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  Address: OCEAN4FUTURE

Gli errori a Matapan

Reading Time: 8 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO

AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Capo Matapan, Royal Navy, Regia Marina

Tre episodi (è difficile chiamarli battaglie) hanno profondamente segnato la storia della Regia marina italiana nella II Guerra mondiale, e le conseguenze, con alcuni dei superstiti come protagonisti, hanno influito molto sulla rinascita successiva della Marina Militare Italiana.

Matapan, Capo Bon, l’affondamento della Roma pesarono materialmente e psicologicamente sulla Regia Marina, evidenziando che non bastava la bravura e la dedizione per vincere una guerra. 

Eventi, soprattutto Matapan, esempio eclatante di ricostruzioni basate sul vittimismo, sulla demonizzazione dell’avversario e sulla rivalsa, per decenni hanno falsato i fatti, centrati su una sterile polemica (politica) di rimbalzi di responsabilità. La guerra non è un gioco né una sfida tra gentlemen tra le pareti accoglienti di un club e la vince chi sfrutta tutte le occasioni possibili, chi conosce e sfrutta le debolezze e gli errori dell’avversario, chi insomma capisce di volta in volta di trovarsi di fronte ad un’occasione e soprattutto ha i mezzi oltre le capacità di sfruttarla.

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Matapan
La notte del 28 marzo 1941, alle ore 22,30 circa, all’altezza del Peloponneso e più precisamente di Capo Matapan, la I Divisione Incrociatori Pesanti al comando dell’Amm. Carlo Cattaneo, inviata in soccorso dell’immobilizzato incrociatore Pola, veniva sorpresa e distrutta nell’arco di pochi minuti. Tre incrociatori da 10.000 tonnellate e due cacciatorpediniere vennero affondati con minime capacità di reagire, trascinando con essi ben 2.303 uomini, mentre 1.141 furono fatti prigionieri e solo 160 tratti in salvo.

I giornali e la filmografia per molti anni sono stati saturati dalla storia del USS Indianapolis, ma le vicende dei naufraghi della I Divisione non furono da meno, purtroppo dimenticate nelle polemiche che hanno circondato i fatti. La vicenda di Matapan, per la sua dolorosa specificità e per la valenza strategica che rappresentò, merita seppur a grandi linee un doveroso approfondimento, che trae spunto da ricerche portate a fondo negli ultimi decenni presso fonti testimoniali ed archivistiche, proponendo e partendo da vicende umane che più di tutto aiutano a comprendere. L’ottantesimo anniversario del sacrificio della I Divisione navale non può passare né in silenzio né avvolto nell’usuale retorica, cancellato in forma assolutoria delle coscienze con qualche corona di fiori. 

Non è vero che è stato scritto tutto
In un contesto dove quasi per tradizione, ma ormai per prassi consolidata, si preferisce dar spazio a commemorazioni più che a riflessioni, sarebbe giunto il momento di un cambio di rotta;  non si trattò di una battaglia, ma di un sacrificio, uno dei più oscuri avvenimenti della nostra storia, non solo navale. Non è vero che sia stato scritto tutto, e non è vero che sia stato scritto correttamente. Chi ritiene che dell’infausta notte tra il 27 il 28 marzo 1941 nelle acque di Matapan si sappia ormai tutto o quasi dovrebbe dedicare qualche ora all’attenta lettura di un’agile opera di un ufficiale superiore dell’Esercito italiano, marinaio nello spirito quale figlio di un superstite del Fiume.

Non è sufficiente continuare a commemorare la perdita dei tre incrociatori pesanti insieme ai due cacciatorpedinieri, e ancor peggio il gran numero di invalidità e morti premature per conseguenza dei tardivi soccorsi, ma occorre mettere al centro le persone che hanno lasciato un legato profondo nella nostra storia, da tramandare perché errori di questa natura non si ripetano.

Un evento, se non troppo trattato molto di più manipolato, il cui ricordo oggi deve travalicare l’usuale storica ricostruzione della cinematica e della cronologia degli incontri/scontri. Sempre descritto con finalità se non poco corrette certamente di parte, assolutorie, non certo una bella pagina, che ancora oggi, e soprattutto oggi, dovrebbe imporre riflessioni e rivisitazione in merito all’etica e capacità di comando, al di là della non certo limpida condotta delle operazioni.

