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  Address: OCEAN4FUTURE

Capire la Cina tra confucianesimo e comunismo

Reading Time: 8 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: CINA
parole chiave: equilibri politici

 

Come è cambiata la Cina in questi ultimi anni? Quale sarà il futuro del mondo secondo Pechino? Sono domande che non hanno risposte univoche in quanto nella nostra visione occidentale la Cina non è vicina, anzi lontanissima dalle nostre concezioni etiche, sociali e culturali. E’ come guardare in un oculare di un caleidoscopio: se ne rimane affascinati ma anche spaventati di un futuro che potrebbe essere molto diverso da quello che ci aspettiamo. 

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Cosa sta succedendo nel Paese del Dragone rosso?
Se affrontare come si è evoluta la Cina in questi ultimi 50 anni non è semplice, fare delle valutazioni comparative è impossibile. Questo immenso Paese è di per sé stesso un caso a parte, non confrontabile con i modelli occidentali; la sua evoluzione nei millenni è a sé stante e non può essere compresa in una visione tipicamente europea o anglosassone. Questo comporta che ogni nostro giudizio deve essere circostanziato ad un particolare fattore e non può essere generale. L’unica constatazione macroscopica è che in questi primi turbolenti anni del III millennio la Cina sta silenziosamente avanzando, a discapito di un sempre più debole Occidente, frammentato da divisioni interne che partono da una fragilità etica e sociale che non ha toccato gli eredi del celeste impero. Pechino sembra applicare in maniera pragmatica una strategia millenaria che unisce una visione a lungo termine ad una straordinaria flessibilità al breve. Ha incominciato a farlo in punta di piedi, fuoriuscendo dal suo immenso territorio, e ricercando zone da “conquistare” che possano fornirgli in futuro le risorse di cui avrà bisogno. Un piano sottile che, come un tappeto di seta, si sta lentamente srotolando. Un capolavoro di finezza politica da far impallidire Machiavelli. 

La Cina di Xi Jinping è il frutto di anni di lavoro sulle masse, di imposizione sottile di una way of life millenaria che è sopravvissuta ai periodi più bui del comunismo maoista, mescolando il socialismo alla filosofia confuciana, seguendo una sottile linea rossa che non ammette contraddizioni, che combattendo il “male” del capitalismo dei “non Cinesi” difende la supremazia della razza dominante, gli Han, considerati da sempre invincibili, da sempre celesti.

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Descrivere la Cina in poche parole è quindi un compito impossibile. Cercherò di aprire la porta proibita di questa civiltà millenaria, per provare a capire l’evoluzione di questo grande popolo nei secoli. La prima cosa che ci possiamo domandare è che cosa fece cambiare l’approccio mentale, ai tempi del celeste impero, aperto e cosmopolita, tanto decantato da Marco Polo, a quello chiuso se non xenofobo dei secoli seguenti.

La risposta è complessa e affetta da errori comuni: la pretesa occidentale di giudicare i comportamenti altrui utilizzando le nostre metriche, l’arroganza coloniale, soprattutto britannica, che si esasperò nelle guerre dell’oppio, la vicinanza con Paesi aggressivi come la Corea ed il Giappone, la decadenza secolare dei costumi che portò alla corruzione dei funzionari del grande impero e che, forse, non è ancora stata completamente sradicata. Non ultimi gli esiti della rivoluzione, sotto l’egida della “dittatura del proletariato”, che sotto la guida di Mao Zedong guidò una lunga guerra civile che ebbe fine solo nel 1950. Un periodo sanguinoso in cui Mao si macchiò di colpe orribili, rinnegando la sua stessa dottrina egualitaria, mandando alla fame intere regioni di quello sterminato paese ed ispirando crudeltà mostruose nei paesi limitrofi (Pol Pot, per nominarne solo uno, ispiratore e responsabile della tortura e del massacro stimato di circa un milione e mezzo di persone). Dopo la sua morte Mao non fu dimenticato, anzi fu quasi deificato dai suoi successori.

Un cambiamento significativo si ebbe con Deng Xiaoping che, senza mai negare la matrice comunista, introdusse il cino-capitalismo, un approccio politico e sociale che di fatto sembrò abbracciare l’economia di mercato mondiale, aprendo il grande Paese agli scambi commerciali con il mondo esterno. Una nuova via che fu in qualche modo perpetuata ai suoi successori fino all’attuale leader massimo XI Jinping.

