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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Sicurezza marittima, legittimazione dell’uso delle mine navali nel diritto internazionale – parte II

Reading Time: 5 minutes

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livello medio
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: OVUNQUE RICONOSCIUTO
parole chiave: mine navali

Marinai finlandesi del posamine Ruotsinsalmi laici nel Golfo di Finlandia, 18 maggio 1942 … questo tipo di mine navali è ancora presente nei fondali di tutti i mari del mondo,  mantenendo una certa  pericolosità per le attività umane in mare  

Accordi internazionali correlati alla Guerra di mine
La natura e la potenzialità delle mine navali di poter causare danni anche a nazioni  non belligeranti ha comportato nel tempo vivaci dibattiti nei differenti fora internazionali senza però arrivare alla definizione di nuove Convenzioni specifiche all’argomento.
Per completezza di trattazione vanno però elencati  alcuni documenti che, pur non menzionando direttamente le mine navali, furono esaminati nella stesura del “San Remo Manual” di cui parlerò più diffusamente nel prossimo paragrafo:

–   Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite
–   Seabed Arms Control Treaty  del 1971
–   Protocol II al Conventional Weapons Treaty del 1980
–   Law of the Sea Convention (UNCLOS III) del 1982.

Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite
In accordo con l’Articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite l’uso della forza, e quindi anche delle mine navali, nei conflitti è proibito a meno che:

– vengano usate in un’operazione effettuata da una coalizione internazionale, sanzionata dall’ONU, contro un identificato aggressore;

– in caso si debba ricorrere ad una difesa collettiva o singola per prevenire un attacco imminente.

Da ciò deriva che un uso preventivo delle mine, prima dello scoppio delle ostilità, non è permesso. Inoltre ne lega l’impiego ad una non chiaramente espressa valutazione sull’imminenza dell’attacco.

Seabed Arms Control Treaty
Negli anni ‘60, i progressi nel campo della tecnologia oceanografica, il grande interesse verso le risorse sottomarine e l’assenza di chiare leggi in merito, foriera di possibili confronti internazionali, comportarono la necessità di esaminare tali problematiche in riferimento alla aumentata presenza militare negli oceani. In particolare, si temeva che lo sviluppo dei mezzi militari subacquei portasse ad una corsa agli armamenti anche nel continente blu con il posizionamento do stazioni sempre più sofisticate di ascolto, per intercettare i sottomarini strategici, e la posa di campi minati di profondità con l’impiego di armi nucleari tattiche subacquee.

Il Trattato fu sviluppato congiuntamente dagli Stati Uniti e l’Unione Sovietica al fine di proibire l’impiego di armi di distruzione di massa e nucleari nel sottosuolo e sul fondo dei mari oltre le acque territoriali (12 miglia dalla costa). Sebbene il testo non contenga esplicitamente riferimenti alle mine navali convenzionali, si riferisce al possibile impiego di armi a testata nucleare sul fondo degli oceani (di fatto assimilabili a mine di elevata potenza). La costruzione di siffatti ordigni, sebbene fortemente temuta nel clima della guerra fredda, non fu mai confermata e, considerando le difficoltà tecniche e le possibili ricadute ambientali, fa pensare che non fu mai sviluppata dalle Super Potenze.

Conventional Weapons Treaty – Protocol II
Il Trattato, stipulato  nel 1980, tra le altre cose, pone delle restrizioni in merito all’uso di armi convenzionali che possano causare eccessivi danni all’ambiente ed al territorio con effetti indiscriminati. Sebbene l’articolo 1 del Protocollo si riferisca alle mine terrestri, alle booby traps ed a quelle posate per interdire fiumi e spiagge, non contemplando le mine navali, pone il problema dell’impatto sull’ambiente che, a causa delle esplosioni subacquee, può essere deturpato o subire danni sensibili. L’Italia, come molte nazioni, ha ratificato il Protocollo solo nel 1984.

Law of the Sea Convention (UNCLOS III)
La ratificazione della terza Convenzione delle Leggi del mare ha comportato un possibile impatto sulle operazioni navali e quindi anche sulle operazioni di guerra di mine in tempo di pace. Prevedendo un’espansione delle aree territoriali a 12 miglia nautiche, la creazione di una successiva area contigua di 24 miglia e di una seguente zona economica esclusiva (ZEE) di 200 miglia, qualora dichiarata e ratificata, di fatto si viene a generare un’estensione dei diritti di sovranità economica alla piattaforma continentale ed agli arcipelaghi. Questo fattore potrebbe comportare, nel caso la nazione lo richiedesse, una riduzione teorica delle aree di alto mare in cui poter condurre operazioni navali fino al limite esterno della ZEE. Come menzionato precedentemente la convenzione dell’Aia non ha posto limiti geografici ben definiti se non da un generico “off the coast and ports of the enemy”. 

L’estensione di queste nuove aree di sovranità potrebbe, in tempo di pace, fornire alla nazione la possibilità di effettuare in maniera legittima dei minamenti dichiarati a scopo protettivo. In caso di guerra, sebbene la questione sia controversa, l’area economica esclusiva di una nazione neutrale potrebbe essere minata da uno stato belligerante a meno che tale intervento contrasti in maniera eccessiva con i diritti esclusivi di sfruttamento delle risorse attribuite allo stato costiero o comporti un danno all’ambiente (inquinamento).

Ambedue le situazioni comportano evidenti risvolti operativi in quanto potrebbe succedere che forze navali sotto mandato dell’ONU potrebbero dover operare, in tempo di pace, in prossimità di campi minati protettivi, legittimamente posati dalla nazione neutrale all’interno della sua ZEE, ottenendone una limitazione nei movimenti. In situazioni di guerra, l’eventuale uso di campi minati offensivi a scopi di interdizione contro una nazione belligerante, dovrebbe  essere soggetto al beneplacito dello Stato neutrale il quale potrebbe legalmente opporsi qualora travisasse una ricaduta negativa sui propri interessi economici in detta zona.

fine II parte – continua

 

Andrea Mucedola 

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Andrea Mucedola
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