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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVI SECOLO
AREA: OCEANO ATLANTICO
parole chiave: caracca, Tudor, Enrico VIII, relitto
Oggi navighiamo nei mari turbolenti del XVI secolo quando il Mary Rose, una caracca di 600 tonnellate a quattro alberi, una delle prime navi da guerra inglesi con cannoni posizionati sul ponte di batteria, fu costruita in Inghilterra sotto il regno di Enrico VIII.
.Il Mary Rose, varata nel 1510 a Portsmouth, fu una delle prime navi da guerra progettata appositamente per servire nella English Navy. Per molto tempo si pensò che il nome fosse quello della sorella del Re Enrico VIII d’Inghilterra, Mary, cui l’aggiunta della parola “rose” si riferisse all’emblema della dinastia Tudor (la rosa). In realtà, la caracca fu dedicata alla Vergine Maria, associata alla Rosa Mistica, un’usanza non rara a quel tempo di attribuire alle navi nomi riferiti alla tradizione religiosa. Nel 1536 fu riallestita e portata a circa 700 tonnellate, portando il numero di cannoni imbarcati da 78 a 91. Il riallestimento comportò la costruzione d’un ulteriore ponte, per rendere la nave più pesante (ma anche più alta), in grado di sopportare meglio il rollio col mare grosso. In realtà, questa modifica non fu una cosa saggia. In una simulazione scientifica venne dimostrato che, in condizioni di accostata veloce (come durante uno scontro a fuoco con navi avversarie o con vento teso e mare agitato) la caracca tendeva a sbandare maggiormente sul fianco, probabilmente per l’eccesso di altezza dell’opera morta, portando sotto il livello dell’acqua il ponte inferiore, coi sabordi, ovvero le aperture a murata attraverso la quale sparavano i cannoni di bordo necessariamente aperte per il combattimento.

La Mary Rose affondò il 19 luglio del 1545 durante una battaglia navale contro la flotta francese di invasione nei pressi di Portsmouth, Inghilterra. Gli studiosi pensano che, sebbene il suo equipaggio fosse composto da 200 marinai, 185 soldati e 30 cannonieri, probabilmente nel momento dello scontro si trovavano a bordo molti più soldati, forse 700. Durante lo scontro la nave si inclinò su un fianco ed affondò in meno di 15 metri d’acqua, sotto gli occhi del re Enrico VIII che osservava la battaglia dall’alto del Southsea Castle. La Mary Rose affondò portando con se quasi tutto l’equipaggio (si salvarono solo una trentina di loro). Nelle cronache del tempo, i Francesi affermarono di averla affondata con un colpo di cannone, ma gli Inglesi riferirono che durante la battaglia la nave, sovraccarica, sbandò su un lato facendo penetrare al suo interno acqua attraverso i portelli aperti dei cannoni. Una teoria che fu confermata durante le ricerche archeologiche sul relitto quando furono trovati tutti i portelloni aperti.
Quello che sembra certo è che il motivo per cui gran parte dell’equipaggio perì fu a causa delle numerose reti anti arrembaggio disposte sul ponte di coperta.
Nel XVI secolo, i combattimenti a distanza tra le navi erano piuttosto limitati. L’uso delle armi pesanti era quindi preparatorio all’arrembaggio, spesso per immobilizzare e ridurre la resistenza dell’avversario. Le reti sul ponte di coperta erano usate proprio per impedire al nemico di salire a bordo. In quell’occasione furono invece la trappola mortale per i membri dell’equipaggio che restarono intrappolati a bordo mentre la nave, inclinandosi velocemente sul suo fianco, affondava.
I
tentativi di recupero di recuperare la Mary Rose iniziarono immediatamente dopo l’affondamento quando due navi cercarono di sollevare lo scafo passando dei cavi sui suoi alberi. Il tentativo fu vano e quindi la caracca fu abbandonata a se stessa.
Questo è un dipinto di Mary Rose dopo la sua ricostruzione del 1536. In quel momento trasportava circa 30 cannoni pesanti. Sul ponte principale e sul ponte di batteria di poppa c’erano circa 50 pezzi più leggeri, per un totale di 91 cannoni: 15 di bronzo, il resto in ferro. – da wikimedia commons
Quando la storia della subacquea si incrocia con quella navale
Nel 1836 l’interesse per il recupero del relitto del Mary Rose si risvegliò. I fratelli inglesi Charles e John Deane (1800–1884), l’ultimo noto come The Infernal Diver, inventori del primo scafandro da palombaro, eseguirono le prime immersioni sul relitto della Mary Rose.

