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Capo Matapan: il sacrificio della Prima Divisione della Squadra Navale Italiana

Reading Time: 7 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Capo Matapan, Regia Marina italiana, British Royal Navy
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La sera del 28 marzo 1941, alle ore 22,30 circa, al largo delle coste greche del Peloponneso e più precisamente di Capo Matapan, nel corso di una missione di guerra che vedeva impegnata la Squadra Navale Italiana guidata dall’ammiraglio Angelo Iachino, la Prima Divisione Incrociatori Pesanti della Squadra al comando dell’ammiraglio Carlo Cattaneo, inviata in soccorso di un altro incrociatore (RN Pola), veniva sorpresa e distrutta nell’arco di pochi minuti: tre moderni incrociatori da 10.000 t. e due cacciatorpediniere furono affondati, trascinando con sè ben 2.303 uomini, 1.141 furono fatti prigionieri, solamente 160 tratto in salvo.

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Garibaldi, Fiume, Pola e Zara in linea di fila

La vicenda di Matapan, per la sua dolorosa specificità e per la valenza strategica che rappresentò, merita seppur a grandi linee un doveroso approfondimento, che trae spunto dalle ricerche che negli anni abbiamo fatto presso fonti testimoniali ed archivistiche, proponendo e partendo da vicende umane che più di tutto aiutano a comprendere.

La Spezia, in un freddo pomeriggio di un lontano dicembre 1946, Alberto Ginocchio, una vita trascorsa in Marina, ritenne che era ora di non aspettare più e di intervenire pubblicamente sulle affermazioni dell’ex Capo della Squadra Navale, ammiraglio Angelo Iachino, riportate dal periodico “Oggi“ poco tempo prima; la mente e il corpo erano ormai fermi a quella sera del 28 marzo 1941, alla devastazione subita, alla lunga e terribile odissea in mare, allo sbarco a Messina ridotto a una larva. Rilesse e sottolineò più volte il testo, non poteva accettare quei giudizi di Iachino, che sostanzialmente dava dell’incauto al Comandante della Prima Divisione Carlo Cattaneo, scomparso in mare, ed a seguire tutti gli altri.

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La I divisione incrociatori

Avrebbe voluto dimenticare come tanti reduci e pensare ad altro, ma le sofferenze mentali e fisiche in corso di rapido peggioramento glielo impedivano; di getto prese carta e penna ed abbozzò un memoriale (1) che altro non era che un gesto di amore e passione verso la propria nave, i propri uomini, il suo Comandante, dove il dolore e le gravi sofferenze prendevano forma ed oscuravano chiunque (leggi Iachino) interferisse o manipolasse la verità.

Un memoriale che gli uomini del regio cacciatorpediniere Carducci hanno gelosamente custodito fino ai giorni nostri venerando la sua memoria. Alberto Ginocchio, capitano di Vascello, era l’unico comandante sopravvissuto delle navi affondate dagli inglesi al largo delle coste greche: gli incrociatori Zara e Fiume, i caccia Alfieri e Carducci, fatta eccezione per Manlio De Pisa dell’incrociatore Pola, la cui nave, origine di tutta l’azione, affondò in parte per sabotaggio dei suoi uomini e in parte per i siluri dei caccia Jervis e Nubian.

I sopravvissuti all’affondamento del RN Giosuè Carducci, rimasero alla deriva per diversi giorni ed in gran parte morirono; contribuì a limitare le perdite l’operato del loro comandante, il CV Alberto Ginocchio (a cui fu poi assegnata la medaglia d’oro al valore), che tenne insieme i superstiti e cercò di evitare che la follia e lo sconforto potessero coglierli, facendoli cantare e recitare la preghiera del marinaio. N.d.R.

La vicenda umana di Ginocchio merita un cenno a parte. Rientrato in patria dopo il disastro di Matapan, soccorso in mare dopo una lunga e straziante permanenza su una zattera, ebbe le doverose cure e lunghi periodi di convalescenza che la Marina non lesinò, ma le malattie contratte per causa di servizio in mare resero difficile la sua esistenza .

Nel 1946 la Commissione d’inchiesta sulla perdita delle navi esaminò, tra gli altri, le cause della perdita del Carducci di cui Ginocchio era stato il Comandante, e propose per lo stesso la massima ricompensa non già al Valore Militare, il riconoscimento fu quella d’argento, ma a quella di Marina. (2)

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RN cacciatorpediniere Carducci … dalla Voce del Marinaio

La manovra del Carducci, di copertura ai due caccia sezionari Oriani e Gioberti, permise loro di disimpegnarsi che riuscirono a scampare veniva giustamente valutata come intenzionale e non già portata a termine come parte dell’ azione generale. Parole, sottolineature che sconfessavano quanto scritto nel rapporto finale da Ginocchio, rapporto che fu vivisezionato e stroncato in qualche parte; a nulla valsero le relazioni giunte da altri alla Commissione che, fatta eccezione per il caso del Comandante del Pola, Manlio De Pisa che era particolarmente grave, non ascoltò direttamente nessuno. Amarezze e riflessioni furono per Ginocchio di breve durata: nel 1947 la Commissione terminava  i suoi lavori mentre, tra forti sofferenze, si concludeva poco dopo la sua esistenza terrena.

