ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO – MARE ADRIATICO
parole chiave: Lissa, III guerra di Indipendenza italiana
Oggi parliamo di Lissa, una battaglia navale che passò alla storia, combattuta durante la terza guerra d’indipendenza italiana nelle acque del Mare Adriatico. Era il 20 luglio 1866 e due flotte, la marina da Guerra dell’Impero austriaco e la Regia Marina del giovane Regno d’Italia, si incontrarono in mare. La prima grande battaglia navale tra navi a vapore corazzate che si sfidarono a colpi di cannone e di rostro. Le flotte in gioco erano composte da navi di legno e navi corazzate a vele e a vapore. Da un punto di vista numerico la flotta italiana, costituita da 12 corazzate e 17 vascelli lignei, superava la flotta austriaca, composta da 7 navi corazzate e 11 in legno. In comune avevano l’origine degli equipaggi, praticamente composti solo da marinai provenienti da diverse regione della penisola italiana. Inoltre entrambe le marine mostravano dei problemi strutturali ma in quella italiana, oltre alle deficienze tecniche, vi erano gravissimi problemi di coesione tra i comandanti ed uno scarso addestramento degli equipaggi.
La Marina Militare austriaca era praticamente nata nel 1797 e già il nome era estremamente significativo: “Oesterreich-Venezianische Marine” ovvero Marina Austro Veneta. Prima del 1797 non esisteva nemmeno una marina Austriaca e la nuova Marina era composta da ufficiali e marinai provenienti dai territori della ex Repubblica di Venezia, che avevano ben recepito le sue millenarie tradizioni marinare, militari, culturali e storiche. La flotta Austriaca era composta quasi completamente da equipaggi provenienti dalle terre una volta soggette alla Repubblica di Venezia: dal Veneto, dal Friuli, dall’Istria, dalla Dalmazia, oltre che da Trieste e da Oltremare, e tutti gli Ufficiali avevano studiato presso il Collegio Navale di Venezia. La lingua d’uso era una sola, il Veneto, e tale rimase fino al 1918, nonostante i successivi tentativi dell’ammiraglio Horty di introdurre la lingua austro-ungherese.
La Regia Marina italiana era anch’essa immatura, sia tecnicamente che organicamente, risultando un insieme raffazzonato di diverse marine peninsulari, aggregatesi velocemente dopo le varie annessioni. Pesavano i contrasti interni tra ufficiali ed equipaggi che provenivano di fatto da marine differenti, la Sarda, la Borbonica e quella Siciliana ed in minor misura dalla Marina Granducale di Toscana e dalla Marina Pontificia. Fra di essi non c’era cameratismo anche perché dopo l’unificazione erano stati privilegiati soprattutto gli ufficiali sardo-piemontesi, provocando il risentimento e la rivalità con gli altri ufficiali. Ma vi erano anche ricadute di natura pratica: l’addestramento degli equipaggi era tutt’altro che omogeneo in quanto di fatto parlavano lingue diverse ed avevano grosse difficoltà ad operare fra di loro.
La battaglia navale di Lissa
Il 20 luglio 1866, nei pressi di Lissa, un’isola dalmata nell’Adriatico, si affrontarono la flotta del giovane regno d’Italia e quella austriaca. La guerra era stata dichiarata il 20 giugno e solo quattro giorni dopo, il 24 luglio, l’esercito del nuovo regno italiano veniva sconfitto a Custoza, nei pressi di Verona; una perdita pesante, che risultò forse più politica che militare perché dimostrò, in quell’evento bellico, l’immaturità del giovane regno d’Italia di fronte agli altri Regni europei. Alla vigilia della III guerra di Indipendenza la sconfitta delle truppe italiane, numericamente superiori alle truppe austriache dell’arciduca Alberto d’Asburgo mise di fatto in luce una debolezza organizzativa e militare che doveva essere riscattata. Fu così che fu deciso di giocare la carta della Regia Marina. Il Presidente del Consiglio Bettino Ricasoli convocò immediatamente il ministro della Marina Agostino Depretis ed il comandante della flotta, l’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. La flotta al comando di Persano era composta da tre squadre da battaglia, superiori in numero e armamenti a quella austriaca. Una forza imponente ma che si rivelò tutt’altro che efficiente in quanto afflitta da problemi tecnici di varia origine, ed immatura dal punto di vista del comando e controllo, essendo comandata da ufficiali diversamente addestrati con equipaggi che non parlavano nemmeno lo stesso dialetto. In estrema sintesi, una flotta impreparata che doveva ancora omogenizzarsi prima di scendere in combattimento. Il 25 giugno 1866, il giorno dopo la sconfitta di Custoza, Persano trasferì la flotta ad Ancona e, il 15 luglio, il Depretis si presentò ad Ancona con un piano di guerra: Persano doveva bombardare l’isola di Lissa, una piccola isola dalmata, e quindi occuparla. A difesa dell’ammiraglio, Persano aveva molti dubbi sull’esecuzione dell’attacco ed aveva suggerito di aspettare l’arrivo dell’Affondatore che si trovava ancora nel Tirreno. Uno scontro che si risolse con un diktat politico al quale Persano dovette obbedire.