Una curiosità
Lo scafandro di Deane nacque per essere usato in ambienti invasi dal fumo e solo in seguito fu trasformato in un sistema per respirare sott’acqua. Come ebbe l’idea? John Deane si trovava in prossimità di una stalla che aveva preso fuoco. Il fumo era tale che non si poteva entrare nella stalla e salvare i cavalli. John si precipitò nella fattoria per trovare dei secchi e trovò un’armatura. Improvvisamente ispirato, afferrò l’elmo e si precipitò verso il fuoco, e inserì la manichetta di una pompa, tra l’altro non in grado di pompare acqua, nell’elmo. In quel modo riuscì a respirare aria fresca, libera dai fumi, entrare nel fienile e salvare tutti i cavalli. All’epoca John aveva solo diciotto anni. I due fratelli ottennero un brevetto per uno scafandro per poter entrare in locali invasi da fumo. L’apparato brevettato consisteva in un elmo di rame leggero, dotato di finestre di vetro per poter osservare l’esterno, con una corazza corta rivettata su una giacca di pelle. Due tubi erano fissati all’elmetto sul retro: uno che portava l’aria che veniva pompata da un soffietto e l’altro che, scorrendo lungo il corpo fino alle caviglie, toglieva l’aria espirata. Quando i fratelli Deane portarono la loro invenzione alle compagnie di assicurazione antincendio nessuno si mostrò interessato. John ebbe un’idea: se il casco poteva essere usato in stanze piene di fumo, perché non usarlo sott’acqua. All’epoca la maggior parte del lavoro di salvataggio era fatto con campane subacquee ed erano estremamente ingombranti. Quello che accadde dopo lo potete immaginare ma lo racconteremo un’altra volta.
Il relitto era stato ritrovato da un peschereccio che lo aveva incocciato nelle sue reti ed i fratelli Deane, reduci dei successi dei recuperi effettuati sul relitto del Royal George, nel 1836 e nel 1840 recuperarono i primi manufatti tra cui cannoni in ottime condizioni. John Deane scese per dare un’occhiata e trovò in pochi metri d’acqua il relitto ed un grosso cannone di bronzo.
Quando fu sollevato, conteneva un’iscrizione che mostrava che si trattava di un cannone di bronzo fuso nel 1542 da una fonderia italiana (Arcanus de Arcanis di Cesena) per il re Enrico VIII. Nonostante questi indubbi successi, l’Ammiragliato non si mostrò particolarmente interessato a continuare il recupero e le operazioni furono sospese. Fu così che nel tempo la posizione del Mary Rose andò di nuovo persa. Riscoperto nel XX secolo da un Dipartimento della Royal Navy che stava studiando una carta nautica del 1841, venne identificato il punto in cui i Deane avevano scoperto il relitto. Erano gli anni ’60 in cui il progresso tecnologico offriva nuovi strumenti di ricerca, un tempo impensabili.

Negli anni ’60 l’area fu quindi sottoposta a numerose ricerche utilizzando un sonar a scansione laterale (side scan sonar) che rivelò nella zona esplorata molte anomalie acustiche che potevano far presagire la presenza di un relitto. Nel 1969 e nel 1970 gli archeologi subacquei utilizzarono dei getti d’acqua per effettuare degli scavi campione nel fondale ma le condizioni di scarsissima visibilità resero complesse le ricerche. Fu a seguito di una forte marea sigiziale, il 1 maggio 1971, che la Mary Rose fu finalmente riscoperta, possiamo dire per caso, da un sommozzatore che scoprì le costolature della nave a circa 120 metri di distanza dallo scavo. Il relitto si trovava in un’area di circa 40 per 30 metri, con i resti lignei ancora sepolti sotto un misto di argilla, fango e limo ad una profondità di circa quattro metri. Lo scafo del relitto appariva sbandato sul lato di dritta, ed inclinato 60 gradi sulla verticale. Tutta la parte aerea appariva distrutta ma, sotto il sedimento, le strutture sembravano ancora in eccellente stato di conservazione. Iniziarono così le operazioni di recupero: inizialmente dagli artefatti nei suoi interni, e poi dalla struttura stessa, operazioni che rivelarono l’eccezionale stato di conservazione della nave. Si progettò quindi il suo sollevamento, trasferimento, conservazione ed esposizione museale a Portsmouth, proprio la città dove la caracca era stata costruita nel XVI secolo. Nel 1979 la nave di salvataggio Sleipner, la stessa nave che era stata usata per recuperare la nave da guerra svedese Vasa, fu ormeggiata sopra il sito del relitto per effettuare l’operazione.