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i 4 cacciatorpedinieri della 9 Squadriglia (da destra a sinistra): Alfieri, Gioberti, Carducci e Oriani al rientro da un’esercitazione in mare. L’Alfieri, capo squadriglia, ha già l’ancora appennellata. Assegnati alla I Divisione incrociatori, la sera del 28 marzo 1941, navigando di poppa alla sezione Zara e Fiume, vennero colpiti dal fuoco nemico … solo il Gioberti e l’Oriani riusciranno a rientrare alla base (immagine Ufficio Storico della Marina)

Restavano le polemiche, gli uomini del RN Carducci non la mandavano giù, si creò una frattura che vedeva da un lato i sopravvissuti, dall’altro Iachino che pubblicava il primo dei suoi libri, fonte di ulteriori malumori, ed in mezzo la Marina; una frattura che non poco alimentò, in maniera diretta o indiretta, quelle velenose polemiche che interessarono la Forza Armata, rea di essere l’unica forza efficiente in guerra, sia sulla stampa che nelle aule giudiziarie, e non mancò proprio Matapan.

Angelo Iachino, a capo della Squadra Navale durante la guerra, dal 1941 al 1943, considerato una delle teste più lucide della Marina, posto in ausiliaria nel 1945, poi richiamato ed infine messo nella riserva, nel dopoguerra divenne affabile conferenziere, autore di saggi, articoli vari, scrittore … in breve il miglior avvocato di se stesso; nelle sue opere mantenne fermo il giudizio negativo sulla manovra condotta dal suo compagno di corso, il divisionario e sottoposto Carlo Cattaneo, in un giudizio senza appello.  Sull’altra sponda, senza mezzi termini, gli veniva generalmente imputato  il disastro di Matapan.

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l’affondamento del Gioberti da La voce del Marinaio

Tuttavia Iachino riuscì a far accettare le sue argomentazioni sul perchè del disastro navale, individuando in Carlo Cattaneo il primo responsabile. La storia ufficiale della Marina in vario modo riprese quanto da lui sostenuto, con grave disappunto dei sopravvissuti che, ancora nel 1995, quando conobbi personalmente quelli che erano stati i giovani Ufficiali del Carducci, del Gioberti, dell’Oriani e dell’Alfieri, recriminavano questa ingiustizia. Infine, dopo la pubblicazione del mio libro (3), i sopravvissuti trovarono nel Capo dell’Ufficio Storico della Marina Militare italiana, l’Ammiraglio Buracchia (peraltro figlio dell’Ufficiale di rotta del Fiume) colui che pose fine alla narrazione imposta, facendo pubblicare, nel 1998, dall’Ufficio Storico un’attenta, documentata e più giusta ricostruzione dei fatti.

Nel 1995 ho pubblicato un inedito ed ultimo messaggio inviato da Cattaneo e mai citato in tutte le opere pubblicate sull’argomento, casualmente da me ritrovato nel brogliaccio dell’incrociatore Trieste che vale la pena riproporre : “Autonomia residua squadriglia Alfieri molto limitata et non consente impiego emergenza da ritenere quasi sicura 215028” (3); tradotto e riferito ai precedenti messaggi diceva “Mi stai mandando incontro al disastro “.

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fonte “Arena di Pola”

Ed il disastro puntualmente si verificò, con l’aggravante che il Pola non solo non poté essere d’aiuto a chi veniva per salvarlo, ma si rese protagonista di comportamenti sui quali è bene non ritornare mai più. Si consumò quindi un ulteriore dramma; i sopravvissuti, stremati ed in gran parte feriti, furono abbandonati in mare, nonostante l’ammiraglio inglese (non potendo ricuperarli tutti) avesse fatto richiesta di aiuto a Roma, autorizzando di fatto un corridoio umanitario; finirono di morire a centinaia, unendosi ai loro compagni che dalle profondità del mare riemersero dagli scafi spezzati. 

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la nave ospedale Gradisca recupera i sopravvissuti in mare (Collezione A. Barilli) 

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Recupero di un naufrago sul Gradisca …

Restarono per giorni a galleggiare su quei mari che tante volte avevano orgogliosamente solcato, mentre una lenta nave ospedale, la RN Gradisca, raccoglieva i pochi sopravvissuti.

Giuseppe Chirico 
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NOTE   
1- Giuseppe Chirico “Matapan le voci di dentro della Prima Divisione“ Armano Ed. Napoli 2015 Pag.116
2- Giuliano Capriotti “Morte per acqua a Matapan” Ed. Tascabili Bompiani Torino 1977
3- Giuseppe Chirico “Il sacrificio della Prima Divisione a Capo Matapan” Laurenziana Ed. Napoli 1995
Estratto dalla rivista : EPOCA MILITARE

 

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