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livello elementare.
ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MEDIO ORIENTE
parole chiave: Iran, Stati Uniti, Israele
La domanda che molti analisti si pongono sono molte: perché ora o “solo” ora? Non ci avevano detto che il potenziale industriale nucleare iraniano era stato distrutto? Se si, chi li ha aiutati a ricostruire il tutto velocemente? Perché attaccare l’Iran in maniera massiccia abbandonando i tentativi, ahimè a dire il vero da tempo inutili, di avere un accordo sul nucleare e sulla “democrazia” per il popolo di questo grande paese mediorientale?

presenza di basi statunitensi nell’area – gentile concessione ©2026 Fonte Institute for the Study of War
Le risposte sono complesse … l’attacco all’Iran, Operation Epic Fury per gli USA o Roaring Lion per Israele, come abbiamo già scritto, era nell’aria da tempo. Se qualcuno abbia aiutato il Regime a ricostruire a tempo di record le loro strutture per l’arricchimento dell’Uranio, come trapelato dalle fonti statunitensi, forse non lo sapremo mai. Certamente dopo l’estate scorsa l’Iran ha continuato a far parlare di sé, attraverso le notizie trapelate sulla anacronistica politica degli Ayatollah, rafforzatasi nel tempo con l’eliminazione di tutte le fazioni interne desiderose di uno sviluppo sociale più equo, dove i diritti umani venissero garantiti a fronte del secolarismo religioso del regime. A tal riguardo ricorderete un mio precedente articolo in cui avevo riassunto in breve la storia recente di quello splendido Paese, un cammino fatto di sogni infranti, di sangue, di giovani vite spezzate per l’affermazione di una teocrazia che forse alla maggior parte dei musulmani stava stretta. Ne ho avuto conferma in un mio lungo periodo nel Golfo (l’ultimo prima del mio congedo) in cui incominciai a comprendere da vicino le dinamiche del mondo arabo nella regione … amici sciti e sunniti mi raccontavano, con non poca apprensione, gli eventi nei Paesi del Golfo, paventando la possibilità di un nuovo conflitto a causa della politica di Teheran. Non ultima la minaccia ricorrente di chiudere per lungo periodo lo stretto di Hormuz, una azione che innescherebbe meccanismi economici contorti con forti (spesso non immediatamente motivati) aumenti dei prezzi dell’energia, costi di assicurazione e spedizione più elevati con reazioni spropositate degli investitori ma anche degli Uomini della strada.
Si poteva evitare una simile escalation?
Forse si ma ciò che ha influito nella decisione di dare un colpo decisivo al regime di Khamenei è stato un insieme di circostanze legate sia alla politica iraniana in sostegno di paesi proxy nel Medio Oriente, con l’invio di armi e azioni combinate ad organizzazioni come Hezbollah, Hamas e Houthis al fine di effettuare attacchi contro Israele ed i suoi alleati, sia l’ostinazione ad un programma non chiaro nucleare.

a lato, serie di batterie hezbollah – da Wikipedia
Una situazione esplosiva che da sempre ha comportato problemi nel Golfo, in particolare per il traffico marittimo … ricordo le mine di agosto, la guerra delle petroliere, i tentativi di sabotaggio ai mercantili e, non ultimi, gli attacchi contro il traffico commerciale marittimo nel Mar Rosso. Atti di guerra a distanza che suscitano opinioni discordi nei lettori che, come bandiere al vento, si schierano da una parte all’altra, senza rendersi conto del reale impatto economico che queste azioni causano; non ultimi gli aumenti dei costi dei prodotti energetici (gas e petrolio) ma anche di generi di consumo di tutti i giorni come il caffè ed il cioccolato, legati alla necessità di deviare il traffico mercantile intorno all’Africa, con un aumento dei costi sia di trasferimento che assicurativi. Per quanto riguarda Hormuz la situazione è ancora più grave: il Financial Times ha stimato un aumento del 50% di costi e, nel frattempo, una prima petroliera è stata già colpita. La dichiarazione di Trump, che lo stretto di Hormuz non è chiuso, lascia perplessi … basta osservare la situazione reale su siti come Marine Traffic … il rischio di essere attaccati da un drone e da un missile è altissimo e poi c’è l’incognita delle mine navali, e non sarebbe la prima volta.