Un’enorme griglia di tubi d’acciaio fu posata sull’intero sito, suddividendolo in ampie aree di scavo di tre piedi. In realtà questa griglia non fu utilizzata per la sua mappatura, ma per l’orientamento, consentendo così ai subacquei di raggiungere il luogo assegnato nel modo più rapido e sicuro possibile, considerando la torbidità delle acque, spesso con visibilità minore di un metro. Furono utilizzate delle telecamere subacquee in quanto più efficienti dell’occhio umano in condizioni di scarsa visibilità. Inoltre, quattro transponder, strumenti in grado di inviare e ricevere segnali acustici sott’acqua, furono posizionati ad intervalli regolari lungo un lato del sito. Nel giugno del 1982, lo scafo era stato vuotato delle sue parti interne e liberato dal fondo del mare. Bulloni d’acciaio furono fatti passare attraverso lo scafo in 170 punti selezionati. A questi bulloni furano collegati cavi di ferro a loro volta fissati ad un grande telaio di sollevamento rettangolare posto sul sito.

Finalmente, nell’ottobre del 1982, lo scafo fu leggermente sollevato dal fondo del mare e riposto in una culla sagomata rivestita con cuscini a sacca d’acqua. Quindi il tutto fu sollevato in superficie tramite una grande gru posta su un pontone galleggiante e deposto in una grande chiatta che fu rimorchiata a Portsmouth. L’operazione coinvolse direttamente oltre 500 persone nel lavoro di scavo tra cui anche il Principe Charles, che si immerse più volte per lavorare in prima persona sul relitto. Alla fine furono recuperati più di 17.000 oggetti. Una volta nel bacino di carenaggio di Portsmouth, fu risciacquato in acqua dolce per eliminare il sale e quindi trattato con glicole polietilenico (PEG).
La Mary Rose è per lo più ridotta ad una perfetta sezione verticale longitudinale, dovuta all’azione della teredine (Teredo navalis) che ha distrutto il fianco di babordo (sinistro) che non era adagiato sul fondale. Ciononostante l’eccezionalità del ritrovamento consiste nella conservazione di ben quattro ponti della Mary Rose: ponte di stiva, il ponte delle batterie delle armi, il ponte di coperta, posto tra il castello di poppa e il castello di prua e, non ultimo, una piccola porzione del ponte più basso del castello di poppa. Tutti gli artefatti ritrovati al suo interno durante il recupero iniziale erano in eccellenti condizioni e mostravano uno spaccato straordinario dell’epoca Tudor. Vasellame, stoviglierie, oggetti di valore ma anche di vita quotidiana. Più di 600 uomini morirono su quella nave e furono recuperati al suo interno diversi resti umani (alcuni furono ricostruiti con le tecniche della polizia scientifica). Fra di essi anche lo scheletro di un cane, forse la mascotte della nave.
Il ponte di stiva
Nel ponte di stiva fu ritrovato un focolare con una grande griglia di ferro, quattro grandi calderoni, legna per cucinare, piatti, ciotole e boccali di legno. Chiaramente questa era l’area di cambusa dove l’equipaggio consumava i suoi pasti.

George Carew, vice ammiraglio della Marina Reale inglese
Gli ufficiali utilizzavano stoviglie e boccali in peltro, molti dei quali riportavano le iniziali G.C., George Carew, il vice ammiraglio della Marina Reale. A prua del ponte di batteria c’era un gavone per i cannoni, inclusi carrelli, ruote e assi. Dopo l’albero di maestra c’erano gli armadietti di per l’equipaggio. Sul ponte furono ritrovate anche quattro cabine. Due cabine erano destinate al chirurgo barbiere ed al dispensario, mentre le altre appartenevano al chirurgo principale e al suo assistente. A poppa di quel ponte c’erano due cabine per gli ufficiali di basso rango, uno dei quali era probabilmente il falegname della nave. Altre cabine erano situate sotto il castello di prua.