Su Gaudo e Matapan si è scritto a ondate nell’ immediato dopoguerra, da parte dei “protagonisti” (nessuno dei quali aveva servito nella Iª Divisione o era stato testimone) a futura memoria ed a titolo giustificativo o assolutorio, per schivare responsabilità in un momento in cui testimoni e sopravvissuti erano attivi, nella ricerca via via di scuse, dall’inferiorità tecnica.

Giustificazioni che partono
dal radar, e dalla sua mancanza, attribuendo allo stesso un valore determinante, senza contare che la sua mancanza fu solo una concomitante inferiorità tecnica (che era stata però frutto di precise scelte) sino alla sfortuna (una giustificazione tipica dei perdenti), alla perfidia dell’avversario, all’agguato, alla natura malevola connaturata nei Britannici. 
Cominciando dal fatto che in guerra non esiste perfidia, vale la determinazione, la necessità di vincere e sfruttare per questo ogni occasione, compresi gli errori avversari, i Britannici, con la loro formazione, erano educati e soprattutto preparati a sfruttare ogni opportunità, adattandosi alla stessa. Anche di questo va data testimonianza, come esempio di formazione e dedicazione per i più giovani.

Occorre riconoscere che si confrontarono una marina abituata a stare per mare, sempre ed in qualsiasi condizione, ed una marina che era strutturata per andare per mare.  Una Regia Marina, quella italiana, il cui patrimonio era però il senso del dovere del personale, che nella grande maggioranza rispose con dedizione alle carenze che affliggevano vistosamente tutto il Paese e la conduzione della guerra.

Si confrontarono due metodi, due valutazioni dei costi necessari per raggiungere i risultati, due diverse catene di comando, ma si confrontarono anche la profonda conoscenza dell’avversario che gli inglesi avevano e noi, pur avendone gli elementi, non considerammo e non sfruttammo.

Parlando di catena di comando si devono considerare le comunicazioni, di ogni tipo, compresi i rapporti personali, e la rapidità con cui venivano diffuse e recepite: in queste intercettazioni e decrittazioni hanno avuto un ruolo ma non quello determinante che,  a scusante,  si è voluto attribuire a questi fattori. Ci si dimentica, volutamente, del peso che i protagonisti davano, o peggio non davano, alle informazioni ed alle comunicazioni.

È forse venuto, finalmente, il tempo dell’analisi, di guardare e riconoscere gli errori, per non incorrere mai più in errori, anche tecnici, che non furono solo del momento ma di lunga data. I mezzi italiani e la dottrina, dalla costruzione alle dotazioni fino all’ impiego, non erano idonei, e nel migliore dei casi erano solamente superati. La dottrina era anacronistica ma ancor più esisteva una frattura nella catena di comando, a partire da quella della condotta politica della guerra per arrivare all’etica (responsabilità) di chi doveva mettere in atto le direttive (poco) strategiche. 

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Regio cacciatorpediniere Alfieri comandato dal capitano di fregata Ginocchio

Una storia mal scritta
Si dice che la storia la scrivono i vincitori, in questo caso l’hanno sinora scritta, prevalentemente ed a loro misura e tutela, gli “scampati esterni”, evitando tra l’altro che venisse data voce ai sopravvissuti. In quanto ai sopravvissuti, impartirono importanti lezioni.

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Ammiraglio Vito Sansonetti

Tra questi il comandante Vito Sansonetti, all’epoca ufficiale del Regio caccia torpediniere Alfìeri, che ha reso giustizia al comandante dell’unica unità che si impegnò nello scontro, il capitano di fregata Salvatore Toscano, e rese un giusto tributo al comandante del RN Fiume, il capitano di vascello Giorgio Giorgis, anch’egli troppo rapidamente scomparso dall’onore della memoria. Nessuno dei Sansonetti, né il comandante Vito, nè suo padre, uno degli ammiragli di maggior rango della Regia Marina, volle però mai pubblicare memoriali, affermando che “quando si perde si deve stare in silenzio”.

Perdere una battaglia non è un’onta, dipende solo come si è persa.
Sinora si è dato spazio prevalentemente agli scampati, poco ai sopravvissuti, nulla a coloro che seppero degnamente rispondere nell’ evento, sacrificando la loro vita: dopo 80 anni è il caso di dare voce (ormai purtroppo solo virtuale) non solo ai fatti ma al senso del dovere, agli eroismi veri, individuali e collettivi, per la gratitudine e l’onore che ad essi si deve.

