Il mito del diluvio universale: l’arca e l’incontro tra l’eroe Gilgameš e Utnapishtim, il “Noè” babilonese

Andrea Mucedola

4 Aprile 2022
tempo di lettura: 8 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: MITI
PERIODO: II –  I MILLENNIO AVANTI CRISTO
AREA: MESOPOTAMIA
parole chiave: Utnapishtim, arca, diluvio

 

Tra i miti lontani forse quello più interessante è la cosiddetta Epopea di Gilgameš, scoperta in una serie di tavolette cuneiformi a metà del diciannovesimo secolo tra le rovine della grande biblioteca di Ninive. Queste tavolette  descrivono la storia di un drammatico diluvio che presenta significativi parallelismi con quello biblico di Noè. Le tavolette, che risalgono forse al secondo millennio avanti Cristo, narrano anche diversi miti associati alle religioni politeiste dell’epoca.

Perché questi testi sono così interessanti?
I racconti scritti su tavolette in caratteri cuneiformi comprendono alcune delle primi descrizioni del diluvio e mostrano evidenti somiglianze con l’antico Testamento. Questo evento catastrofico è stato raccontato da civiltà apparentemente non in contatto fra di loro e tramandato sia oralmente che con narrazioni accurate che lamentano eventi catastrofici in numerose fonti antiche sparse dall’Oceania al Medio Oriente fino al nord Europa.

La scrittura cuneiforme fu inventata dai Sumeri e poi in seguito usata dagli Accadi. Va compreso che molti testi scritti in babilonese o in assiro, due varianti dell’accadico, riportano resoconti similari del diluvio che sono sorprendentemente vicine alla descrizione di quello raccontato nella Genesi. In particolare, il racconto in babilonese è quello  meglio conservato con solo sette versi mancanti su 205.

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Nella mitologia sumera, Dilmun era conosciuta come la terra luminosa e pura, un paradiso dove la malattia e la morte non esistevano. La terra di Dilmun era piena di abbondanti sorgenti d’acqua, portate fuori dal regno sotterraneo da Utu/Shamash, il dio del sole, per volere di Enki. Quella fu la destinazione finale di  Utnapishtim, il Noah della mitologia sumera e babilonese, che Gilgameš andò a cercare in cerca dell’immortalità –  mito di  Gilgameš – Museo di Al Manama, Bahrain photo credit @andrea mucedola

L’Epopea di Gilgameš è contenuta in dodici grandi tavolette e, dalla scoperta originale, è stata trovata su altre, che risalgono al 650 a.C. circa. Non sono originali poiché frammenti della storia del diluvio sono stati trovati su tavolette datate intorno al 2.000 a.C. cosa che fa ipotizzare che sia stata composta ben prima del 2.000 a.C., forse intorno al 3.300 a.C.. Si tratta di un componimento poetico intorno alla figura di Gilgameš che potrebbe essere identificato con il re sumero Gilgameš della prima dinastia di Uruk che regnò per 126 anni. Sebbene il periodo sia piuttosto lungo, bisogna osservare che è comparabile alla durata della vita dei patriarchi prima del diluvio citata nella Bibbia. In quelle tavolette viene menzionato che: “il diluvio rovesciò la terra“.

La storia del diluvio secondo i Sumeri e i Babilonesi
Racconto ora in breve una parte della storia di Gilgameš, un racconto che vi invito a leggere per la sua bellezza. Gilgameš è un eroe in possesso di una grande conoscenza e saggezza che, dopo una vita avventurosa, decide di raccontare le sue opere, inclusa la costruzione delle mura della città di Uruk e del tempio degli dei (Eanna).

In realtà, si evince una certa autocritica che lo descrive come un regnante non molto amabile, anzi talmente odiato dal suo popolo da essere poi castigato dagli “dei”. Senza raccontare tutta la storia, le divinità, pregate dal popolo di intervenire, decidono di inviare sulla Terra un uomo selvaggio, Enkidu, con cui l’eroe ha un accesa discussione che, come previsto (visto il carattere dei due) culmina in un fiero combattimento.