a seguito del blocco di Hormuz il traffico internazionale è ammassato nel Golfo o al di fuori in attesa che si chiarisca la situazione – Fonte Marine Traffic – situazione 1 marzo 2026
Tutto il traffico? Se le navi russe e cinesi, spesso utilizzando bandiere ombra, hanno continuato i loro commerci in Mar Rosso in maniera plateale, a volte mostrando a poppa cartelli che ne indicavano la nazionalità, questo stratagemma non è fattibile nel Golfo in quanto il blocco dello stretto, già dichiarato, colpirà indistintamente tutti, compresa la Cina, forse la vittima maggiore di questa situazione in quanto dipende per il 40% per gli approvvigionamenti petroliferi da quell’area. Una situazione che quindi colpirà fortemente Pechino. Come reagirà il Dragone? Per ora risponde con dichiarazioni di circostanza ma nei prossimi giorni lo scopriremo.

la deviazione del traffico aereo permane, di fatto isolando gli Emirati Arabi Uniti e molti Paesi del Golfo – Fonte FlightRadar24 – situazione 1 marzo 2026
Questa situazione drammatica può essere giudicata, a seconda delle simpatie, in maniera diversa: c’è chi vede la difesa estrema di un popolo sovrano schiacciato dall’imperialismo occidentale che viola la sovranità nazionale (ma ci si dovrebbe anche chiedere come giustificare le violenze di quel Paese che nell’ultimo mese hanno contato più di 30.000 morti tra gli avversari del regime), chi invece ritiene che sia la logica e triste conseguenza di un mondo senza un ordine stabilito; l’ennesima ricerca di un new world order – tutt’altro che scontato – che va ben oltre il desiderio anacronistico di grandezza delle Grandi Potenze.

In questo fandango, dopo anni di incertezze, gli Stati Uniti stanno affrontando una crisi economica senza precedenti; il fenomeno Trump non è casuale ma la logica conseguenza di politiche evanescenti, inconsistenti e non realisticamente sostenibili che trovano le loro radici nelle gestioni precedenti, da Obama fino a Biden. Trump, pur nella rozzezza dei modi, ha in realtà un fine ben preciso e tutt’altro che improvvisato. Non c’è improvvisazione … se Trump è il leader colorito e folkloristico (that’s all folk) che ci mette la faccia ponendosi contro tutti, i suoi sherpa preparano il copione, tessendo una tela di realpolitik tutt’altro che causale. Una prova che il Mondo, come lo conoscevamo, sta cambiando. Non bisogna farsi abbagliare dalle apparenze: lo scopo di un nuovo ordine mediorientale farebbe comodo a molti, in particolare al mondo arabo, ridimensionando il potere regionale dell’Iran.
In estrema sintesi, Trump ha promesso al suo elettorato di recuperare la drammatica situazione economica statunitense anche a costo di rompere gli equilibri internazionali precedenti per riaffermare il ruolo di un America strumento di influenza negli eventi globali. In questo contesto sta privilegiando il governo di Netanyahu, strumento per Trump per consolidare la traballante situazione mediorientale che impedisce al Tycoon di dedicarsi al suo obiettivo più impellente, arginare l’espansione economica cinese globale. In comune, entrambi i Governi si avvicinano a delle verifiche politiche per cui importanti ed estreme azioni come questa possono aiutarli nel loro disegno politico. Ma a che costo? Il Medio Oriente è in fiamme, le economie mondiali subiranno ferite che necessiteranno molto tempo per chiudersi ed il resto del mondo è spiazzato. Stiamo subendo una regressione del pensiero tornando indietro di centinaia di anni di storia.

