tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Beffa di Buccari, Gabriele D’Annunzio, Costanzo Ciano
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Quando l’Italia entrò in guerra il 24 maggio 1915 la giovane regia marina italiana e la marina imperiale austro-ungarica non si differenziavano molto dal punto di vista capacitivo ma la seconda aveva dalla sua la possibilità di sfruttare per le proprie navi le basi lungo le coste dell’Adriatico orientale. Si potrebbero scrivere molte sulle strategie prudenziali adottate. Forse la Regia Marina italiana ricordava ancora la tragica battaglia navale di Lissa avvenuta il 20 luglio 1866 che, in realtà, più di una vittoria navale austriaca era stata l’ultima degli equipaggi della Serenissima in quanto la flotta Austriaca era composta quasi completamente da equipaggi provenienti dal Veneto, dal Friuli, dall’Istria, dalla Dalmazia, oltre che da Trieste, e tutti gli ufficiali si erano formati presso la I.R. Scuola del Collegio Navale di Venezia.

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Il disastro di Lissa: il SMS Kaiser sperona la Re del Portogallo quadro di Eduard Nezbeda sulla battaglia di Lissa- Fonte Wikipedia

In quello scontro navale, l’abilità tattica di Tegetthoff valorizzata dalla capacità dei marinai Veneti consentì alla marina Austro-Veneta una vittoria meritata. Ma oltre alla sconfitta navale pesarono maggiormente le celebri parole dell’ammiraglio Willelm von Tegetthoff, scritte sul “Brogliaccio” di bordo della “Ferdinand Maximilian”: “Uomini di ferro su navi di legno, hanno sconfitto uomini di legno su navi di ferro”. Lissa fu un disastro per la Regia Marina che dovette subire forti restrizioni economiche nel bilancio e, soprattutto, subire un clima di sfiducia che comportò per la Forza armata un fermo inaccettabile considerando la sua indispensabilità per un Paese essenzialmente dipendente dal mare data la posizione geografica centrale nel Mediterraneo e la necessità di proteggerne il litorale. Si dovette arrivare al 1877 con il ministro Benedetto Brin per ottenere un aumento crescente degli stanziamenti che nel 1890 consentì all’Italia di ricoprire il terzo posto tra le maggiori flotte mondiali. Di fatto ci vollero dieci anni perché la Regia Marina tornasse a dotarsi di navi moderne, realizzate grazie a brillanti ingegneri navali come Cuniberti e Masdea, anche se in numero limitato a causa delle necessità di bilancio del giovane paese. La guerra italo-turca fu il primo vero banco di prova per la nuova flotta, che fu poi schierata nella prima guerra mondiale. Va premesso che un nuovo salto di qualità si dovette all’ammiraglio Paolo Thaon di Revel che ordinò un riordino generale dell’Arma, necessario per rimediare alle gravi carenze sia dei mezzi che dell’addestramento del poco personale.

La Regia Marina italiana si trovò quindi ad affrontare la I guerra mondiale contro la flotta austro-ungarica con unità sotto un certo aspetto obsolete, per cui decise di adottare una strategia di sorveglianza dell’Adriatico, in particolare nel suo punto d’accesso all’altezza del Canale d’Otranto, per impedire il rifornimento via mare dell’Impero d’Austria-Ungheria. Questo, secondo la logica dello Stato Maggiore italiano avrebbe alla fin fine costretto gli Austriaci a cercare un forzamento del Canale d’Otranto rendendo la loro flotta preda dei mezzi veloci italiani. In estrema sintesi, nell’Alto Adriatico la Regia Marina decise di controllare con mezzi leggeri e sommergibili le principali basi marittime austriache di Pola e Cattaro, effettuando attacchi mirati nei loro porti con mezzi veloci e bene armati come i MAS ed innovativi come le torpedini semoventi (dette mignatte) che avrebbero poi ispirato lo sviluppo dei siluri a lenta corsa. I MAS erano motoscafi equipaggiati con una mitragliera pesante, siluri e bombe anti-sommergibile, e, grazie alle ridotte dimensioni, potevano raggiungere un’alta velocità grazie a motori entro-fuoribordo di concezione automobilistica, di grande potenza ed efficienza, ad iniezione diretta, ovviando in tal modo ai problemi di carburazione del motore dovuti alla scarsa raffinazione del benzene usato come carburante. La loro manovrabilità consentiva di infilarsi tra le navi maggiori avversarie effettuando azioni anche in acque ristrette. Questo li rendeva temibili in un’epoca in cui la scoperta degli avversari era principalmente ottica.

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Il MAS 96 nel “Vittoriale degli Italiani” a Gardone Riviera – autore Olona MAS 96 2.jpg – Wikimedia Commons

Dopo questa necessaria premessa, oggi 11 febbraio voglio ricordare l’azione bellica nella Baia di Buccari, all’interno di uno stretto canale in prossimità delle principali basi avversarie. Il 9 gennaio 1918 l’ammiraglio Luigi Cito emanò le direttive con foglio d’ordini 148 RR. P ed il giorno seguente l’ammiraglio Casanova, comandante della Divisione Navale di Venezia, emanò gli ordini dettagliati per l’esecuzione dell’operazione contro la baia di Buccari. A causa delle avverse condizioni meteorologiche la missione venne però rinviata fino al 4 febbraio, quando una ricognizione di un idrovolante su Pola, Fiume e Buccari segnalò la presenza di quattro unità nemiche nella rada di Buccari; così la missione fu rinviata al 7 febbraio. Le unità designate all’operazione furono il MAS 94 (sottotenente di vascello CREM Andrea Ferrarini), il MAS 95 (tenente di vascello complemento Odoardo Profeta De Santis) e il MAS 96 (capitano di corvetta Luigi Rizzo) con, a bordo, il comandante della missione capitano di fregata Costanzo Ciano e Gabriele D’Annunzio. Si trattava di comandanti esperti, in particolare Luigi Rizzo e Andrea Ferrarini che, con i MAS 9 e 13, avevano il 10 dicembre 1917 affondato la corazzata austro-ungarica Wien nel porto di Trieste.

