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George Bass e i relitti di Yassi Ada: le prime sperimentazioni di archeologia subacquea

Reading Time: 10 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: ARCHEOLOGIA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MAR EGEO
parole chiave: Yassi Ada, relitti, George Bass
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Nella primavera del 1960, sette uomini e donne arrivarono in Turchia per scavare un naufragio dell’età del bronzo profondo novantacinque piedi. Tra di loro solo quattro si erano immersi prima. Questi pionieri dell’archeologia subacquea erano guidati da George Bass, un archeologo statunitense a cui in seguito fu assegnato il Tridente d’oro dell’Accademia di Scienze e Tecniche subacquee in riconoscimento delle sue ricerche archeologiche subacquee.

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Dr. George Bass circa 1977 (Photo: Courtesy of the Institute of Nautical Archaeology/Jonathan Blair)

George F. Bass era laureato in archeologia classica alla Penn University e specializzato in Archeologia del Vicino Oriente presso la Johns Hopkins University. Fondatore dell’Institute for Nautical Archaeology Bass dimostrò come fosse possibile applicare il rigore scientifico delle tecniche archeologiche “terrestri” anche in ambienti sottomarini piuttosto impegnativi. Questo breve articolo, estratto da un suo scritto sulle ricerche subacquee a Yassi Ada, descrive le prime sperimentazioni delle attrezzature subacquee che fecero da battistrada all’archeologia marina moderna.

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Il diagramma sopra mostra alcune delle attrezzature utilizzate nel 1965, quando iniziarono la ricerca dei relitti profondi, e nel 1967, nello scavo di una nave romana, ad una profondità tra i 40 e 45 metri, appena fuori Yassi Ada – disegno dall’articolo originale di Bass

A quell’epoca le dotazioni erano decisamente elementari. Bass, in un quell’articolo, riferì che all’epoca i loro unici strumenti di lavoro erano matite e cartelline di plastica, cordelle metriche e pali per geometri, tre telecamere subacquee, due palloni di sollevamento, un piede di porco e un tubo di aspirazione per i sedimenti (sorbona).

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Storicamente, le ricerche a Yassi Ada possono essere considerate il primo passo nella ricerca archeologica subacquea. Tra il 1961 e il 1964, durante lo scavo di una nave bizantina ad una profondità di circa 40 metri, furono sviluppati e sperimentati da Bass i primi metodi di mappatura sott’acqua, utilizzando strumenti all’epoca allo stato dell’arte sia nell’attrezzatura subacquea individuale (SCUBA) che per la ricerca e comunicazione subacquea.

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Bass si rese subito conto che i metodi di lavoro sott’acqua erano poco efficaci, con tempi da dieci a quindici volte maggiori che a terra. Il problema immediato era lo scavo subacqueo che, necessitando di lunghi periodi di lavoro sul fondo, abbisognava di tempi di decompressione maggiori per evitare di incorrere nella malattia di decompressione.

Perchè a Yassi Ada?
Bass era a conoscenza della possibile presenza in quella zona di relitti potenzialmente importanti e di statue di bronzo intrappolate nel sedimento, ma non esistevano mezzi per localizzarli e recuperarli in 100 metri d’acqua. I reperti noti erano stati ritrovati da subacquei turchi ed erano stati mostrati a Peter Throckmorton alla fine degli anni ’50. 

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disegno dall’articolo originale di Bass  articolo originale

Una curiosa stazione sul fondo
La cabina telefonica subacquea era un emisfero di plexiglass, di quattro piedi di diametro, con un collare in acciaio attorno al bordo inferiore per aumentare il suo volume. Al suo interno arrivava aria fresca da un compressore posto sulla chiatta che era ancorata al di sopra; gambe angolate in ferro, imbullonate a 1.500 libbre di zavorra, impedivano alla cupola piena d’aria di sollevarsi dal fondo del mare. Questa struttura fu posizionata nel 1967 a meno di 5 piedi dal relitto romano e poteva accogliere fino a 4  sommozzatori che potevano stare all’interno all’asciutto e discutere su come effettuare lo scavo, affacciandosi direttamente sul sito e comunicare con la chiatta.

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La “cabina telefonica” fu concepita da Michael e Susan Katzev e fu costruita da Farquhar Transparent Globes di Filadelfia. Si rivelò il sistema più economico e affidabile della maggior parte dei sistemi di comunicazione subacquei testati.

Il problema dell’ottimizzazione dei tempi di immersione
Per ottimizzare i tempi di lavoro sul relitto romano fu necessario aumentare i tempi di lavoro e quindi di decompressione. Per decompressioni così lunghe fu progettata una campana da immersione (SDC) che fu costruita dalla ditta Galeazzi di La Spezia, Italia.

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disegno dall’articolo originale di Bass

In pratica, la SDC era una sfera d’acciaio, di più di sei piedi di diametro, alimentata dalla superficie con aria attraverso un tubo flessibile. La camera alloggiava fino a quattro subacquei che potevano entrare attraverso un portello inferiore. Una volta al suo interno i subacquei potevano riposare, scambiare informazioni fra di loro e conversare telefonicamente con i colleghi.

