Dalla rana alla farfalla: un’evoluzione “anfibia” – Parte II di Giancarlo De Leo

Giancarlo De Leo

14 Maggio 2026
tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: NUOTO
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: stili di nuoto, delfino
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Per capire la storia del delfino bisogna tornare alla rana, madre di tutti gli stili moderni. Per secoli, la nuotata di riferimento è stata quella “anfibia”: testa fuori, bracciata poco incisiva, gambe protagoniste assolute, come raccontavano i manuali ottocenteschi che vedevano nella rana lo stile più naturale, elegante ed efficace. Gli inglesi, che per primi codificarono una didattica sistematica del nuoto, guardavano alla rana come ad un modello quasi intoccabile, imitato osservando a bordo vasca le vere rane che nuotavano, per copiarne la caratteristica azione “a elica” delle zampe. Lo stile era ancora profondamente terrestre: al corpo veniva chiesto soprattutto di non affondare e di mantenere il “portamento” più che di dialogare con l’acqua. E nella rana “signorile”, quella da “nuotatina”, il portamento è effettivamente manifesto: testa sempre fuori dall’acqua, gambata seguita da una breve scivolata con le braccia in avanti, seguita da una bracciata subacquea in sola fase di trazione con richiamo dei gomiti e unione delle mani davanti al petto… e proprio qui, nella fase chiamata di “recupero”, cominciano i problemi! Perché, a quel punto, per preparare la fase propulsiva della trazione, si è costretti necessariamente a compiere un’azione frenante. La massa d’acqua che si sposta in avanti quando allunghiamo le braccia, infatti, ci “restituisce il favore” spingendoci indietro, inesorabilmente, secondo la legge di Newton. È proprio in questo contesto che, tra le due guerre mondiali, cominciano a comparire nuotatori che, partendo dalla rana, proprio per evitare il “rimbalzo” all’indietro, sperimentano un recupero delle braccia fuori dall’acqua. Le gambe rimangono a rana, ma le braccia iniziano a disegnare un arco potente in avanti, staccandosi dalla superficie come le ali di una creatura che tenta un decollo. Nella finale dei 200 metri rana alle Olimpiadi di Berlino del 1936, questo nuovo movimento — che inizialmente rimane formalmente “rana” — appare in maniera clamorosa e inaugura, di fatto, la stagione dello stile “a farfalla”.

La nascita del delfino come stile autonomo comincia da lì … Ma, all’inizio, farfalla e rana coesistono in una sorta di zona grigia regolamentare: le braccia volano fuori dall’acqua, ma le gambe rimangono a rana. È una nuotata potentissima, ma anche poco naturale e molto dispendiosa: la simultaneità di un’azione delle braccia così propulsiva con una gambata molto divaricata e quindi poco idrodinamica crea una sorta di conflitto interno nel gesto: come, in automobile, poter disporre di un motore di grossa cilindrata ma con il freno a mano sempre tirato. Quando le federazioni internazionali stabiliscono la distinzione formale tra rana e farfalla, e quest’ultima evolve definitivamente nel delfino, come oggi lo intendiamo, la “firma” dello stile non è più soltanto nella bracciata simmetrica ma nel modo in cui il corpo intero si organizza in un movimento ondulatorio.

Vero è, d’altra parte, che lo stile a rana è l’unico tra i quattro “olimpici” dove la propulsione delle gambe ha un’importanza pari a quella delle braccia; negli altri (crawl, dorso e appunto delfino) la percentuale del contributo degli arti superiori è nettamente superiore. Ma nel caso della ibrida “farfalla”, con una maggiore velocità comunque assicurata dalla bracciata, la spinta degli arti inferiori a rana diventa irrilevante… al contrario, l’attrito resistente dovuto all’apertura delle gambe risulta invece determinante, ma in senso negativo: di fatto è un piccolo paracadute frenante. Per alcuni anni, intorno agli anni Trenta del secolo scorso, si sperimenta, si prova, ci si adatta; allenatori e nuotatori cercano una coordinazione più fluida, meno “strappata”, di assumere una forma sempre più scorrevole e meno resistente all’avanzamento. Probabilmente, qualcuno di questi pionieri deve aver compreso, forse inconsciamente, la necessità di abbandonare del tutto l’eredità “anfibia” e di ispirarsi direttamente ai cetacei, alla loro forma idrodinamica e alla loro ondulazione dorso‑ventrale. La svolta arriva quando la gambata a rana viene, progressivamente, prima annullata (semplicemente “lasciando andare” le gambe unite) e poi sostituita da una sorta di frustata, un colpo di coda elastico che, assecondando naturalmente la curvatura della spina dorsale, parte dal bacino, attraversa le cosce e si concentra nelle caviglie, evocando più la coda di un mammifero marino che le zampe di un anfibio.

