Editoriale 9 agosto 2026: Odysseus, un addio ad un poeta della canzone italiana, Francesco Guccini

Andrea Mucedola

9 Agosto 2026
tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: EDITORIALE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: COSTUME
parole chiave: Francesco Guccini, Odysseus

E’ scomparso Francesco Guccini, uno degli ultimi cantautori della canzone italiana. Un personaggio spesso dipinto a colori diversi, talora abusato da una sinistra partitica che non sapeva vedere o leggere oltre le sue parole, forse penalizzate da uno stile talvolta ripetitivo. Nato a Modena nel 1940, ebbe una vita piuttosto movimentata caratterizzata dal suo impegno politico e sociale, che traspare in alcuni testi dei suoi brani, non a torto spesso assimilati a componimenti poetici. Sebbene come l’amico Fabrizio De André si definisse anarchico, la sua appartenenza politica mutò da un’impronta socialista di matrice liberale (dichiarava di aver votato per il PRI e poi per il PSI), negli ultimi anni si avvicinò al PD e poi al Partito Radicale. Di lui si ricordano testi indimenticabili come Il Vecchio e il Bambino e La canzone del bambino nel vento (Auschwitz), un testo forse ispirato al padre che era stato incarcerato nei lager nazisti.

Nella sua opera si parla di ironia, amicizia, solidarietà ma anche di protesta sociale e di un’uguaglianza che va ben oltre gli schieramenti politici. Ricordo ad esempio Primavera di Praga del 1969, una canzone fortemente critica sulla sanguinosa occupazione militare russa in Cecoslovacchia, una delle tante operazioni speciali del regime sovietico.

Al di là del suo impegno umano e intellettuale, non sempre condivisibile nei suoi contenuti, in questo editoriale di inizio agosto, vorrei raccontarvi una delle canzoni più amate dall’autore, Odysseus, forse non tra le più conosciute. Nella ormai onnipresenza mediatica dell’ultimo film di Nolan, vale la pena ricordare che Guccini, nel 2004, scrisse questa sua interpretazione dell’Odissea in cui, a differenza dell’eroe Noliano assillato da crisi esistenziali, troviamo un Ulisse forse più vicino all’eroe omerico, animato dal desiderio irrefrenabile di tornare a solcare un mare visto non come elemento avverso ed infido ma come strumento di crescita interiore. Guccini, che non aveva mai nascosto le sue origini contadine, impersona Ulisse come un re contadino che, forse annoiato dalla vita quotidiana, vuole ritornare al mare, spinto da quel desiderio di “una vitale necessità di sentirsi altrove” come scriveva Marguerite Yourcenar, che negli spiriti liberi si trasforma in una sfida per ritrovare se stessi e sentirsi vivi. Guccini affronta con lirica poetica quella tensione interiore, sempre combattuta tra il partire verso nuove esperienze ed il tornare ai propri affetti, tormentato dalla nostalgia e dall’inquietudine di trovare un approdo definitivo; un testamento che non vuole essere una giustificazione della propria vita ma una constatazione.

Odysseus è consapevole che “la via del mare segna false rotte ” ed è “ingannevole in mare ogni tracciato” ma affronta il suo destino.  D’altronde “Dietro ogni traguardo c’è una nuova partenza. Dietro ogni risultato c’è un’altra sfida. Finché sei vivo, sentiti vivo. Vai avanti, anche quando tutti si aspettano che lasci perdere” scriveva Madre Teresa di Calcutta.