Ma il Fato fa si che, alla fine, i due diventino amici ed intraprendano insieme pericolose avventure, arrivando ad uccidere il temibile Toro celeste. Questo non è gradito agli dei, in particolare ad una dea particolarmente ostile a Gilgameš che fa morire di malattia Enkidu, lasciando l’eroe nel dolore ma che nella consapevolezza e paura della morte. L’eroe decide quindi di mettersi in viaggio per trovare il segreto dell’immortalità.

In questo suo mitico viaggio incontra Utnapishtim, un personaggio simile al biblico Noè, che gli parlerà del grande diluvio. Dopo aver costruito una nave per sopravvivere al Diluvio, inteso a distruggere l’Umanità peccatrice, Utnapishtim viene premiato con limmortalità dal dio Enki e si ritira nella terra felice di Dilmun (l’odierno Bahrain).

Ma non è solo. Secondo il mito anche a lui era stato concesso di portare sull’arca i suoi parenti e tutte le specie delle creature terrestri; dopo molti giorni di pioggia e di tempesta, Utnapishtim aveva liberato gli uccelli per trovare una terra dove poter approdare ed alla fine, come Noah, la sua arca si era arenata sulla cima di una montagna.

Le somiglianze con il diluvio biblico
Nonostante le somiglianze siano molte, ci sono molte differenze, evidenziate da Frank Lorey  in un recente articolo:

Differenze Genesi biblica Epopea di Gilgamesh
Diluvio Globale Globale
Causa Malvagità umana Peccati dell’Uomo
Diretto verso Umanità Una città e l’Umanità
Causato da Yahweh Assemblea degli Dei tramite il dio Enki
Personaggio principale Noah (Noè) Utnapishtim
Caratteristica Giusto Giusto
avvisato Da Yahweh In un sogno
richiesta Costruire un’arca Costruire un’arca
Dimensioni della nave Diverse versioni Diverse versioni
Porta una una
aperture Almeno una Almeno una
Forma della nave rettangolare quadrata
passeggeri Famiglia di Noah Famiglia e forse pochi altri
animali Tutte le specie Tutte le specie
acque Acque sotterranee e dal cielo Acque dal cielo
Durata 40 giorni e notti Sette giorni e sette notti
Controllo sulla presenza di terre emerse Rilascio di uccelli Rilascio di uccelli
Tipo di uccelli Corvo e tre colombe Colomba, rondine e corvo
Approdo Mt. Ararat          Mt. Nisir

Come vedete, le somiglianze sono sorprendenti anche se si notano delle differenze importanti come la differenza monoteistica o politeistica. Anche le motivazioni (peccati degli Uomini) appaiono diverse: dalla malvagità umana biblica al comportamento “animalesco” che offende gli dei nella mitologia accadica. In realtà, si tratta sempre di disobbedienze, ovvero della volontà di essere indipendenti dal volere divino, che portano alla punizione celeste.

Nel mito sumero-babilonese, tavola XI, Utnapishtim riceve il seguente comando:
Uomo di Shuruppak, figlio di Ubartutu, abbatti la tua casa, costruisci una nave, abbandona la ricchezza, cerca la vita! Disdegna i possedimenti, salva la vita! fai salire sulla nave tutte le specie viventi! La nave che tu devi costruire – le sue misure prendi attentamente».

Avviene quindi il diluvio per sette giorni e sette notti (più breve di quello biblico). Finite le piogge, l’arca si arena su una montagna e Utnapishtim, come Noè, per ringraziamento fa un sacrificio. Se a Noah viene concesso di ripopolare il mondo, nel suo caso, il dio Enki gli concede il dono degli dei, la vita eterna, e si reca ad abitare su un’isola alla foce del Tigri e dell’Eufrate, Dilmun, dove Gilgameš, alla ricerca dell’immortalità, lo incontrerà.