Durante il trasferimento sarebbero stati protetti da tre gruppi navali, strategicamente dislocati:

1º gruppo (capitano di fregata Pietro Lodolo) composto dall’esploratore Aquila e dai cacciatorpediniere Acerbi, Sirtori, Stocco, Ardente e Ardito; le unità dovevano ancorarsi a Porto Levante e tenersi pronte ad intervenire su ordine del comando in capo di Venezia.

2º gruppo (capitano di fregata Arturo Ciano) composto dai caccia Animoso, Audace e Abba, che dovevano rimorchiare i MAS fino a 20 miglia a ponente dell’isola di Sansego (punto “O”); qui avrebbe ceduto a rimorchio i MAS alle torpediniere e si sarebbe riposizionato a una distanza di 50 miglia da Ancona per fornire assistenza ai MAS nella fase di rientro.

3º gruppo (capitano di corvetta Matteo Spano) composto dalle torpediniere 18 P.N., 13 P.N. e 12 P.N., che avrebbe rimorchiato i MAS fino alla congiungente Punta Kabile di Cherso – Punta Sant’Andrea (punto “A”) ovvero per tutto il percorso tra le due coste adriatiche e per circa 25 miglia attraverso canali ristretti tra le isole nemiche per arrivare notte tempo in posizione di lancio contro i quattro mercantili alla fonda.

Non ultimo, il sommergibile F5 sarebbe rimasto in agguato in un’area di 15 miglia a ponente di Pola e il sommergibile F3 15 miglia a sud di Capo Promontore.

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Alle ore 22:15, giunti in prossimità del punto previsto, i MAS lasciarono i rimorchi mentre le motosiluranti diressero per il rientro. I tre motoscafi iniziarono quindi la penetrazione del canale di Faresina e, giunti ad un miglio dalla costa, spensero i motori a scoppio per azionare quelli elettrici. Alle 0:35 i MAS giunsero all’imboccatura della baia di Buccari senza incontrare ostruzioni e individuarono gli obiettivi, tre piroscafi da carico e uno passeggeri. Dopo essere stati assegnati gli obiettivi, alle 01:20 i MAS si diressero verso i piroscafi, lanciando i loro siluri ma, di sei solo uno esplose, probabilmente per il fatto che le unità erano protette da reti anti siluri. Allo scoppio del siluro, i MAS, ormai scoperti dalle difese foranee austriache, presero la via del rientro e, giunti al punto di riunione prestabilito, rientrarono ad Ancona alle 7:45. Prima del rientro, tre bottiglie suggellate dai colori nazionali furono lasciate su galleggianti nella parte più interna della baia di Buccari con, all’interno, un messaggio scritto da Gabriele D’Annunzio, un fatto che dette all’azione l’appellativo di “beffa di Buccari”. Il testo dei volantini lasciati in mare riportava il seguente messaggio:

«In onta alla cautissima Flotta austriaca occupata a covare senza fine dentro i porti sicuri la gloriuzza di Lissa, sono venuti col ferro e col fuoco a scuotere la prudenza nel suo più comodo rifugio i marinai d’Italia, che si ridono d’ogni sorta di reti e di sbarre, pronti sempre a osare l’inosabile. E un buon compagno, ben noto – il nemico capitale, fra tutti i nemici il nemicissimo, quello di Pola e di Cattaro – è venuto con loro a beffarsi della taglia».

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La scelta di Buccari, sotto un certo aspetto una modesta rada con una presenza non significativa dal punto di vista bellico, era stata ottimale al fine di ottenere un risultato propagandistico. Non a caso era stato imbarcato Gabriele D’Annunzio che si riteneva avrebbe avuto un ruolo fondamentale nel propagandare l’impresa, anche rendendo noto il suo messaggio lasciato nelle tre bottiglie … in altre parole fu una vera beffa. Gli Austriaci restarono sorpresi dalla pervietà delle loro basi in caso di attacco da parte del nemico e soprattutto dall’audacia dimostrata dai marinai italiani per cui dovettero immediatamente rivedere e potenziare i loro sistemi difensivi. L’obiettivo propagandistico ricercato fu raggiunto e in Italia ebbe il massimo successo grazie alla risonanza mediatica sapientemente ottenuta, specialmente in una fase della guerra in cui tra tanti dolori gli aspetti psicologici stavano acquistando sempre più importanza.

Andrea Mucedola

in anteprima il MAS n° 9 comandato da Luigi Rizzo al rientro a Venezia dopo aver forzato il Porto di Trieste affondando la SMS Wien MAS N9.jpg – Wikimedia Commons

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