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Venne uilizzata una camera di decompressione sommergibile (SDC) in modo da facilitare la decompressione degli operatori subacquei , che avevano lavorato lungamente a 40 metri di profondità,  alla profondità di  circa 10 metri.  Photo credit Sam Low

La sfera, essendo piena d’aria, era trattenuta sott’acqua da un cavo collegato ad una zavorra di 5 tonnellate posta sul fondo del mare. Il cavo passava attraverso una puleggia, fissata alla zavorra, e proseguiva su un paranco a catena fino alla superficie. La campana risaliva, nelle varie fasi di decompressione, dieci piedi alla volta, fino alla camera di decompressione in superficie alla quale i subacquei potevano accedere attraverso un portello laterale posto sulla SDC.

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Ann Bass battezza il minisommergibile Ashtera

Ashera poteva ospitare due ricercatori che, attraverso una telecamera a circuito chiuso, potevano avere una visione di ciò che sorvolavano sul fondo. Inoltre, potevano scattare stereofotografie attraverso un sistema stereofotografico che era stato appositamente progettato da Donald Rosencrantz.

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l’Ashtera in galleggiamento 

Una curiosità, all’interno del minisommergibile, era stata installata una terza fotocamera che fotografava i dati di profondità al fine di aiutare il fotointerprete a realizzare dei piani tridimensionali dalle fotografie scattate.

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l’Ashtera in immersione – notare sul davanti la struttura per la stereofotografia

Nel 1967, l’Asherah indagò un contatto sonar di un sospetto naufragio a quasi 300 piedi di profondità. Ad una profondità di circa 87 metri, troppo profonda per la ricerca da parte di subacquei con attrezzature SCUBA, il sottomarino avvistò e fotografò il carico di un’antica nave.

Il riporto fotografico
I rilievi fotografici ebbero un’importanza notevole nello scavo e decine di immagini vennero scattate semplicemente dalla cima di una torre in ferro alta circa 5 metri e tenuta in posizione verticale da quattro contenitori pieni d’aria negli angoli superiori. La fotocamera era posizionata al centro di una cornice a croce che poteva essere spostata su e giù per scattare fotografie da varie distanze.

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disegno dall’articolo originale di Bass

La torre poteva scorrere su un’impalcatura di telai orizzontali appoggiati su gambe realizzate con tubi. In questo caso le stereofotografie erano scattate spostando la fotocamera tra posizioni fisse sulla sua barra trasversale o  l’intera torre con una distanza fissa tra le fotografie.

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Robert Hodgson, un fisico della Naval Ordnance Test Station di Pasadena, in California, effettuò una serie di test dettagliati a Yassi Ada nel 1967 e preparò un rapporto che raccomandava quali pellicole e materiali di sviluppo da impiegare per ottenere risultati ottimali.

Metal detector
Per la ricerca degli artefatti metallici, fu impiegato un metal detector modificato, portato a Cape Gelidonya nel 1960 da Luis Marden della National Geographic Society, che permise localizzare depositi di rame e bronzo sotto le concrezioni di sedimento sabbioso. In seguito, nel 1967, Bass utilizzò sul relitto romano un nuovo metal detector, progettato e costruito da Jeremy Green del Research Laboratory for Archaeology and the History of Art, Oxford che consentiva di scoprire la presenza di metalli, incluso ferro e piombo, dall’intensità del suono nella cuffia.

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disegno dall’articolo originale di Bass

Lo stesso metal detector fu in seguito utilizzato da Michael Katzev durante altre indagini subacquee al largo di Cipro. Fu sostituita la cuffia di ascolto dei segnali con un quadrante posto tra le maniglie, in modo che il subacqueo fosse avvisato del ritrovamento visivamente piuttosto che dal suono.

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Lo scavo
Il lavoro sul cantiere fu effettuato grazie all’impiego di una sorbona. Il materiale risucchiato veniva poi filtrato eliminando il sedimento e mantenendo il contenuto. Un procedimento tecnicamente semplice che fu poi automatizzato per accelerare i tempi con l’impiego di un sistema a binario dove scorreva un tubo di alluminio di dieci pollici di diametro, della lunghezza di oltre 30 metri e fissato a carrelli con ruote appoggiate su ciascuna rotaia; un fusto di petrolio pieno d’aria sosteneva l’estremità superiore del tubo. In pratica, un subacqueo poteva senza fatica spostare questa grande sorbona lungo il lato del relitto per rimuovere la sabbia dal relitto.

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il lavoro con la sorbona sul cantiere subacqueo

Essendo il relitto coperto parzialmente (a volte completamente) con diversi centimetri di sabbia, per accelerare il lavoro della sorbona fu utilizzato un getto d’acqua ad alta pressione che riusciva a rompere gli strati più spessi del manto di sabbia per liberare il relitto. Il getto d’acqua fu realizzato con una manichetta antincendio che partiva da una pompa sulla chiatta sovrastante.