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Deng Xiaoping , senza mai negare la matrice comunista, introdusse il cino-capitalismo

Un’apertura democratica verso l’Occidente?
Non proprio, la direzione del partito rimase comunque sempre in mano alla classe dirigente appartenente alla lobby originale della rivoluzione. In particolare, centrata sulla figura del leader massimo che ricopre un’ampia gamma di posizioni tra cui la presidenza della “Commissione per la sicurezza nazionale del Partito Comunista Cinese“, nonché dei comitati direttivi per l’economia e le riforme sociali, ristrutturazione e modernizzazione militare. 

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E’ il caso di Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare Cinese dal 2013, la cui visione può essere vista come un insieme di socialismo cinese, da un lato legato alla tradizione ma pronto a mutare direzione a seconda della situazione. Un misto di conservazione e innovazione, sorretto da un sistema economico misto che sembra guardare all’occorrenza alle dinamiche capitalistiche. Questo le ha consentito di sopravvivere al rallentamento economico, complice la crisi finanziaria internazionale, che è stato salvaguardato da una rapida centralizzazione dello Stato. Una nuova visione intesa ad ottenere una maggiore esposizione commerciale all’estero, concentrandosi però a livello domestico sull’innovazione. Da qui la necessità di un miglioramento della qualità dei prodotti (un tempo molto scadenti) per un maggiore sviluppo evidenziato dal presidente Xi Jinping al 19° congresso del Partito (2017) con l’espressione “xin shidai, xin zhengcheng, xin pianzhang” ovvero per “una nuova era, una nuova avventura, un nuovo capitolo”.  

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Anche il COVID, sviluppatosi nel territorio di Wuhan, sembra averli solo sfiorati. Sebbene, nel 2021 la produzione industriale della Cina sia salita del 9,6% rispetto all’anno precedente, le vendite al dettaglio sono cresciute dell’1,7% a dicembre rispetto a un anno fa, contro una previsione del +3,7 per cento. Secondo l’Ufficio statistico cinese, malgrado la crescita registrata nel 2021 (+ 8,1% superiore all’obiettivo del governo del +6%), l’economia cinese dovrà comunque confrontarsi con “una triplice pressione derivante dalla contrazione della domanda, dallo shock dell’offerta e dalle aspettative sulla congiuntura dei mesi a venire che sono più deboli del previsto”. Appare curioso il fatto che, grazie alla globalizzazione ed il multilateralismo economico (la Cina supporta quasi la metà dei commerci mondiali), gli investimenti occidentali abbiano subito meno danni di quanto ci si aspettava. Non a caso molte aziende americane che producono in Cina (i.e. Apple) hanno subito meno l’onda di ribasso causata dalla pandemia. Tra l’altro, e sembra quasi un paradosso, la Cina, tra i maggiori Paesi contributori in negativo di sostanze inquinanti, è anche il maggiore esportatore dei pannelli fotovoltaici, bandiera degli ambientalisti per la riduzione dell’impatto delle risorse fossili.

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Intanto la Cina continua, come l’acqua, a diffondersi, ricercando all’estero nuove fonti di approvvigionamento per i materiali sempre più preziosi, le terre rare, necessari per le tecnologie del III millennio. Lo fa facendo sentire il suo fiato sul collo ai possibili avversari, quasi un sussurro che entra sottile e tagliente, e mostra i suoi artigli sia allacciando rapporti con tutti coloro che le possono assicurare un’alleanza strategica contro il suo maggiore antagonista, gli Stati Uniti, sia attraverso la costruzione di navi e aerei moderni.

Ed ecco gli accordi militari con la Russia, a cui non sembra vero di poter rialzare la testa dopo gli anni duri del post guerra fredda, con l’Iran, Pakistan e Afghanistan, tutti Paesi cuscinetto importanti contro l’espansionismo indiano di Narendra Modi. Senza parlare dell’espansione in Africa per accaparrarsi le risorse strategiche e proseguire la sua lenta infiltrazione verso il mercato europeo, un insieme di paesi che probabilmente ritengono interessanti da un punto di vista culturale ma politicamente poco significativi, sempre impegnati in quel loro ridicolo contrapporsi confidando nella protezione dell’alleato americano.

