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Tecnica e manutenzione: lo scafo della barca

tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: ARCHITETTURA NAVALE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: COSTRUZIONI
parole chiave: Scafo, carena, barca, stile

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“La nave è un galleggiante parzialmente immerso nell’acqua, atto a muoversi con mezzi propulsivi diversi, per trasportare merci e/o persone”.

Tutte le barche e gli scafi devono possedere, oltre alle qualità essenziali che ne assicurano le caratteristiche di progetto e di esecuzione, altre qualità dette “nautiche” che ne garantiscono l’esercizio anche in condizioni particolarmente difficili: Galleggiabilità, Navigabilità, Solidità, Stabilità.

Partendo da questi concetti base il progresso tecnologico, lo studio e l’evoluzione dei nuovi materiali hanno innalzato (ma non sempre) lo standard qualitativo delle imbarcazioni, rendendole da un lato spesso, o apparentemente, più sicure, performanti e di certo più confortevoli. Dall’altro,  si è avuta una perdita di alcuni valori di “marittimità” e razionalità, e di quell’anima nascosta che ancora oggi è percepibile ammirando con nostalgia alcune barche classiche di una volta (e non solo di legno!).

Le barche classiche si sviluppavano prevalentemente sotto la linea di galleggiamento seguendo il principio di una stabilità di peso, avevano opere vive importanti e bordi liberi bassissimi. Oggi le imbarcazioni sono più leggere, più larghe, e necessitano pertanto di minore superficie bagnata e pescaggio con maggiori stabilità di forma e per ottenere le necessarie altezze e volumetrie interne, le tughe e bordi liberi sono diventati sempre più alti. Inoltre anche gli standard legati al comfort e all’ ergonomia si sono evoluti a favore di ambienti sempre più a misura domestica di “urban yacht”, più legate all’architettura e all’edilizia che alla nautica.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è 20230506_133510-1024x768.jpg

photo credit @andrea mucedola

Lo sviluppo tecnologico dei materiali ha portato, in pochi anni, una radicale inversione nel modo di concepire la barca a vela e l’andare per mare in generale, tendendo a facilitare al massimo le manovre e la conduzione di una barca con poco equipaggio o magari anche in solitario. Da un lato tughe basse, poppe aperte, armi super tecnologici in materiale composito, scafi con linee di carena estreme e super performanti, affollano da qualche anno le nostre marine come fossero pronte a partecipare alla Vendee Globe. Nelle stesse marine, invece per la crociera estiva, tughe alte e gonfie, poppe come “resedi privati”, tendalini da fiera e armi sciocchi. 

L‘Armatore diportista che usa al massimo la propria barca 2 o 3 settimane all’anno, alimenta una moda che a sua volta genera imitazione e fa tendenza e così anche cantieri tradizionali, che da sempre costruivano gusci marini, robusti e proporzionati, oggi si sono inventati progetti d’avanguardia realizzando barche ai limiti dei compromessi e talvolta non giustificabili nelle scelte adottate ed estetiche. Quando si valutano le diverse variabili di un acquisto l’attenzione dedicata a questi elementi è minima, spesso perché non si hanno le cognizioni tecniche per giudicare. Una carena nasce da un preciso progetto, studiato, e realizzato in base ad alcuni parametri fondamentali: tipo di barca, peso, lunghezza, potenza dei motori, vele, utilizzo previsto, prestazioni, tipologia di trasmissione, ecc.

Una carena nasce per un determinato scopo e per chiare prestazioni; non è mai inadatta, modesta, inesatta … diventa tale se maneggiata e alterata, o appesantita da diversi e più accessori (spesso inutili tendalini o rollbar o spiaggette) non previsti nel progetto originale. Una carena, mette in gioco diversi fattori, in un profilo capace di unire tutte le forze in gioco ed equilibrando il tutto … sopra e sotto l’acqua! Molti cantieri sfruttano un progetto, adatto a relativi scopi, per altri impieghi leggermente (o notevolmente) diversi apportando modifiche e compromessi (soprattutto commerciali) con sovrastrutture, appendici di prolungamento, derive più o meno pronunciate, sovra-motorizzazioni, tughe rigonfie e così via, cercando di accontentare il neo armatore, costruendogli un vero e proprio appartamento galleggiante.