Situazione iniziale nella battaglia di Lissa. Navi dell’Impero Austriaco in rosso e navi italiane in blu – Autore Rocco Pier Luigi – Fonte La Battaglia di Lissa (20 luglio 1866) (Italiano). Ministero della Difesa. Battaglia di Lissa – 1866 – Battaglia di Lissa – 1866 – Initial Situation.svg – Wikimedia Commons
Ma perché Lissa?
Per ragioni storiche. Lissa, conosciuta sin dall’antichità come base navale strategica, era stata un caposaldo della Repubblica di Venezia dal XI secolo fino alla sua “caduta”, il 12 maggio 1797, ad opera di Napoleone. Dopo la sua caduta era diventata una base dell’impero austro-ungarico posta al comando del colonnello Urs de Margina. Ricevuto l’ordine esecutivo, il 16 luglio 1797, l’ammiraglio Persano lasciò Ancona con la regia flotta italiana suddivisa in tre squadre, in attesa di unirsi alla corazzata Affondatore, dotata di torri dei cannoni mobili e di uno sperone di otto metri di lunghezza per lo speronamento delle navi nemiche. L’Affondatore, come preannunciato da Persano, arrivò in ritardo in quanto era dislocato a Cherbourg per il suo allestimento e aveva potuto lasciare il porto francese solo il 20 giugno, L’attacco italiano prevedeva un bombardamento iniziale della base navale di Lissa, seguito dallo sbarco dei fanti di marina, poche centinaia di uomini – a fronte di 5 mila richiesti da Persano – che avrebbero dovuto confrontarsi con duemila soldati austriaci. Come da direttive politiche, le operazioni iniziarono all’alba del 18 luglio quado le unità navali italiane iniziarono il bombardamento dell’isola. Un bombardamento, che con il senno del poi, terminò troppo presto, forse perchè si pensò di aver annichilito le difese nemiche o, forse, per una cattiva interpretazione degli ordini ricevuti. Dopo un primo tempestoso rapporto sulla nave ammiraglia, dove i Comandanti delle Squadre navali coinvolte non trovarono con Persano una comune visione tattica, il giorno seguente fu reiterato l’attacco alle fortificazioni austriache, non riuscendo ad ottenere ancora una volta un risultato tangibile.

Corazzata italiana Affondatore, varata nel 1865, in servizio dal 1866 al 1907 – Fonte Marina Difesa
Verso sera arrivò finalmente la Regia corazzata Affondatore, una nave molto avveniristica per i suoi tempi avendo come armamento, invece di 20-30 cannoni disposti in batteria sulle fiancate, due soli cannoni da 254/30 mm, armi di notevole calibro per l’epoca, collocati in due torrette girevoli, una a prua l’altra a poppa. L’Affondatore, proveniente da Napoli, seguito dalle pirofregate Principe Alberto e Carlo Alberto insieme alla corvetta Governolo, si riunì alla flotta c con un contingente di fanti di marina necessario per lo sbarco (anche se non sufficienti per Persano a contrastar ei 2000 austriaci sull’isola). Gli Austriaci, avvisati dell’attacco a Lissa, non persero tempo e l’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff lasciò Pola per attaccare la flotta italiana.