Situazione 26 febbraio 2026 – mappa degli attacchi israeliani e statunitensi contro l’Iran Luoghi colpiti da Stati Uniti e Israele in blu – da Iran e suoi proxy in rosso – Fonte Wikipedia 2026 Israeli–United States strikes on Iran – Wikipedia
Sotto un certo aspetto l’occasione di attuare l’attacco al potere iraniano è stata più volte fornita su un piatto d’argento dal Governo di Teheran che, a più riprese, ha giurato di voler cancellare lo stato di Israele, il male supremo, ed i suoi alleati. La volontà di non abbandonare le velleità di un programma nucleare, tra l’altro disturbante anche per il mondo arabo circostante, ha fatto il resto. Una situazione complessa che sicuramente ha favorito azioni drammatiche come quelle che stiamo vivendo in tempo reale, ufficialmente intese a rimuovere la minaccia di proliferazione nucleare iraniana nel Medio Oriente, ma che non nascondono la volontà di ricercare un nuovo equilibrio regionale. Da un punto di vista geopolitico questo avrebbe senso, ma a questo drammatico risiko partecipano anche vecchi e nuovi attori come Russia, Cina e India – per dirne solo alcuni – che hanno i loro interessi nell’area. Le faglie geopolitiche mediorientali, da sempre in eruzione stromboliana, non sono da ignorare in quanto possono influenzare pesantemente gli equilibri economici e di sicurezza globali. Certo appare difficile immaginare che tutto si possa fermare in poco tempo … ormai le micce sono accese e l’unico modo di fermare una sanguinosa guerra è di trovare una soluzione politica, forse con un nuovo regime, sempre che possa esistere, più accondiscendente. Ritengo che l’ipotesi paventata di inviare truppe sul terreno sia da un punto di vista militare folle, si trasformerebbe in un bagno di sangue la cui vittima maggiore sarebbe sempre il povero popolo iraniano che, dopo anni di soprusi e violenze da parte della dittatura teocratica, potrebbe alla fine schierarsi contro l’invasore/liberatore. Più opportuna una guerra ibrida a distanza, minando gli attuali strumenti del potere per favorire la rivalsa del popolo.
L’indebolimento dell’Iran farà anche comodo a molti Paesi del Golfo, compresa l’Arabia Saudita, un Paese proiettato nel III millennio con programmi straordinari. Non è un caso che gli iraniani stiano lanciando la loro contro offensiva anche contro i Paesi ritenuti amici degli Stati Uniti, con la speranza di attivare minoranze a loro fedeli. Il fatto che essi ospitino delle basi americane nella regione non è una giustificazione accettabile ma può essere interpretata come una punizione verso quel mondo arabo, per lo più sunnita, che ha saputo dimostrare una maggiore lungimiranza. Un esempio a volte è più significativo di tanta propaganda. Non da sottovalutare gli attacchi agli Emirati Arabi Uniti, in particolare contro Dubai, la svizzera del Medio Oriente, dove le presenze militari straniere sono in realtà insignificanti. Non a caso i droni iraniani stanno cadendo in prossimità dei simboli iconici di Dubai … una follia che ricorda il detto biblico “muoia Sansone e tutti i Filistei”. Centinaia di missili e droni Shahed (vedi rendering) sono stati lanciati contro questo Paese, simbolo del successo delle politiche economiche del Golfo, che certo non rappresenta una minaccia militare per Teheran.

L’attacco iraniano contro tutti i Paesi del Golfo, comprendendo, a questo punto, l’ex alleato Qatar e l’Oman (da sempre neutrale nell’area) di fatto favorisce un avvicinamento anche dei Paesi più restii al complesso cammino di adesione agli Accordi di Abramo, nati per stabilizzare la regione ma sempre osteggiati da Teheran. In estrema sintesi, l’azione combinata statunitense e israeliana è stata di fatto una violazione del Diritto internazionale ed è un esempio lampante di realpolitik (Kissinger plaudirebbe), con una valenza sia sul fronte internazionale che interno che consentirà ai due leader di rafforzarsi. In particolare, in caso di vittoria, Trump dimostrerà al suo elettorato – al quale, in realtà, aveva promesso no more war –l’immagine di un’America forte in grado di chiudere una ferita ultra decennale come la rovinosa fuga dall’Iran; nel contempo otterrà, dopo lo schiaffo a Maduro e il ridimensionamento delle politiche regionali nei Caraibi, un colpo ancora più forte alla Cina e, di rimbalzo, alla Russia che pur perdendo il suo fornitore maggiore di armi (in particolare droni) potrebbe avere un indiretto vantaggio rimettendo sul mercato il suo petrolio degli Urali.
Ed Israele?
Sebbene con qualche distinguo, anche Israele potrebbe avere i suoi vantaggi, ponendo fine a decadi di guerre locali e potendo così sfruttare al pieno i vantaggi offerti dagli Accordi di Abramo. Sconfitto o meglio ridimensionato il pericolo iraniano, come antagonisti resterebbero sul campo solo i proxy storici (Hamas, Hezbollah e Houthi) che, nonostante le loro dichiarazioni bellicose 1, sarebbero costretti ad un forte ridimensionamento sia in Libano che nella Palestina avendo un minore supporto militare da parte iraniana. Questo potrebbe favorire l’ala democratica palestinese e libanese che potrebbero riaffermarsi nel faticoso cammino per un giusto riconoscimento in quella Terra ferita da anni di guerre e sofferenze. Un’ipotesi allo stato attuale remota ma non impossibile in quanto la rielezione di Bibi potrebbe non essere così certa.

