Stati Uniti e Israele attaccano l’Iran con le operazioni “Furia Epica” e “Ruggito del leone”

Andrea Mucedola

28 Febbraio 2026
tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MEDIO ORIENTE
parole chiave: IRAN, Stati Uniti

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Dire che era una cosa inattesa sarebbe un’ipocrisia. L’attacco statunitense ed israeliano al regime dello Ayatollah ed alle sue forze armate di regime è iniziato stamattina, a seguito del completamento nell’area dell’ultimo gruppo portaerei.

Dove si fermerà?
Le notizie sono frammentarie … si parla di un numero di attacchi limitati ma anche mirati ad obiettivi sensibili, colonne di fumo che non dicono molto sugli esiti effettivi, fuga dei vertici politici in collocazioni sicure (anche se nell’ultima ora si vocifera che Khamenei sia morto in un attacco), oscure ipotesi di cambiamento di regime … gli allarmi si sono diffusi in tutta la regione per eventuali contro attacchi iraniani. Le esperienze precedenti hanno mostrato che l’efficienza iraniana di poter offendere in profondità sia limitata ma nulla può assicurare che con un lancio massiccio un missile non possa colpire obiettivi sensibili. Parlare di numero di missili in gioco fa molto media ma una guerra ad alta intensità, come sembra essere stata presentata, insegna che il significato dei numeri non è così significativo. Farà forza la capacità e la precisione di targeting, sicuramente maggiore per  Stati Uniti e Israele. Al di là di lanci massicci di missili, razzi e droni, l’Iran potrà giocare sulle disponibilità della guerra ibrida, che non gli mancano. In parole semplici, più di questa fase dovremo preoccuparci della prossima.  

Le domande sulla rete si rincorrono per comprendere se un’escalation nella Regione possa coinvolgere anche altri Paesi occidentali. Non dimentichiamo che molti Paesi hanno una presenza militare nella Regione, a seguito delle guerre del secolo scorso, al fine di mantenere la libera navigazione marittima lungo le rotte forse più sensibili a livello commerciale della regione.

Nelle prime ore di questa mattina, 28 febbraio 2026, il ministro della Difesa israeliano Katz ha annunciato che “Israele ha lanciato un attacco preventivo contro l’Iran per rimuovere le minacce nei suoi confronti”, ed ha dichiarato “lo stato di emergenza immediato”. L’operazione congiunta è stata definita da Trump una major combat operations, una definizione ben chiara che implica una serie di azioni condotte dalle forze di combattimento di una o più Forze Armate, coordinate nel tempo e nello spazio, per raggiungere obiettivi strategici o operativi in un’area operativa. Non si tratterebbe quindi di una semplice ritorsione o un attacco preventivo come alcune fonti hanno riportato ma di un attacco congiunto israeliano e iraniano contro il regime di Teheran. Nonostante i tentativi di Trump di fermare il programma nucleare iraniano, le sue ultime laconiche dichiarazioni in merito, “Non l’avranno mai”, rivolgendosi al popolo iraniano a favore del regime di deporre le armi in cambio di immunità e di prendere il controllo del governo. 

Alle 08:20 il New York Times ha riportato che decine di attacchi Usa erano stati lanciati con aerei da basi in Medio oriente e dalle portaerei. Dopo pochi minuti (alle 08:30) il presidente Trump annunciava ai media l’avvio di una grande operazione contro il regime iraniano, promettendo di eliminare tutti i missili e le industrie belliche. Un’operazione maggiore definita però da Israele in maniera diversa, in quanto Tel Aviv parla di un’azione della durata di quattro giorni (quindi non comparabile). Su Truth, il sociale di Trump, Trump ha sottolineato come questa decisione è stata obbligata dal rifiuto del Regime di “rinunciare alla sue ambizioni nucleari”. Un invito alla rivolta del popolo oppresso iraniano sottolineato anche dalla dichiarazione di Reza Pahlevi, figlio esule dell’ultimo Scià che ha commentato su X che “Si tratta di un intervento umanitario, e il suo obiettivo è la Repubblica Islamica, il suo apparato repressivo e la sua macchina di morte; non il grande Paese e la nazione iraniana. Ma, nonostante questo aiuto, la vittoria finale sarà comunque nostra. Saremo noi, il popolo iraniano, a portare a termine questa battaglia finale. Il momento di tornare in piazza è vicino”. Un invito che Trump ha benedetto sottolineando il suo impegno per un cambio di regime nel Paese, e dichiarando che “L’America vi sostiene con una forza schiacciante. È il momento di agire. Non lasciatevelo sfuggire”.