una siringa dell’epoca, non il massimo dell’igiene
Nella sala operatoria fu ritrovata una grande cassa, cinque flaconi in terracotta, rotoli di medicazione chirurgica, piatti ed un scaldavivande in peltro, una grande ciotola ed una pietra per affilare gli otto rasoi, nove scatole di legno contenenti unguenti e grani di pepe (usati per espellere i gas e curare la tonsillite), e siringhe in ottone e peltro. Un’interessante testimonianza dell’importanza che veniva data a bordo delle navi di epoca Tudor alle cure sanitarie dell’equipaggio, che veniva coinvolto negli scontri sanguinosi in mare.
Le armi di bordo
I cannoni di bordo erano in ferro ed una minima parte in bronzo. Questi ultimi erano fusi, mentre quelli di ferro erano fabbricati saldando insieme delle parti in ferro, poco affidabili perché, non essendo realizzati in unica fusione come quelli in bronzo, era possibile che la palla di cannone otturasse la canna facendola scoppiare. I cannoni realizzati in ferro battuto erano realizzati con cerchi e barre, proprio come una botte di legno. Le barre erano saldate insieme ed i cerchi tenevano insieme le doghe … ma non erano completamente affidabili in quanto le saldature erano deboli. Il foro della miccia non era sufficientemente stretto per cui poteva accadere che la polvere innescata sfogasse attraverso il foro, causando un’esplosione. I cannoni di bronzo erano invece più precisi e sicuri di quelli in ferro ma presentavano un grosso svantaggio: erano molto lunghi e dovevano essere riportati in posizione dopo aver sparato.

Un cannone in bronzo fuso (davanti) e un pezzo di babordo in ferro battuto (dietro), riproduzioni moderne di due cannoni che erano a bordo della Mary Rose, in mostra a Fort Nelson vicino a Portsmouth
Sul ponte principale della Mary Rose c’era ancora un cannone. Il resto era stato probabilmente rimosso. C’era anche un cannone sul castello di poppa. Al di sotto, c’erano due postazioni di cannoni, ma ne fu trovato uno solo.
Esistevano anche piccoli cannoncini che venivano agganciati al parapetto della nave, per impedire il rinculo, e sparare sul ponte del nemico. Venivano precaricati con oggetti in metallo (chiodi, residui di lavorazioni, pallettoni) o anche pietre e usati come dei fucili per colpire gli avversari. Questi piccoli cannoncini erano curiosamente chiamati “murderer“, assassino.
Strumenti nautici e di vita quotidiana
Il Mary Rose si rivelò essere un eccezionale contenitore di strumenti nautici dell’epoca Tudor, perfettamente conservati tra i fanghi del fondale. Tra gli strumenti di navigazione scoperti a bordo, due coppie di compassi, un goniometro in ardesia ed una splendida meridiana tascabile.

Durante lo scavo furono ritrovate anche molte armi individuali: spade, coltelli ma anche i famosi archi inglesi. La Mary Rose trasportava degli arcieri che probabilmente scagliavano le loro micidiali frecce dall’alto verso le navi nemiche. La lunghezza media degli archi recuperati dal relitto della Mary Rose è di 75 cm. Non c’è da meravigliarsi della loro presenza a bordo. Anche in seguito, nel 1588, la milizia fu richiamata in attesa di un’invasione da parte dell’Armada spagnola e includeva molti arcieri nelle sue fila: la milizia del Kent, ad esempio, aveva 1.662 arcieri su 12.654 uomini. Curiosamente, il primo libro sul tiro con l’arco long bow fu il Toxophilus di Roger Ascham, pubblicato per la prima volta a Londra nel 1545 e dedicato al re Enrico VIII. Altri manufatti ritrovati erano oggetti di vita comune: scarpe, stivali, scarafaggi, lenze da pesca, copertine di libri, tavola da backgammon, dadi da osso, pezzi di domino, fischietti di legno, pipe e strumenti musicali. Fotografie di una tragedia di cinque secoli orsono nelle fredde acque della Manica. .In sintesi, un tesoro storico e culturale di eccezionale valore che ha aperto una finestra sulla marineria britannica del XVI secolo.
Andrea Mucedola
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Molto bello il sito, bella la storia e racconto della Mary Rose, mi è sembrato di rivivere Passato con le storie che un mio cugino all’epoca ufficiale di marina mi raccontava quando veniva in licenza e non vedevo l’ora di andare a casa sua a sentirlo e a vedere tutti i quadri navali appesi alle pareti abitavamo anche vicini 50mt si chiamava Antonello Consoli , comandante Consoli.