Quali sono le prospettive?
Al di là della propaganda politica, aver decapitato il governo teocratico di Teheran non è di se sufficiente per ridurre il “pericolo” iraniano nella regione. I Pasdaran (vedi immagine sottostante di repertorio, 2015 – Wikipedia) non sono solo i detentori del potere militare, tra l’altro ben ramificato sul territorio, ma anche gestori di molte aree economiche. L’intervento statunitense ed israeliano ha colpito i centri del potere ma l’organizzazione dei guardiani della Rivoluzione è tutt’altro che scomparsa. Sebbene le guerre siano sempre il fallimento della capacità politica di addivenire ad accordi comuni, bisogna essere realisti; il destino dei popoli è nelle loro stesse mani e quello dell’Iran è legato alla sua storia recente. Idealmente, non si dovrebbe mai arrivare al punto di violare la sovranità di un altro Paese, in particolare senza assicurarsi che possano esistere le condizioni per un cambiamento democratico. Errori passati li stiamo pagando con il terrorismo in molte aree del mondo. D’altro canto, come Huntington aveva profetizzato, ci troviamo di fronte ad un clash di civiltà che mette in discussione i sogni di un mondo in cui il diritto avrebbe regolato i rapporti tra gli Stati del pianeta.
A questo punto ci dobbiamo domandare se, al di là delle motivazioni ideologiche, non sia lecito intervenire quando il comportamento di un altro Stato crei situazioni di instabilità diffuse che possono sconvolgere gli equilibri economici mondiali. Secondo molti analisti bipartisan la politica iraniana è stata concausa di conflitti in diverse regioni mediorientali, rendendosi nel contempo complice di delitti contro l’Umanità sia in altri Paesi che internamente contro frange della sua stessa popolazione che è ancora violentemente epurata.
In sintesi, se le ragioni politiche che hanno portato gli Stati Uniti e Israele ad una simile decisione sono chiare, l’analisi di questo conflitto va ben oltre le motivazioni offerte spesso in maniera semplicistica dai media … siamo di fronte ad un momento storico di svolta che potrebbe di fatto stabilizzare la Regione, ridimensionando anche i rapporti con Russia e Cina, che hanno con quello splendido e sfortunato Paese grandi interessi economici e politici in competizione a quelli dell’Occidente.

Se l’azione congiunta americana e israeliana riuscirà (cosa tutt’altro che semplice) a minare l’apparato dei guardiani della rivoluzione, la palla, per così dire, tornerà al popolo iraniano che dovrà intraprendere un cambiamento democratico, che sicuramente non sarà facile. Un cammino che dovremo sostenere con la nostra vicinanza, non dimenticando le migliaia di giovani vite barbaramente uccise solo per aver mostrato la loro voglia di vivere. Al di là delle bandiere ideologiche, non dimentichiamoci di Jina Amini, quella giovane vita strappata dalla follia umana e d tanti giovani le cui vite sono state soppresse da una violenza cieca e crudele. Ma questo, come sempre, è un’altra storia.
Andrea Mucedola
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in anteprima battelli armati dei pasdaran – The Islamic Revolution Guards Corps (IRGC) .jpg – Wikimedia Commons
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Note
1 Hamas ha condannato gli attacchi USA-Israele e ha rilasciato una dichiarazione in cui chiede l’unità musulmana e riafferma la sua solidarietà con l’Iran. Hezbollah ha condannato gli attacchi affermando “siamo fiduciosi che il nemico americano e israeliano riceverà un duro schiaffo e non raccoglierà altro che fallimenti dalla sua aggressione tirannica e criminale“. Il movimento Houthi nello Yemen ha minacciato di intensificare il conflitto nel Mar Rosso ed ha deciso di riprendere gli attacchi missilistici e con droni contro navi battenti bandiera statunitense e israeliana nel Mar Rosso. Il loro leader Abdul-Malik al-Houthi ha affermato che le sue forze sono “in uno stato di massima prontezza per qualsiasi sviluppo necessario”, aggiungendo che gli attacchi di rappresaglia dell’Iran sono un “diritto legittimo e i paesi in cui si trovano le basi americane non sono un obiettivo“.
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