Ma torniamo a Odysseus, un brano contenuto nell’album Ritratti (2004), fa parte di una raccolta di canzoni contenenti dialoghi immaginari con personaggi storici, come Ulisse e Cristoforo Colombo. Guccini disse di averlo scritto ispirato non solo all’Ulisse/Odysseus omerico, ma anche a quello dantesco del “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza.”
L’eroe ci ricorda che Dio ha dotato l’uomo di libera volontà e ragione, affinché esso possa farne un uso accorto, seguendo probamente virtù e conoscenza. Un inno alla libertà ed alla razionalità che vuole distinguerci dalle bestie, facendo si che l’ingegno abbia sempre il controllo della ragione per non cadere nell’irrazionalità e per dare senso ad una vita che, come dice Vasco Rossi, spesso senso non ne ha. In sintesi, un messaggio fortissimo sempre più valido in un epoca in cui l’intelligenza artificiale si affaccia invasivamente nella vita di tutti, distruggendo il vero motore dell’Umanità, il dubbio.

Riportando il testo originale mi sorge spontanea una domanda: quanti di noi si sentono vicini ad Ulisse, rifuggendo il grigiore di una vita sempre uguale alla ricerca di un mondo migliore? Una domanda a cui molti potrebbero rispondere positivamente, mentendo sapendo di mentire, ormai schiavi di un mondo in cui il coraggio delle proprie azioni è spesso ridicolizzato. Forse i marinai, come Ulisse, sono gli ultimi indomabili sognatori che sanno ancora sognare davanti ad una nuova alba dopo una notte tempestosa.

Bisogna che lo affermi fortemente
Che, certo, non appartenevo al mare
Anche se Dei d’Olimpo e umana gente
Mi sospinse un giorno a navigare
E se guardavo l’isola petrosa
Ulivi e armenti sopra ogni collina
C’era il mio cuore al sommo d’ogni cosa
C’era l’anima mia che è contadina
Un’isola d’aratro e di frumento
Senza le vele, senza pescatori
Il sudore e la terra erano argento
Il vino e l’olio erano i miei ori
Ma se tu guardi un monte che è di faccia
Senti che ti sospinge un altro monte
Un’isola col mare che l’abbraccia
Ti chiama un’altra isola di fronte
E diedi un volto a quelle mie chimere
Le navi costruii di forma ardita
Concavi navi dalle vele nere
E nel mare cambiò quella mia vita
E il mare trascurato mi travolse
Seppi che il mio futuro era sul mare
Con un dubbio però che non si sciolse
Senza futuro era il mio navigare
Ma nel futuro trame di passato
Si uniscono a brandelli di presente
Ti esalta l’acqua e al gusto del salato
Brucia la mente
E ad ogni viaggio reinventarsi un mito
A ogni incontro ridisegnare il mondo
E perdersi nel gusto del proibito
Sempre più in fondo
E andare in giorni bianchi come arsura
Soffio di vento e forza delle braccia
Mano al timone e sguardo nella pura
Schiuma che lascia effimera una traccia
Andare nella notte che ti avvolge
Scrutando delle stelle il tremolare
In alto l’Orsa e un segno che ti volge
Diritta verso il nord della Polare
E andare come spinto dal destino
Verso una guerra, verso l’avventura
E tornare contro ogni vaticino
Contro gli Dei e contro la paura
E andar verso isole incantate
Verso altri amori, verso forze arcane
Compagni persi e navi naufragate
Per mesi, anni, o soltanto settimane
La memoria confonde e dà l’oblio
Chi era Nausicaa, e dove le sirene Circe e Calypso perse nel brusio
Di voci che non so legare assieme
Mi sfuggono il timone, vela, remo
La frattura fra inizio ed il finire
L’urlo dell’accecato Polifemo
Ed il mio navigare per fuggire
E fuggendo si muore e la mia morte
Sento vicina quando tutto tace
Sul mare, e maledico la mia sorte
Non trovo pace Forse perché sono rimasto solo
Ma allora non tremava la mia mano
E i remi mutai in ali al folle volo
Oltre l’umano
La via del mare segna false rotte
Ingannevole in mare ogni tracciato
Solo leggende perse nella notte
Perenne di chi un giorno mi ha cantato
Donandomi però un’eterna vita
Racchiusa in versi, in ritmi, in una rima

Andrea Mucedola
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