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Pragmatismo e confucianesimo
Il dragone rosso continua quindi a dimenare la coda, seguendo la filosofia confuciana che da millenni è sopravvissuta attraverso dinastie, lotte fratricide e movimenti sociali. Non a caso, il Partito comunista cinese, nel 1982 lanciò la campagna per “i 5 accenti e le 3 bellezze”. Gli accenti erano cortesia, moralità, comportamento, igiene e disciplina mentre le bellezze il cuore, la lingua e l’ambiente. Tiziano Terzani scrisse che sembravano copiate dalle virtù confuciane. La tradizione che è punto di forza e non di debolezza del popolo cinese, o meglio, dell’etnia dominante cinese, quella degli Han, la componente maggioritaria che copre il 92% della popolazione ovvero … il 20,52% dell’intera popolazione mondiale.

Gli Han sono inossidabili; sono sopravvissuti a domini di diversi invasori, a guerre sanguinose, dai mongoli alla grande rivoluzione maoista. La ragione della loro caparbietà resta nella concezione di superiorità della loro razza che vede gli altri come decadenti e destinati a soccombere. Come suggerisce acutamente Federico Rampini, “il nazionalismo cinese è solo la variante contemporanea di un etnocentrismo antichissimo. Aggiunge a quel senso di superiorità ancestrale alcuni innesti recenti come i darwinismo sociale: è l’idea che la competizione economica assomiglia a quella biologica, in cui vincono sempre ii soggetti più forti, i più adatti a sopravvivere ...”. Noi lo chiameremmo razzismo ma per i Cinesi non lo è … si sentono da sempre superiori sul resto del mondo e attendono solo il momento giusto.  Sul concetto di razzismo è curioso il fatto che in un recente convegno bilaterale, abbiano aspramente accusato gli americani di essere un popolo razzista (riferendosi agli eventi che portarono al movimento Black Lives Matter), dimenticando le repressioni etniche da loro perseguite dal Tibet alla Papua Nuova Guinea, dove a seguito di violente proteste di locali per l’invasività cinese, sul sito China News fu dichiarato “… dovremmo ricostruire lo schiavismo, e mettere tutti i neri in catena…”. “Cavil you may but never criticise” diceva con una punta di satira Alexander Pope nel XVIII secolo.

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La Cina è un caleidoscopio con mille sfaccettature che ha la sua forza nelle sue radici, cosa che di fatto la rende più forte del decadente mondo occidentale. Se vogliamo, come disse Charles Darwin, “Non il più forte, il più intelligente vince ma colui che meglio si adatta al cambiamento.”. E tutto si può dire della Cina tranne che non sia maestra nell’adattarsi, nel sapersi inserire silenziosamente in ambienti diversi, facendoli con piccoli passi, applicando il principio confuciano che “L’uomo che sposta le montagne comincia portando via i sassi più piccoli”.

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Basti vedere all’Africa, continente madre di tutte le razze umane ma da sempre terra di conquista a causa delle sue ricchezze. Silenziosamente il dragone, a piccoli passi, è penetrato politicamente, costruito strade, aeroporti, ferrovie, strutture portuali che hanno portato benessere ma soprattutto creato i nodi logistici degli approvvigionamenti dei materiali necessari all’economia cinese per il III millennio. Lo hanno fatto in punta di piedi ma con decisione. Anche se non se ne parla, hanno avuto anche loro problemi per combattere le resistenze interne ma non sono impensieriti. Possono contare sulla decisionalità che certo non gli manca.

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D’altronde non hanno avuto remore a perseguire con la loro flotta l’evacuazione di migliaia di compatrioti dalle zone di guerra in Libia nel 2011 e nello Yemen nel 2015, grazie ad una flotta che ormai ha assunto un ruolo importante di presenza nell’oceano indiano e pacifico ma che non nasconde la capacità ad andare oltre, creando hub logistici come il porto di Djibouti.

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Forti delle loro tradizioni millenarie proseguono la loro strada mentre l’Occidente si interroga, guardando le stelle e cancellando la sua identità. Ma questa è un’altra storia.

Andrea Mucedola

 

 

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