La carena è il cuore della barca, è l’anima, mettendo d’accordo tutte le forze che agiscono e forzano dall’esterno … in acqua e in aria. Quando si progetta una barca è d’obbligo aver ben chiaro l’utilizzo che se ne vuole fare. A disposizione abbiamo l’acciaio o la vetroresina, la chiglia lunga o retrattile, il dislocante o planante, sono tanti gli approcci proposti dai cantieri per realizzare uno scafo che possa girare il mondo o semplicemente per una crociera estiva.

Dopo aver passato l’epoca in cui le barche erano il simbolo della dolce vita, degli anni ’50, del miracolo italiano, della ripresa economica e del lusso, dove la cantieristica italiana produceva unità in serie aumentando il livello e l’eleganza del design esterno, oggi il settore, nonostante una generalizzata crisi d’identità, vive una ripresa stimolante grazie anche al fatto che l’Italia lega il suo nome nel passato e nel presente al Design italiano, al “made in Italy “. Dal 2010 ad oggi sul mercato vi sono migliaia di imbarcazioni costruite ed invendute, e quelle vendute sono ferme nei porti a causa degli ormai impossibili costi di gestione. E’ vero che la crisi nautica ha fermato il mercato, ma non ha smesso di far navigare le barche, perché la passione per la barca è quel sentimento che va oltre ai soldi, alla moda e allo spread!

Conclusioni
C’è un legame stretto fra lentezza e memoria, fra velocità e oblio”. Milan Kundera elogiava la lentezza, invitava a rallentare il tempo, a gustarlo, assaporarlo. Si parla oggi di slow (food, architettura, viaggi, etc.) come risposta “sana” al dilagare del fast come forma di eccitazione futurista e di velocità (vedi Marinetti e Sant’Elia) che la rivoluzione tecnologica oggi è riuscita a regalare all’Uomo. La velocità, personalmente, fa perdere i dettagli di ciò che incontriamo, rende la visione dei pensieri e delle cose sfocata, i contorni indefiniti, inafferrabili, non memorizzabili…

Lo spostamento legato al viaggio, il farsi trascinare dal vento e da una navigazione lenta e sensoriale, è forse il modo migliore per cogliere l’essenza del tempo e di intuire l’esistenza delle relazioni tra gli elementi, le leggi che regolano la disposizione delle “cose” sul suolo come la forma di un territorio attraverso l’insieme dei frammenti percepiti lungo il proprio cammino. L’osservare le cose, preferire il vedere al pensare, preferire immergersi nel mondo più che prenderne le distanze, è il punto di partenza sul quale anche i romani filosofeggiavano non solo celebrando la bontà della imbarcazione ed evitando l’abbaglio delle finiture lussuose ma riflettendo sulla ricchezza del tempo disponibile navigando e sfruttato per meditare, assaporare la vita.

La barca a vela ed il suo navigare lento ci regala, dunque, da secoli queste emozioni. Le tipologie di imbarcazioni e di carene da diporto del prossimo futuro deriveranno da forme, già sotto esame nel comparto militare, certamente legate più alla motonautica e al concetto di velocità che alla vela. Trimarani o pentamarani, scafi centrali molto stretti al galleggiamento che si allargano a livello di coperta con uno o più stabilizzatori per lato. Credo non esista la “carena ideale”, soprattutto in questi ultimi anni, la nascita di carene e di soluzioni ibride fa comprendere il generale interesse a cercare vie nuove. I nuovi strumenti di progettazione fluidodinamica facilitano questa ricerca e con questo anche la veloce polverizzazione delle soluzioni.

Carlo Sciarrelli definisce così le barche di oggi: “… Gli interni influenzano soprattutto le tughe e il bordo libero alto; poi, per smagrire la barca, fanno una bella riga blu, e via … Se a una barca stretta e fonda, si mettesse una delle brutte tughe di oggi, avrebbe più spazi di una barca larga e piatta. Le barche di adesso sono più abitabili solo grazie alle sovrastrutture, non per le linee dello scafo … Le barche hanno la prua quasi sempre uguale, è la poppa che cambia, che fa moda…. Solo con poppe non larghe e fonde di sezione si ottiene una stabilità di rotta, cosa ormai scomparsa, perché oggi è più importante che la barca giri sul posto in un marina quando va da un ormeggio all’altro, piuttosto che andare dritta… Una buona barca ti deve permettere di navigare all’infinito, dondolando tra un’orzatina e una poggiatina, senza scappare mai controvento … il mare ti butta in poggia ma le vele in orza!”.

Sacha Giannini

 

testo fornito dall’autore – photo credit @andrea mucedola

 

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