La RN Re d’Italia affonda dopo essere stata speronata dalla SMS Ferdinand Max, nave ammiraglia di Tegetthoff – autore Carl Frederik Sørensen (1818–1879) – Museum_of_Military_History, Vienna Die Seeschlacht bei Lissa.jpg – Wikimedia Commons
Le fasi della battaglia.
Persano, che aveva sottolineato l’importanza dell’ariete corazzato Affondatore per l’esito dello scontro, vi si imbarcò, impartendo vari ordini alle singole navi. Il suo errore fu però di non avvisare gli altri comandanti del cambio della nave comando per cui questi ultimi, non sapendo che si trovasse a bordo della nave, ed ignorarono i suoi segnali. In estrema sintesi, i comandanti del regno di Italia furono di fatto lasciati a combattere individualmente, senza una guida tattica. Errore forse maggiore, fermando il Re d’Italia, permise che si creasse un varco significativo tra le tre navi di Vacca e il resto della flotta. Ma scendiamo ora nei dettagli.
Von Tegetthoff comandava una forza navale composta da sette corazzate di ferro, più vecchie e meno veloci di quelle italiane ed armate con 178 cannoni a canna liscia, contro i 252 cannoni italiani per lo più a canna rigata. Sebbene in inferiorità numerica, Tegethoff divise le sue forze in tre squadre, mantenendo il comando della prima sulla corazzata Ferdinand Max ed assegnando a due validi comandanti, il capitano di vascello Petz ed il capitano di fregata Eberle, le altre due squadre. Nella notte tra il 19 e il 20 luglio, Persano venne raggiunto dalla nave trasporto Piemonte con altri 500 uomini di fanteria di marina per completare la forza da sbarco. Al mattino del 20 luglio 1866 la Regia nave Esploratore avvistò la flotta austriaca e Persano ordinò di sospendere le operazioni di sbarco e di compattare le sue navi prima dell’arrivo della forza austroungarica che procedeva in triplice formazione a cuneo.

la prima fase della battaglia di Lissa – da Die Wehrmacht der Monarchie, Moderne Illustrierte Zeitung, Wien, 1914 Lissa1866-01.gif – Wikipedia
Persano divise le sue navi in tre gruppi: in testa, il Principe di Carignano, il Castelfidardo e l‘Ancona al comando del contrammiraglio Vacca; al centro il Re d’Italia, il Palestro e il San Martino ai suoi ordini; infine il Re di Portogallo, il Terribile, il Varese e il Maria Pia affidate al capitano di vascello Riboty. Prima di mezzogiorno la battaglia incominciò con il primo colpo di cannone, sparato dal Principe di Carignano. Il primo gruppo delle navi austriache si incuneò nel varco tra l’Ancona e il Re d’Italia. Nonostante il fuoco delle corazzate italiane sulle navi austriache, Tegetthoff puntò verso la squadra italiana di Persano con il grosso delle sue forze, con l’intento di speronarle. Ma la tempestiva manovra delle unità italiane, che accostarono e defilarono di controbordo, consentì di evitare la collisione, costringendo le navi austriache ad invertire la rotta per ritentare lo speronamento. Contemporaneamente, le navi di von Petz virarono a dritta, continuando il fuoco contro le unità italiane e tentando di prendere contatto con la 2ª Squadra di Albini, che tuttavia restò inspiegabilmente a grande distanza.

la fregata austriaca SMS Erzherzog Ferdinand Max http://www.cityofart.net/bship/sms_ferdinand_max.html Ferd max 1866.jpg – Wikimedia Commons
La Erzherzog Ferdinand Max piombò tra le navi di Persano, e von Tegetthoff si accorse che il Re d’Italia era fermo per un colpo che gli aveva posto fuori uso il timone, troncando gli organi di collegamento con il ponte di comando. L’urto fu tremendo e la Ferdinand Max lo speronò in pieno al centro nave, sfasciandole la fiancata. Il timoniere della nave austriaca si chiamava Vincenzo Vianello e verrà poi decorato con la medaglia al coraggio in oro dall’imperatore Francesco Giuseppe.

