, costruita su misura, il Nerwin, come veniva chiamato dal suo equipaggio,  poteva raggiungere una velocità massima di circa quattro nodi ed immergersi a 3000 piedi (circa 1000 metri). L’NR aveva tre oblò per la visione  frontale e verso il basso, con 25 luci esterne, telecamere a basso livello di luce (LLL), una videocamera a colori, una fotocamera elettronica (ESC) ed altri ausili visivi. Era dotato di sensori per la raccolta di dati ambientali e la registrazione dei  dati scientifici. Inoltre, era dotato di una varietà di sonar differenti come un Obstacle Avoidance Sonar (per procedere in condizioni di assoluta torbidità) ed un Side-Looking Sonar (SLS) utilizzato per mappare il fondo e ricercare oggetti (fu usato anche per la ricerca ed identificazione dei resti dello Space Shuttle Challenger nel 1986). Come premesso nel 1995, il Dr. Robert Ballard impiegò l’NR 1 per esplorare il relitto del Britannic, sister ship del Titanic, che affondò nel Mar Egeo durante la prima guerra mondiale.

fine terza parte

andrea mucedola

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