L’intervento di Marco Rubio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Tiberio Graziani

Redazione OCEAN4FUTURE

25 Febbraio 2026
tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: POLITICA OCCIDENTALE
parole chiave: Stati Uniti, Conferenza sulla Sicurezza di Monaco

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La liquidazione dell’idea di un “mondo senza confini” non è una semplice presa di posizione retorica, ma il segnale di una trasformazione profonda nella concezione statunitense della sicurezza. Con questa formula, Rubio non attacca soltanto un’utopia liberal-globalista, ma prende atto del fallimento di un’intera fase storica: quella in cui l’ordine internazionale veniva pensato come progressiva neutralizzazione della geopolitica attraverso istituzioni, mercati e interdipendenza. Ciò che emerge è una concezione opposta: la sicurezza non nasce dalla diluizione dei confini, ma dal loro controllo; non dall’apertura indiscriminata, ma dalla selezione; non dalla fiducia nell’ordine, ma dalla capacità di governarne le fratture. Washington riconosce che l’illusione di un mondo post-politico ha prodotto vulnerabilità interne, perdita di coesione sociale, dipendenze strategiche e dispersione di risorse, mentre attori rivali hanno continuato a muoversi secondo logiche di potenza classiche. 

Secretary Marco Rubio arriva al Munich International Airport di Monaco, Germania, 13 febbraio 202 (Official State Department) – Autore Freddie Everett – Fonte Flickr U.S. Department of State Secretary Rubio Arrives in Munich (55093618878).jpg – Wikimedia Commons

Il messaggio per il futuro è netto: l’ordine globale non è più concepito come spazio da integrare, ma come ambiente competitivo da attraversare in modo selettivo. La priorità diventa la messa in sicurezza del perimetro — territoriale, industriale, tecnologico, simbolico — come condizione preliminare per qualsiasi ambizione globale. Non si tratta di isolamento, ma di chiusura funzionale: ridurre l’esposizione per aumentare la libertà d’azione.

Forze alleate di stanza a Tapa. Incontri con unità NATO e figure chiave delle forze di difesa estoni e delle forze alleate – 6 settembre 2017 – Fonte: Flickr – Autore: Arno Mikkor Press trip to visit the allied forces stationed in Tapa. Meetings with NATO units and key figures from the Estonian defence and allied forces (37069033695).jpg – Wikimedia Commons

La critica al multilateralismo e il problema della credibilità
La denuncia dell’inefficacia delle istituzioni internazionali non va letta come un rigetto morale del multilateralismo, bensì come una ridefinizione del suo statuto politico. Gli Stati Uniti non contestano l’esistenza delle istituzioni, ma la pretesa che esse possano vincolare in modo simmetrico tutti gli attori, incluso l’egemone. In questo senso, la critica è credibile non come valutazione imparziale, ma come atto di potere. Le istituzioni multilaterali vengono accettate quando funzionano da moltiplicatori dell’influenza statunitense e respinte quando si trasformano in arene di freno o di contestazione. Il problema non è il multilateralismo in sé, ma la perdita di controllo sul suo funzionamento.
Ciò che viene messo in discussione è l’idea che l’ordine possa essere governato da norme impersonali indipendenti dai rapporti di forza. Washington afferma implicitamente che le istituzioni non sono fini, ma strumenti; non arbitri, ma infrastrutture politiche. Quando cessano di servire questa funzione, perdono legittimità agli occhi dell’egemone. La critica, dunque, non è ipocrisia, ma normalizzazione dell’eccezione: il riconoscimento esplicito che l’universalismo non è un vincolo assoluto, bensì una risorsa da amministrare.

“Europa forte” e crisi di fiducia: la contraddizione solo apparente
L’appello a una “Europa forte” non è contraddittorio con le pratiche che alimentano la sfiducia degli alleati, ma coerente con una logica precisa: rafforzare l’Europa sul piano operativo senza emanciparla sul piano strategico. La forza richiesta non è autonomia decisionale, ma capacità di assorbire oneri, gestire crisi regionali e garantire stabilità periferica. In questo quadro, la riorganizzazione dei comandi e la pressione sull’aumento della spesa militare non segnano un arretramento statunitense, bensì una redistribuzione dei costi della leadership. L’Europa viene chiamata a diventare più centrale nella gestione dell’ordine, ma non nella sua direzione. La distinzione tra visibilità politica e controllo strategico resta intatta. La crescente percezione di inaffidabilità degli Stati Uniti nasce proprio da questa asimmetria: gli alleati sono sollecitati a investire, rischiare e assumere responsabilità, senza che ciò si traduca in un reale potere di indirizzo. La fiducia si erode non perché Washington abbandoni l’alleanza, ma perché la trasforma progressivamente in un rapporto contrattuale e gerarchico, più che in una comunità politica.

Forze navali italiane nel Mediterraneo – Fonte UPICOM 

L’unilateralismo come struttura, non come deviazione
La disponibilità ad agire “da soli” non rappresenta una rottura con la cooperazione, ma ne rivela il fondamento reale. Nell’ordine guidato dagli Stati Uniti, la cooperazione è sempre stata condizionata: funziona finché non limita la libertà di decisione del centro. Quando entra in conflitto con interessi considerati vitali, viene sospesa senza che ciò sia percepito come anomalia. Le esperienze in Medio Oriente e in America Latina mostrano che l’unilateralismo non è un incidente, ma una costante, soprattutto nelle aree ritenute strutturali per la sicurezza statunitense. Qui la logica è preventiva: garantire il controllo dello spazio prossimo per evitare l’ingresso di potenze rivali e preservare la capacità di proiezione globale. In questo senso, la difesa collettiva non scompare, ma viene subordinata. Non è un principio assoluto, bensì una funzione della gerarchia. L’ordine cooperativo esiste, ma è selettivo; la norma vale, ma non per tutti allo stesso modo; l’alleanza è reale, ma non simmetrica.

In sostanza, le dichiarazioni di Rubio non segnano una svolta improvvisa, ma rendono esplicita una trasformazione già in atto: il passaggio da un ordine universalista fondato sulla pretesa di neutralità a un ordine apertamente gerarchico, fondato sulla gestione selettiva delle norme. Valori, istituzioni e alleanze non scompaiono, ma cambiano statuto: da fini a strumenti, da vincoli a risorse. La frattura che emerge non è soltanto tra Occidente e resto del mondo, ma all’interno dello stesso campo occidentale: tra chi può permettersi l’eccezione e chi deve continuare a esibire coerenza. È qui che si colloca la crisi più profonda: non una crisi di potenza, ma una crisi di legittimazione condivisa.
Tiberio Graziani

Pubblicato originariamente su Analisi Difesa L’intervento di Marco Rubio alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco – Analisi Difesa

 

Tiberio Graziani è presidente di Vision & Global Trends – International Institute for Global Analyses. Attualmente insegna presso la Scuola di Dottorato Internazionale in “Diritto e mutamento sociale: le sfide della regolamentazione transnazionale” presso l’Università degli Studi Roma Tre, Dipartimento di Giurisprudenza. Nel 2011 ha fondato la rivista Geopolitica – Journal of Geopolitics and Related Matters, di cui è direttore responsabile. Dirige inoltre le seguenti collane accademiche: Giano – Affari Internazionali, Heartland – Storia e Teoria della Geopolitica e Orizzonti d’Eurasia – Storia, Politica ed Economia del Supercontinente.

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