Editoriale 11 ottobre 2026: l’animo umano e la leggenda cherokee dei due lupi di Andrea Mucedola

Andrea Mucedola

11 Ottobre 2026
tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: EDITORIALE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: COSTUME
parole chiave: Rapporti umani, Cherokee, leggenda dei due lupi

Ci hanno disegnato i nativi americani come spietati e sanguinari guerrieri, scalpatori di poveri coloni indifesi alla ricerca di fortuna nel lontano West … ma la storia, quella vera, non quella raccontata dai film hollywoodiani, fu ben diversa. Le tribù indiane e in generale del Nuovo Mondo, come testimoniato da Colombo e Vespucci, erano tutt’altro che aggressive e cercavano un rapporto alla pari con i nuovi venuti dimostrando tolleranza e disponibilità. I problemi, come vedremo nacquero in seguito quando i coloni si dimostrarono molto poco affabili nei confronti dei nativi. La presunta aggressività fu spesso indotta proprio da questo approccio di superiorità verso le popolazioni, volutamente descritte come ignoranti e crudeli. Ad esempio l’abominevole usanza dello scalpo, sebbene presente in alcune tribù come simbolo di vittoria e di spiritualità (in realtà un’usanza bellica praticata in antichità da tutti i popoli compresi quelli del  Nord Europa e dei Paesi dell’Oriente) fu a volte incentivato dai coloni occidentali. In particolare, questa cruenta pratica si diffuse nelle tredici colonie del Nord America a partire dal XVIII secolo, incrementata da speculatori bianchi che offrivano denaro in cambio degli scalpi, scatenando così una vera e propria caccia senza distinzione di razza alla quale non di rado partecipavano cacciatori di scalpi bianchi. Va menzionato un proclama del 1755, firmato da Spencer Phips, luogotenente e governatore della provincia di Massachusetts Bay per conto di Re Giorgio II di Gran Bretagna che stabiliva inequivocabilmente: “Per ogni prigioniero indiano maschio di età superiore ai dodici anni… Cinquanta sterline. Per ogni cuoio capelluto indiano maschio, portato come prova della loro uccisione, quaranta libbre. Per ogni cuoio capelluto di tale indiano femminile o indiano maschio sotto i dodici anni di età… Venti sterline”. Un proclama abominevole che fu modificato dall’assemblea del Massachusetts che votò per aumentare il tetto massimo della taglia ad un valore senza precedenti di 300 sterline. Di fatto pagine i nativi furono truffati dai coloni con contratti capestro per le loro terre e, quando questi dimostravano le loro ragioni, venivano cacciati come animali. In alcuni casi, nascevano patti scellerati per usarli come manovalanza contro altre tribù, offrendogli alcol e armi.

Hodges, William; ritratto di un indiano Cherokee; The Royal College of Surgeons of England – Fonte Hunterian Museum William Hodges (1744-1797) – Ritratto di un indiano Cherokee – RCSSC-P 245 – Hunterian Museum.jpg – Wikimedia Commons

In realtà i nativi uccidevano solo per necessità, come in caso di guerra tra i clan, ma avevano un gran rispetto per la vita sia umana che animale. Anche la caccia ai bisonti era sempre misurata alle esigenze, ma divenne uno strumento utilizzato dai cacciatori professionisti americani e dal governo degli Stati Uniti per indebolire le tribù locali, privandole della loro principale fonte di nutrimento. Cacciatori, come Buffalo Bill, ma anche soldati dell’esercito americano furono incoraggiati a cacciare i bisonti come sport o come esercizio per migliorare la mira, portando quella specie sull’orlo dell’estinzione intorno al 1890. Per i nativi americani non esisteva il concetto di proprietà; ogni individuo della tribù si sentiva parte di Madre Natura e membro del suo popolo, riunito in gruppi autonomi ed economicamente autosufficienti. In pratica non esisteva un potere centrale ed ogni “banda” prendeva decisioni autonomamente dopo essersi riunita in assemblee e consigli guidati da un leader, in genere il più anziano, ovvero quello con più esperienza. Uomini e donne avevano ruoli complementari; ad esempio al padre era devoluto l’insegnamento dei figli maschi per apprendere le tecniche di caccia e della guerra mentre la madre regolava la famiglia, insegnando ai figli le regole della tribù, la coltivazione dei campi e tramandando le tradizioni.

In estrema sintesi, l’elemento che sconvolse tutti gli equilibri nel Nord America fu la penetrazione coloniale europea, soprattutto anglosassone: i nativi divennero presto elementi ostativi in quanto non si adattavano minimamente ad essere assoggettati come manodopera, orgogliosi della loro indipendenza e tradizioni. Il primo insediamento inglese stabile fu realizzato nell’odierna Virginia e prese il nome di Jamestown; la conquista del Nuovo Mondo, inizialmente lungo la costa, si spostò presto verso l’interno, spingendo inesorabilmente le popolazioni indigene verso Ovest (il Far West). Sebbene tecnologicamente più arretrati, i nativi dimostravano grandi capacità speculative, cosa che attirava l’attenzione dei “pochi” intellettuali che si interessavano alla cultura dei nativi. Il senso dell’onore, della famiglia, il rispetto dei valori si scontrava con una maggioranza di disperati in cerca solo di fortuna in un mondo immenso e tutto da scoprire, che non avevano alcuna intenzione di trattarli come loro eguali, sia politicamente che economicamente. Fu il primo passo che portò ad un cruento scontro di civiltà, che fu in alcuni casi favorito da documenti legislativi unilaterali, come l’Atto di rimozione degli indiani, che comportò il primo significativo atto di pulizia etnica contro i nativi nordamericani, con la deportazione delle tribù dei nativi dal sud-est negli Stati Uniti sudorientali, nei cosiddetti territori non organizzati.