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regio incrociatore pesante Fiume

Questo può avvenire anche, e forse soprattutto, con un’accurata analisi degli errori ed il riconoscimento di chi, per preparazione, profonda conoscenza dello strumento ed alto senso di responsabilità (l’essenza dell’etica), cercava di correggerli, almeno di sminuirne la portata, smettendola con il culto della personalità o delle personalità, che ha contraddistinto la narrativa dei decenni successivi alla II Guerra Mondiale. In altrr parole c’è bisogno di analisi, e non di narrativa, e con questo rispondere a coloro che ancora oggi, in contatti recenti, minimizzano asserendo che “… è già stato scritto tutto”.

Il contributo del generale Chirico su Matapan
La ricerca attuale è orientata ad integrare ed a ripubblicare, anche alla luce di nuove valutazioni ed evidenze, i lavori del generale Chirico, figlio di un superstite del Fiume, diffusi per la prima volta tra il 1995 ed i primi anni 2000, con notevole risalto ed apprezzamento all’estero, ma meno noti in Italia malgrado l’appoggio dato a suo tempo dal Capo dell’Ufficio storico, figlio anch’egli di un superstite, l’Ufficiale di rotta del Fiume. Con questi lavori si sperava di aver messo fine alla narrazione sino ad allora imposta sull’onda ancora della propaganda di guerra, facendo pubblicare nel 1998 dall’Ufficio Storico della Marina Militare italiana un’attenta, documentata e più corretta ricostruzione dei fatti.

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Al centro dell’analisi di Chirico, ed oggi di una ricerca allargata, c’è un’attenta valutazione, che risulta anche un racconto avvincente. C’è il “vissuto” delle navi e dei loro equipaggi, c’è l’etica del comando e c’è il comportamento e la risposta di coloro che avevano l’etica del dovere, essendo un tutt’uno con le loro navi. Emergono figure fatte dimenticare da inutili protagonismi del dopoguerra e da una sterile agiografia degli eventi, partendo da quella di Giorgio Giorgis, Comandante dell’incrociatore Fiume, che era anche uno dei “padri” dei mezzi di assalto distintisi nella contemporanea notte di Suda. C’è incombente la figura di Giuseppe Ginocchio, Comandante del regio cacciatorpediniere Carducci che, conscio e reattivo sin dall’inizio dell’assurdità dell’azione reagì all’attacco, conducendo una disperata manovra che permise a due caccia sezionari di salvarsi. Anche di lui una fondamentale e coraggiosa documentazione sui fatti prima della sua prematura scomparsa. Inoltre quella del Comandante Porta che tentò in ogni modo di allertare l’ammiraglio comandante in mare della minaccia incombente e dei rischi concomitanti, non ultima  quella di un importante sopravvissuto, Giorgio Guida, comandante in seconda del Fiume. Ma anche quelle del Capo Posto RT in plancia del Fiume, che assicurò sino all’ultima istanza le necessarie comunicazioni interne ed esterne, e dei cannonieri che ancora a tarda età, a decenni dagli eventi, non solo testimoniarono i fatti ma “semplicemente” dimostrarono lo “spirito nave” che regnava a bordo. Sono  testimonianze che sono il legato che dobbiamo tramandare ai giovani come riferimenti, come valori che devono essere patrimonio noto e condiviso.

Oggi, per ricordare e rendere onore ai caduti, non serve parlare di vittorie mancate, di fato, ma serve un’analisi documentata, centrata sulle persone, sull’etica, sul senso del dovere (e sulle conseguenze del non rispettarlo). E’ ammirevole lo sforzo condotto da un “estraneo”, a cui come marinai dobbiamo essere grati per averci fornito un prodotto di notevole interesse storico, come testimoniato dai commenti ricevuti da numerosi storici italiani e stranieri nel corso degli ultimi anni.

Un’analisi che leggeremo in un prossimo articolo, riproposta con nuovi apporti, compreso il metodo con il quale, sull’onda della propaganda, furono condotte nel tempo le varie inchieste, la prima del 1941, quasi a non voler far emergere la realtà dei fatti.

In sintesi, l’intento è di far emergere un quadro completo di questo tragico evento sia sotto l’aspetto dell’azione di comando sia sotto quello delle soluzioni tecniche adottate, incluse quelle possibili ma non messe in atto per tentare di salvare il Pola o almeno una parte della sua capacità di combattimento. Un contributo che dobbiamo a quei marinai che persero la vita in quel drammatico giorno di marzo di ottantanni fa.

Gian Carlo Poddighe

 

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

 

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