Pirofregata Drache Drache 1861.jpg – Wikimedia Commons
Il Palestro, incendiato e non più in condizione di combattere, cercò di allontanarsi inseguito dalla Drache, ma l’unità austriaca venne fermata dall’Affondatore, che s’interpose tra le due navi, cercando di speronare il Drache ed obbligandolo a rinunciare all’inseguimento. Dopo questo scontro la cannoniera italiana riuscì a spezzare l’accerchiamento ma rimase isolata.

l’eroico comandante Faà di Bruno, comandante del Re di Italia Emilio Faà di Bruno – Emilio Faà di Bruno – Wikipedia
Nel frattempo il comandante dell’Ancona, capitano di vascello Piola-Caselli, abbandonato il gruppo navale dell’ammiraglio Vacca, si lanciò nel pieno della battaglia, cercando di portare soccorso al Re d’Italia. Tentò anche di speronare Erzherzog Ferdinand Max, senza però riuscirci. L’Ancona diresse quindi per raggiungere il Re di Portogallo, arrivando sul posto contemporaneamente al Varese ma, a causa del fumo che ormai avvolgeva la zona del combattimento, le due unità italiane entrarono in collisione. Scoppiò il panico. Albini, ancora sotto costa, restò inattivo sul Maria Adelaide, senza sparare un solo colpo di cannone, il contrammiraglio Vacca decise allora di allontanarsi, mentre una cannonata austriaca centrava il Palestro che stava tentando di correre in soccorso del Re d’Italia. Il colpo di cannone provocò un furioso incendio a bordo e l’ammiraglio Persano ordinò al comandante del Palestro, Alfredo Cappellini, di abbandonare la nave ormai completamente in fiamme.

Il comandante Alfredo Cappellini, alla cui memoria fu nominato il brigantino oggi interrato all’interno dell’Accademia Navale di Livorno, ancora fiducioso nelle possibilità di salvataggio della sua unità, decise di restare a bordo per un disperato tentativo di rimorchio. Il cavo si spezzò ed i successivi tentativi di rimorchio non ebbero successo; le fiamme raggiunsero un deposito munizioni che esplose ed il Palestro rimase danneggiato senza speranza. Nell’esplosione e nel successivo affondamento perse la vita il comandante Cappellini, 19 ufficiali e 193 tra sottufficiali e marinai che erano rimasti con lui nella speranza di salvare la nave.
Un dramma nel dramma. Nel frattempo il Kaiser, al comando del Linienschiffskapitän (capitano di vascello) Anton von Petz, dirisse per speronare il Re di Portogallo, comandato da Riboty. Alle 10 del mattino il Kaiser aprì il fuoco, evitando l’attacco dell’ italiano “Affondatore”, riuscendo a speronare alle 11:00 la corazzata Re di Portogallo ma subendo danni alla prua, in coperta ed all’albero di maestra che piombò sul fumaiolo. In pratica, la manovra non riuscì e le due navi si abbordarono violentemente, urtando le fiancate. Il Kaiser dopo l’urto subì i danni maggiori. Persano decise allora di speronarla con l’ariete dell’Affondatore ma la manovra non riuscì e la nave austriaca si sfilò. Pur a prezzo di gravi danni, le navi italiane manovrarono per sottrarsi all’accerchiamento delle navi nemiche senza una regia ben precisa. Nonostante l’arrivo dell’Affondatore, con a bordo l’ammiraglio Persano fu dato l’ordine a Vacca ed alle altre corazzate di attaccare, sottolineando che “ogni bastimento che non combatte non è al suo posto”. Di fatto solo il Re di Portogallo eseguì inizialmente tale ordine. L’Affondatore sparò un singolo colpo (oltre a tutto da un’eccessiva distanza) prima di rinunciare nella sua azione.