Questione di feeling
È davvero una questione di feeling… con l’acqua (esterocezione) e con se stessi (propriocezione). Ma non basta il feeling. È anche una questione di timing. Come nelle arti marziali più raffinate, come il judo e il jujitsu, per sfruttare a proprio vantaggio l’energia dell’avversario non basta il movimento giusto, se non viene applicato al momento giusto. Con un vantaggio aggiuntivo non da poco: l’acqua, se la si conosce bene, smette di essere un avversario e si trasforma nel più affidabile dei partner… quello che ti fornisce sempre la risposta attesa, quella giusta e che non tradisce mai. Un partner davvero trasparente, in tutti i sensi.

L’onda nel corpo: imparare a “dimenticarsi” delle articolazioni

L’onda del corpo comincia così a diventare protagonista. In parallelo, la subacquea dopo la partenza e le virate si allunga sempre di più, fino a trasformarsi nella vera frontiera dello stile: là dove la regolamentazione pone un limite di metri, gli atleti e i tecnici vedono un laboratorio di sperimentazione sul rapporto tra forma del corpo, resistenza dell’acqua e continuità dell’onda. Se si osserva un delfino in mare aperto, colpisce il fatto che non si vedono segmenti che lavorano separatamente: ciò che si percepisce è una continuità, un’unica curva che si flette e si distende.

 

Per un nuotatore umano il passaggio fondamentale, dal punto di vista della consapevolezza, è esattamente questo: smettere di pensare il corpo come un assemblaggio di segmenti rigidi — spalle, gomiti, anche, ginocchia — e cominciare a sentirsi come una canna flessibile, elastica, senza spigolosità. Nelle prime fasi didattiche del delfino è utile quasi “dimenticare” la tecnica nel senso tradizionale del termine, e concentrarsi invece sulle sensazioni di continuità: non braccia che tirano, tronco che si piega e gambe che spingono, ma un’onda che nasce nella posizione del capo, si propaga alla colonna, arriva al bacino e termina nei piedi. Più il nuotatore abbandona l’idea di comandare pezzi di corpo separati e più l’acqua restituisce una risposta morbida e coerente. Il compito della didattica, in questo, non è tanto introdurre geometrie articolari, quanto guidare l’esperienza di una forma che cambia senza spezzarsi mai.

L’elemento chiave è il capo, che nel delfino lento di apprendimento non è un blocco rigido ma il timone sensibile dell’onda. Una minima inclinazione in avanti favorisce l’inizio della discesa, una leggera risalita prepara il ritorno verso la superficie. Il resto del corpo segue, con un ritardo fluido, come la coda di una canna scossa delicatamente dal vento: non si tratta di “costruire” l’ondulazione, ma di lasciarla accadere, evitando di bloccare o spezzare il movimento con irrigidimenti inutili.

La fase subacquea: il cuore silenzioso dello stile
La fase subacquea del delfino è il suo cuore, non solo in senso tecnico ma anche percettivo. Lontano dalla superficie, senza il rumore del respiro né la frammentazione visiva del bordo vasca, il nuotatore può percepire con maggiore chiarezza la continuità tra ciò che il corpo fa e ciò che l’acqua restituisce.

Negli esercizi propedeutici al delfino lento di apprendimento, ogni ciclo subacqueo può essere vissuto come una piccola immersione meditativa: scivolamento, piccola discesa dell’onda, frustata morbida dei piedi, ritorno in superficie. In questa fase, tronco e gambe seguono naturalmente le convessità e le concavità della parte anteriore del corpo, guidata dalla testa, che nelle fasi di scivolamento viene anticipata dalle braccia distese in avanti a cuneo. Il petto che scende crea una curva concava davanti e una convessità lungo la schiena; quando il petto risale, le polarità si invertono. L’acqua reagisce continuamente a questi cambiamenti di forma, favorendo la discesa del corpo o sostenendone la riemersione. L’abilità del nuotatore sta nel non opporsi a queste sollecitazioni, ma nel lasciarsi guidare: più il corpo diventa simile a un tubo flessibile, meno l’onda si disperde in turbolenze e resistenze inutili. A un livello di sensibilità ancora più fine, nelle fasi di scivolamento si può percepire come l’onda venga guidata dalle dita: una minima variazione dell’angolo della mano — o di un solo dito — basta a cambiare direzione e qualità della traiettoria, modulando l’ondulazione che percorre la colonna, scende lungo le gambe e arriva fino ai piedi. Il breve video qui sotto mostra questa guida tattile in azione; osserva come piccole regolazioni dell’“antenna” braccio‑mano‑dita influenzino l’intera onda. L’esercizio che segue, la “mezza balena”, è pensato per affinare proprio questa sensibilità.

Da questa prospettiva, la tecnica non è un insieme di punti da controllare, ma una grammatica di trasformazioni di forma. L’attenzione si sposta dal “cosa devo muovere adesso” al “che curva sto disegnando nel mio corpo e nell’acqua in questo momento”. È un cambiamento di sguardo sottile, ma decisivo, che apre la strada a una nuotata più economica, più armoniosa e, soprattutto, più consapevole.

Fine Parte II – continua

Giancarlo De Leo

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