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L’inconveniente maggiore fu legato alla necessità di operare in presenza di corrente per portare via immediatamente le dense nubi di sedimento sollevate che avrebbero impedito la scoperta visiva degli artefatti. Sebbene il getto, se non correttamente impiegato, potesse facilmente distruggere gli artefatti, Bass e i suoi archeologi impararono a modularne il flusso rendendolo sottilissimo, al punto da poterlo usare anche sui resti in legno senza danneggiarli.

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Un’altra innovazione fu l’impiego di un cesto che poteva contenere più di venti anfore alla volta. Una volta colmo, attraverso un pallone di sollevamento riempito di aria, il cesto veniva portato in superficie dove un gommone lo rimorchiava in acque poco profonde per il successivo recupero tramite una gruetta di bordo. Questo metodo si rivelò semplice ed economico per sollevare il carico.

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La Towvane
Tra le tante sperimentazioni, nel 1965, fu realizzata anche una capsula di osservazione in acciaio che poteva ospitare un uomo insieme a un sistema di purificazione dell’aria ed un sistema di ossigeno aggiuntivo. Una finestra in plexiglass forniva al pilota una visuale a 360 gradi intorno a lui. La capsula era trainata da un peschereccio con un cavo di trecento metri di lunghezza. Il pilota, girando dei volantini interni, poteva inclinare le alette esterne poste su entrambi i lati della capsula, facendola planare verso il basso o verso l’alto. Il sistema chiamato Towvane, fornito da Nixon Griffis, presidente della Towvane Co. di New York, fu utilizzato fino a 100 metri di profondità ma la limitata visibilità esterna nell’area di ricerca ne impedì un uso efficace.

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Towvane, disegno dall’articolo originale di Bass

Magnetometro
Molte furono le attrezzature elettroniche sperimentate e Bass impiegò anche un magnetometro a protoni. Questo strumento consente di rilevare i disturbi nel campo magnetico terrestre causati dalla presenza di materiale magnetico. Essendo particolarmente efficace nel rilevare i materiali ferrosi era stato utilizzato in passato con grande successo per localizzare gli scafi metallici dei relitti. Inoltre, il dottor E. T. Hall, direttore del Laboratorio di Ricerca per l’archeologia e la storia dell’arte, Oxford, scoprì che il magnetometro a protoni poteva rilevare anche la presenza di ceramica (a distanza ravvicinata) a causa delle piccole quantità di ferro presenti nell’argilla. Bass immaginò che questo metodo avrebbe potuto fornire informazioni preziose per concentrare gli sforzi di ricerca nelle aree con forti segnali a causa della presenza di grandi cumuli di ceramiche (come quelle presenti all’interno degli scafi di un relitto). Il magnetometro a protoni subacqueo, sebbene fu testato brevemente nella ricerca, consentì di apprendere molte lezioni di impiego che furono utilissime negli anni a seguire.

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Un sistema televisivo a circuito chiuso si rivelò utile per permettere agli archeologi in superficie di seguire il lavoro che si svolgeva sott’acqua. Il primo utilizzo fu effettuato, nel 1965, durante la ricerca di alcune statue di bronzo. A volte la telecamera veniva semplicemente trainata sopra il fondo con il proprio cavo, altre volte veniva trainata su un carrello. Grazie alla migliore capacità discriminativa delle telecamere, il sistema fornì una visione più chiara del fondo del mare di quanto potesse mai fare l’occhio umano.

Non ultimo, furono sperimentati due sonar a scansione laterale. Il primo, gestito dalla Scripps Institution of Oceanography dell’Università della California, aveva una fascia esplorata di 200 metri su entrambi i lati, e permise di individuare 15 possibili contatti nella prima area ed un segnale importante in un secondo sito. In particolare, il secondo sonar, della Martin Klein di EG&G di Boston, fu successivamente utilizzato per investigare il contatto più probabile al fine di marcarlo con una boa. 

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Risultati
In sintesi, Bass, nelle estati del 1965 e del 1967, fu in grado di sperimentare tutti i sistemi disponibili all’epoca, di fatto aprendo una nuova Era della ricerca archeologica subacquea, ed individuando e studiando un relitto a 100 metri di profondità. Non fu solo una ricerca sul campo, ma la sperimentazione di metodi e tecniche nuove e la possibilità di addestrare più di una dozzina di studenti e laureati in archeologia ad immergersi ed utilizzare nuove attrezzature. 

Ora, dopo 50 anni da quelle campagne, molte delle tecniche impiegate possono sembrare primitive ma all’epoca furono visionarie. Di fatto George F. Bass fu un pioniere dell’archeologia subacquea moderna che aprì una nuova Era, utilizzando e sperimentando tutto ciò che era all’epoca disponibile. 

 

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