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Breve storia dei mezzi subacquei – parte II

Reading Time: 7 minutes

livello elementare
.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: sommergibili, sottomarini

 

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Dalla prima guerra mondiale ai giorni nostri
All’inizio della I guerra mondiale i sommergibili raggiungevano la velocità massima di 12 nodi ed avevano un’autonomia da 2000 a 5000 miglia. Per la propulsione usufruivano di una combinazione di motori a combustione interna e motori elettrici. Furono sperimentati come posamine, in ruolo anti nave e, addirittura, in supporto agli idrovolanti. Gli armamenti disponibili erano costituiti da cannoni, siluri e dalle prime mine navali. Nel tempo la loro tattica iniziale, di emergere e cannoneggiare il traffico mercantile, fu sostituita dal lancio di siluri in immersione con tattiche utilizzanti anche più di un sommergibile. La tattica, in seguito chiamata  a branco di lupi,  fu ideata dall’allora comandante Dönitz, che divenne in seguito Comandante della Marina da guerra tedesca. Dönitz comprese che, invece di dislocare alla cieca i pochi battelli nell’Atlantico, una volta identificato un convoglio nemico per mezzo di un U-Boot o di intercettazioni radio, era più conveniente inviare una squadra di sommergibili sul bersaglio con lo scopo di affondare il maggior numero di navi possibile, per poi sparire senza lasciare traccia; in sostanza come un branco di lupi che piomba su un gregge di pecore. Dal settembre 1939 al maggio 1945, aerei, navi e sommergibili tedeschi con l’appoggio, dal giugno del 1940 al settembre 1943, dei sommergibili italiani, cercarono di interrompere i rifornimenti di armamenti e materie prime dei fronti europei.

Sul fronte atlantico, i sommergibili italiani utilizzarono la base francese di Bordeaux, che fu denominata BETASOM come centro operativo e logistico sulla quale s’imperniò tutto lo sforzo bellico. La superiorità dei mezzi tedeschi fu subito evidente. Nonostante ciò i Comandanti e gli equipaggi italiani si fecero valere e molti di loro passarono alla storia. 

I battelli italiani, a dispetto del celebre inno dei sommergibili, erano tutt’altro che rapidi ed invisibili;  potevano raggiungere la massimo 12 nodi contro i 17 di quelli tedeschi. Inoltre le torrette italiane erano più grandi e facilmente visibili. Questo fattore divenne critico quando entrarono in servizio i primi radar degli Alleati. Dei trentadue sommergibili operanti in Atlantico, sedici andarono perduti, cinque dei quali senza lasciare alcuna traccia di sé. In Mediterraneo, mare ristretto e fortemente sorvegliato e, per gran parte delle ostilità, scarsamente attraversato da traffico mercantile nemico, molta dell’attività fu assorbita da compiti ausiliari con scarsi successi e non certo rispondenti all’entità delle perdite e agli sforzi compiuti. Il loro uso divenne però particolarmente adatto quando impiegati in supporto ai mezzi insidiosi. In Atlantico, i risultati compensarono largamente i sacrifici delle missioni e, durante 24 mesi, furono affondate 108 navi mercantili, e una piccola unità militare ausiliaria, per complessive 593.864 tonnellate di stazza lorda e danneggiate 4 navi mercantili. Le esperienze tecniche acquisite furono preziose per lo sviluppo dei mezzi del dopoguerra.

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Unterboot 264

Nella seconda guerra mondiale i sommergibili ottennero numerosi successi spingendo d’altra parte gli avversari ad incrementare la ricerca verso lo sviluppo di sistemi acustici per la loro scoperta con sonar attivi e passivi. Le innovazioni tecniche riguardarono l’irrobustimento dello scafo, al fine di scendere sotto i cento metri, e lo studio dello snorkel, uno strumento per aspirare, stando in immersione a quota periscopica, l’aria necessaria per far funzionare i motori diesel e permettere cosi’ la ricarica delle batterie. L’invenzione dello snorkel è attribuita ad un italiano, Pericle Ferretti, maggiore del Genio Navale, che realizzò il primo prototipo. I primi ad utilizzarlo furono i tedeschi, nel 1943, sul sommergibile U-264. Nel secondo dopoguerra lo sviluppo del mezzo aereo, in ruolo di ricognizione sul mare aperto ed il perfezionamento dei sistemi sonar di ricerca subacquea portarono ad un cambiamento nell’impiego del sommergibile. Nei sottomarini strategici, che hanno esigenze di operare anche per mesi sott’acqua, sono oggi installati sistemi di propulsione nucleare che di fatto ne giustificano il nome. Essi non hanno necessità di riemergere e conservano a bordo le provviste necessarie per la missione che può durare molti mesi.