Cosa sta succedendo?
Le notizie delle ultime ore sono frammentarie … sembrerebbe che ci siano state numerose esplosioni sugli obiettivi iraniani con “gravi perdite tra le forze di sicurezza locali, con decine di morti e feriti tra le fila delle Guardie Rivoluzionarie, tra cui alcune figure chiave”. La risposta iraniana si è espressa con il lancio dalle sue “note” piattaforme do lancio di missili contro Israele e obiettivi strategici americani nel Golfo. Ovviamente lo spazio aereo è stato chiuso (come evidenziato dalla situazione di FlightRadar24). Gli attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo che ospitano militari statunitensi ha causato risposte decise dal mondo arabo che più volte aveva cercato di alleggerire la tensione nel Golfo. L’Arabia Saudita ha dichiarato che “si riserva il diritto di rispondere” agli attacchi dell’Iran in ritorsione per i raid americani. Dichiarazioni forti anche dagli Emirati, dal Qatar e dagli altri Paesi.

Notizie che alzano però il livello di apprensione nei Paesi vicini che potrebbero essere coinvolti dall’Iran per alzare la tensione nell’area. Significativo nella mattinata l’attacco dei miliziani Houthi contro delle cisterne nella zona industriale di Mussafah, Abu Dhabi, dove sembrerebbe che tre persone siano morte (un cittadino pakistano e due indiani) e altre sei siano rimaste ferite nell’esplosione di questa mattina. Notizia poi modificata con la morte di un solo cittadino asiatico ed un numero non chiaro di feriti. L’attacco sarebbe stato scagliato da miliziani Houthi, fedeli proxy del regime di Teheran, dallo Yemen con un drone. Altri attacchi iraniani e dei suoi proxies sono stati perpetuati contro il Kuwait, il Qatar e la base della V flotta in Bahrain a Al Manama. Consideriamo che circa 30.000 militari americani sono dislocati nella Regione.

Un’immagine estratta da un filmato permette, con una ragionevolezza sicurezza, di identificare il drone che ha colpito l’Hotel Fairmont di Dubai … Potrebbe essere uno Shahed, un drone ampiamente usato dai Russi in Ucraina e dai proxy Houthi contro Israele e l’Arabia Saudita, che ha una caratteristica forma alare a delta. La fusoliera, centrale, nella sua parte posteriore, ospita il motore e l’elica a due pale da esso azionata; nella parte anteriore sono invece presenti la testata esplosiva e l’ottica necessaria per condurre un attacco quanto più preciso possibile. Il drone è lungo circa 3,5 metri, mentre la sua apertura alare arriva a 2,5 metri nella parte posteriore, in grado di portare un carico utile di 40 kg dell’esplosivo trasportato. Una caratteristica dell’arma è la possibilità di lancio in sworm (ovvero più droni in sequenza) percorrendo una distanza fino a 2500 km a una velocità massima di 185 km/h. Il drone segue la sua rotta utilizzando delle coordinate glonass introdotte prima del lancio per poi volare in finale in maniera autonoma puntando verso l’obbiettivo fisso ad una quota molto bassa e a una velocità relativamente elevata, cosa che lo rende difficilmente individuabile da parte delle difese antiaeree nemiche. L’attacco a Dubai potrebbe essere casuale (errore di programmazione) in quanto in prossimità dello stesso esiste un area portuale con interessi statunitensi.

Per quanto riguarda l’Italia, alle 09:25, il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha convocato una riunione telefonica con il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari Esteri, Antonio Tajani, il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, e il ministro della Difesa Guido Crosetto per fare un punto della situazione. Di certo molti italiani vivono nella regione per cui si consiglia, per chi non lo avesse fatto, di iscriversi al più presto all’Aire presso i consolati italiani al fine di essere avvisati in caso di emergenze.

Continueremo a tenervi informati … nella considerazione già espressa in passato che una crisi nell’area marittima di Hormuz (vedi immagini satellitare), il choke point geopoliticamente più rischioso della regione, avrebbe ricadute economiche e di sicurezza per tutto il mondo occidentale.
Andrea Mucedola
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