Di fatto, i nativi furono costretti ad abbandonare le loro terre; si arrivò a consegnare a quei poveretti coperte infette di vaiolo, Le stime parlano di un tasso di letalità della malattia presso i nativi americani dell’80-90%. In Arizona, nello Utah e nel Nevada è ancora possibile trovare fra le montagne dei piccoli musei che raccontano gli orrori subiti dalle popolazioni originali. Alla fine delle guerre indiane (XIX secolo) i nativi rimasti furono quindi rinchiusi nelle riserve dove ottennero i pieni diritti civili e politici solo nella seconda metà nel XX secolo. Basandosi sulle stime di un censimento del 1894, lo studioso Russel Thornton ipotizzò che, dal 1775 al 1890, furono uccisi almeno 53.500 nativi americani a cui si dovrebbero aggiungere almeno 85.000 nativi che subirono la pratica della sterilizzazione.

Sono pagine terribili della storia umana che dovrebbero farci riflettere perchè l’Homo homini lupus, citato da Plauto nel III secolo avanti Cristo, non si sia mai estinto. Lo testimoniano i numerosi genocidi perpetuati fino ai giorni nostri come quello armeno da parte degli Ottomani, l’olocausto nazista e quello sovietico, l’Holodomór stalinista in Ucraina, il genocidio cambogiano da parte dei Khmer rossi, la guerra in Bosnia ed Erzegovina nell’ambito delle guerre jugoslave e il genocidio del Ruanda. Forse, anzi certamente, ne ho dimenticato qualcuno, ma sono testimonianze innegabili della follia umana che non possiamo e non dobbiamo dimenticare.

Tornando oltre oceano, voglio ricordare un’antica leggenda del popolo Cherokee, uno dei popoli nativi americani universalmente riconosciuti per la loro ricchezza culturale; una storia che mi fu raccontata nel secolo scorso (sic) da una giovane donna di origine indiane. All’epoca vivevo in Florida e, ricordo, quella sera ero molto innervosito a causa del mio lavoro. Avevo avuto delle discussioni con i miei superiori americani e mi recai a casa di un’amica che viveva ai bordi delle paludi di Milton. Andammo in giardino dove accendemmo un fuoco per arrostire della carne. Jeannie, così si chiamava, era di origini francesi e indiane e vedendomi così inquieto, cercò di consolarmi e mi raccontò una bella storia che le era stata narrata da suo nonno quando era piccola. Secondo gli anziani della tribù Cherokee in ognuno di noi coesistono due lupi: uno è malvagio e vive di tutte le passioni negative che assillano la nostra quotidianità, come ambizione, cupidigia, odio, gelosia ed egoismi, l’altro è invece saggio e vive di compassione, amore, speranza, generosità ed umiltà. Non vivono in pace fra di loro ed essendo comunque due lupi si combattono continuamente. Possono farlo per tutta la vita, almeno fino a quando uno, il più forte, ha la meglio sull’altro. Sapete chi ha la meglio? Quello che nutriamo di più. Se alimentiamo il lato oscuro, la malvagità ci ruberà la nostra vita, in caso contrario raggiungeremo la pace interiore e vivremo in armonia con tutti i nostri simili. Sta a noi quindi alimentare il lupo giusto, facendo si che prevalga quello buono e ci dia serenità.

Non è certo una cosa facile e questo è il motivo per cui l’Uomo è spesso infelice, inquieto e insoddisfatto; preso continuamente dai suoi demoni, non guardando al bene che ci circonda. Secondo i psicologi, uno dei motivi più comuni per sentirsi insoddisfatti è la mancanza di uno scopo chiaro. Aspettative non soddisfatte e la sindrome da burnout, quell’affaticamento, demoralizzazione, distacco emotivo e cinismo verso tuto ciò che ci circonda che può evolvere spesso nella depressione, possono compromettere la nostra capacità di godere dei piccoli piaceri quotidiani, lasciandoci con una sensazione di vuoto interiore, di perdita di speranza per un mondo migliore. Certo non ci aiutano i media, che spesso ci riversano tutti i mali del mondo, facendoci perdere il senso stesso della vita. La lotta dei due lupi è continua, silenziosa e ci logora interiormente … dovremmo fermarci e riflettere su chi siamo e cosa vogliamo realizzare per dare un senso alla nostra esistenza. Fatti non foste a viver come bruti … ci disse Dante. Certo non è un compito facile ma se tutti lo facessimo il mondo sarebbe migliore e potremmo tornare a guardare la luna come il lupo …  e forse non sarebbe nemmeno necessario ululare … Ma questa è un’altra leggenda dei nativi americani, una storia di amore e di egoismo che vi racconterò un’altra volta.

Andrea Mucedola
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