NAUTILUS2

USSN Nautilus

Il primo sottomarino dotato di  propulsione nucleare fu il USSN Nautilus che entrò in servizio nella Marina degli Stati Uniti nel 1955. Il battello aveva un dislocamento di circa quattromila tonnellate, una velocità di venti nodi in immersione ed un’autonomia di oltre novantamila miglia nautiche. L’USSN Nautilus fu il primo sottomarino a raggiungere il Polo Nord nel 1958. Dal Nautilus ai giorni nostri, i sottomarini nucleari lanciamissili balistici hanno raggiunto un livello tecnologico impressionante, forse possiamo considerarli le piattaforme d’arma più significative che influenzarono la fine della guerra fredda; questi sottomarini, vere e proprie città naviganti negli abissi,  possono superare le ventimila tonnellate ed ospitare equipaggi di oltre 170 persone che permangono all’interno di questi enormi battelli per lunghi periodi.

I mezzi subacquei di soccorso
Dall’ultimo dopoguerra, con l’aumento significativo del numero dei battelli subacquei in guerra fredda aumentarono purtroppo gli incidenti, dovuti per o più per cause tecniche.  Nacque nelle Marine la consapevolezza di realizzare nuovi mezzi per il soccorso dei sottomarini sinistrati. In parallelo alle navi salvataggio, dotate di campane per inviare i palombari sul fondo, furono progettati anche dei mini sommergibili progettati per il salvataggio dei sottomarini in distress, i DSRV.

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DSRV della USN

Questi mezzi hanno il compito di raggiungere il battello bloccato sul fondo, rifornirlo d’aria ed effettuare uno shuttle del personale sinistrato verso la nave madre in superficie. Un compito altamente specialistico che richiede anche personale palombaro addestrato ad operare a grande profondità.

La Marina italiana è attualmente l’unica Marina a detenere nel Mediterraneo questa capacità operativa con l’ausilio di Nave Anteo (nave comando del COMGRUPNAVIN).
Il soccorso ai sommergibili sinistrati viene effettuato con una Campana McCann fino a 130 metri, un minisommergibile Drass-Galeazzi SRV-300 e con palombari di alto fondale utilizzanti  uno scafandro rigido articolato a pressione atmosferica (ADS) che consente di operare fino ai 300 metri per molte ore.

nave anteo

Tornando ai sottomarini più moderni, voglio ricordare l’USSN North Dakota (SSN 784), appartenente alla classe Virginia, oggi il sottomarino d’attacco più avanzato della Marina militare degli Stati Uniti d’America. La sua entrata in servizio è avvenuta nel 2014 inaugurando la terza batch del progetto Virginia, classe che seguì la classe Los Angeles. Questa nuova versione ha lo scopo di contrastare il crescente numero di sommergibili stranieri a propulsione diesel/elettrica, estremamente silenziosi,  che sono prodotti in molti paesi del mondo con compiti di interdizione anche su bassi fondali.

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Caratteristiche di questo battello sono l’avanzata tecnologia dei sistemi di bordo, una maggiore velocità, resistenza, mobilità, nonché una grande capacità di carico. Il U.S.S. North Dakota è l’undicesimo sottomarino della classe Virginia ad entrare in servizio. Il sottomarino è lungo 115 metri ed e’ in grado di raggiungere una profondità di 240 metri (800 feet)  con una velocità massima in immersione di 25 nodi. Ha un equipaggio di circa 13o tra ufficiali e sottufficiali tutti altamente specializzati. Il suo armamento comprende missili e siluri. Per la sua propulsione utilizza un reattore nucleare S9G progettato per operare per ben 33 anni senza rifornimento. Insomma, un vero kranken del mare.

In sintesi, oggigiorno i sommergibili sono utilizzati da molte Marine militari con compiti prettamente  strategici e tattici di interdizione e di sorveglianza delle rotte. Questi compiti, che possono essere inquadrati nella maritime security, comprendono attività di sorveglianza e di intercettazione di imbarcazioni che effettuano attività illecite, come lo sfruttamento della migrazione clandestina o il traffico di droga e di armi.

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Il Pietro Venuti è l’ultimo sottomarino consegnato alla Marina Militare e fu  varato il 9 ottobre 2014 presso gli Stabilimenti Fincantieri del Muggiano (La Spezia). Si tratta della terza unità della classe U-212 (classe Todaro) dopo i sommergibili Todaro e Scirè. In particolare, il Pietro Venuti è la prima unità della seconda serie, costituita da due unità: Pietro Venuti (S 528) e Romeo Romei (S 529). Il Romeo Romei è in fase di realizzazione e se ne prevede la consegna ad agosto 2016. Le differenze rispetto alla prima serie riguardano principalmente il sistema di combattimento e di comunicazione. In particolare, i battelli della seconda serie hanno maggiore autonomia, capacità di collegamento satellitare ad alta velocità e saranno dotati di un nuovo albero optronico (periscopio). Inoltre avranno un nuovo sistema d’arma basato sul siluro Black Shark Advanced della WASS. Un gioiello della tecnologia italiana.

Inoltre, si adattano bene nei scenari moderni di intervento dove vengono utilizzati per scopi di ricognizione e di intelligence per la difesa contro minacce asimmetriche. La loro capacità di operare in maniera occulta favorisce il loro impiego e consente un supporto  operativo importante alle forze di superficie e di polizia nell’alto mare.

fine parte II 

andrea mucedola

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