Von Tegetthoff diede quindi l’ordine di disimpegnarsi. La battaglia terminò con una chiara sconfitta della neonata Regia Marina italiana, che perse due navi e centinaia di marinai. Col senno del poi, approfittando del disimpegno di Von Tegetthoff, ci sarebbe stata la possibilità di capovolgere lo scontro inseguendo il nemico, ma forse Persano fu frenato dallo stato della sua flotta. Sicuramente molte delle sue navi avevano subito gravi danni e/o quasi esaurito le scorte di munizioni, e l’ammiraglio italiano non se la sentì di rischiare un nuovo scontro contro la flotta austriaca. Persano diede quindi l’ordine di rientrare ad Ancona, inviando solo alcune navi a recuperare i naufraghi. Per assurdo, al suo arrivo in porto, Persano proclamò la vittoria … almeno fino a quando i risultati reali della battaglia non vennero pubblicati: la flotta austriaca lamentava 38 morti, 138 feriti e nessuna unità persa in combattimento, mentre quella italiana sopportava il pesante bilancio di 620 morti, 161 feriti e l’affondamento di due corazzate, il Re d’Italia ed il Palestro.
Lezioni apprese
Von Tegetthoff commentò la sua vittoria con la celebre frase: «Navi di legno comandate da uomini con la testa di ferro hanno sconfitto navi di ferro comandate da uomini con la testa di legno», con la quale volle attribuire la responsabilità della sconfitta all’inettitudine dei comandanti italiani, in particolare dell’ammiraglio Carlo Pellion di Persano. Nella primavera del 1867, l’ammiraglio Persano ed i suoi ufficiali vennero posti sotto processo e molti degradati. La commissione di inchiesta, l’ Alta Corte di Giustizia del Senato, stabilì la sua colpevole inettitudine al Comando per cui fu privato del grado e delle decorazioni e quindi radiato con disonore dalla Regia Marina. Al processo, Persano non tentò di avvalersi dei privilegi di immunità connessi al suo stato di senatore: vi rinunciò fin dalla prima seduta, dopo che il pubblico ministero, Diomede Marvasi, aveva dichiarato che in stato di guerra l’interesse dello Stato era superiore al diritto di immunità. Visse gli ultimi anni in povertà, supportato finanziariamente dalla moglie e dal figlio e da un sussidio che il re Vittorio Emanuele II gli assegnò a titolo personale e in forma riservata.
Le corazzate ancora in efficienza vennero raggruppate in una Squadra d’Operazioni e poste, temporaneamente, al comando di Vacca ad Ancona, mentre le unità in legno furono rimandate a Taranto sotto il comando di Riboty. Al di là delle conseguenze immediate sulla guerra, la battaglia di Lissa influenzò l’architettura navale per vari decenni. Dopo la battaglia, il rostro divenne parte integrante dello scafo di tutte le nuove unità fino alla prima guerra mondiale. Venne poi eliminato solo a seguito dell’evoluzione delle artiglierie quando la possibilità di sparare a bersagli a maggiore distanza rese non più significativo il suo uso. Sebbene la battaglia fu una sconfitta per la neo Regia Marina italiana, la battaglia si svolse in realtà tra forze navali composte da equipaggi italiani. Sulle navi austriache, sia gli ufficiali che i marinai erano in maggior parte Veneti, eredi della gloriosa Marina della Serenissima, che potevano godere di un amalgama vincente a fronte dello strano miscuglio esperienziale della neo Regia Marina italiana.
La vittoria di Lissa fu quindi la vittoria di equipaggi veneti guidati da una mente austriaca. Non a caso, al termine della battaglia, dalle navi austriache si alzò un grido: Viva San Marco … tutt’altro che inneggiante all’Imperatore Francesco Giuseppe. Pesò nel bilancio della battaglia la carenza di una comune formazione formativa degli equipaggi e, soprattutto, degli Ufficiali della Regia Marina italiana. La mancanza di un’amalgama vincente che portò alla nascita, nel 1881, della Regia Accademia Navale di Livorno, dove è ancora conservato un monumento commemorativo della battaglia di Lissa.
Andrea Mucedola
in anteprima la SMS Kaiser sperona il Re di Portogallo, 1866. Dipinto di Eduard Nezbeda, 1911 Eduard Nezbeda lissa.jpg – Wikimedia Commons
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