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Shiduri, la vinificatrice, indica la via a Gilgameš.  Giù nel bosco troverà il barcaiolo Uršanabi che lo potrà aiutare a raggiungere Dilmun  dove vive Utnapishtim – impronta di sigillo Dilmun – museo Al Manama Bahrain photo credit @andrea mucedola

Utnapishtim racconta a Gilgameš la storia del diluvio, di come gli dei si incontrarono in consiglio e decisero di distruggere l’Umanità per i suoi peccati, di come lui fu prescelto, senza sapere perché, tra tutte le persone al mondo, il dio Enki lo avesse scelto per sopravvivere.

Utnapishtim racconta di aver obbedito nella consapevolezza di ingannare centinaia dei suoi vicini, condannati a lavorare giorno e notte per costruire la barca che avrebbe portato, lui e la sua famiglia, in sicurezza mentre gli loro verranno abbandonati al loro destino. Un peso che porterà per l’eternità.

Dietro le insistenze di Gilgameš, Utnapishtim lo mette alla prova, chiedendogli di rimanere sveglio per una settimana. L’eroe stremato si addormenterà e non supererà la prova. D’altronde come può resistere alla morte se non riesce a resistere al sonno? D’altronde Gilgameš è un Uomo e tutti gli uomini sono mortali e destinati alla morte. Ma Utnapishtim gli rivela che la vita va oltre la morte di un singolo e continuerà con i suoi eredi, con le città che ha costruito e le culture che si tramanderanno in un ciclo senza fine.

Utnapishtim (chiamato anche Ziusudra), per consolarlo, gli svela che in fondo al mare c’è una pianta che ridona la giovinezza. L’eroe raggiunge il luogo e si immerge, aiutato da delle pietre per raggiungere il fondo delle acque, riportando poi la pianta magica in superficie. Decide però di aspettare a nutrirsene e di tornare a Uruk, da dove era partito, per portarla ai più vecchi per dare prima a loro la giovinezza … proponendosi in seguito di prenderla anche lui.

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Ma un serpente, attirato dal profumo del fiore della pianta, la divora, cambiando immediatamente la sua pelle. Così facendo gli toglie anche questa sua ultima speranza e l’eroe ritorna a Uruk, aspettando il suo destino di mortale.

Nell’Epopea di Gilgamesh si trovano brani di grande poesia … uno tra i più belli è scritto nella tavola detta di Meissner-Millard, con l’esortazione che la vinificatrice Shiduri fa a Gilgameš, rattristato della scomparsa dell’amico fraterno Enkidu e della inevitabilità della morte.
«Gilgameš dove stai andando? La vita che tu cerchi, tu non la troverai. Quando gli dèi crearono l’umanità, essi assegnarono la morte per l’umanità, tennero la vita nelle loro mani. Così Gilgameš, riempi il tuo stomaco, giorno e notte datti alla gioia, fai festa ogni giorno. Giorno e notte canta e danza, che i tuoi vestiti siano puliti, che la tua testa sia lavata, lavati con acqua, gioisci del bambino che tiene (stretta) la tua mano, possa tua moglie godere al tuo petto: questo è il retaggio (dell’umanità) –  traduzione di Giovanni Pettinato, La Saga di Gilgameš, p.213»  

Un consiglio senza tempo che racchiude la vera bellezza della vita. Anche l’eroe invincibile non può sfuggire al suo destino e se ne farà una ragione  dopo il suo incontro con il saggio Utnapishtim.

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Simon de Myle (Belgio, XVI secolo) – l’arca di Noè sul monte Ararat

Il raffronto con il racconto biblico
Al di là di queste somiglianze, che potrebbero far pensare ad un’unica tradizione, i nomi sono sorprendentemente diversi: Noè significa “riposo“, mentre Utnapishtim significa “cercatore della vita“. Sono entrambi due esseri umani, considerati giusti e relativamente migliori rispetto a coloro che li circondavano. Entrambi ricevono istruzioni per la costruzione dell’arca. Curioso il fatto che l’arca sumerica sia di forma quadrata a differenza di quella di Noè (che ha maggior senso dal punto di vista marinaresco). Una differenza interessante è il fatto che Utnapishtim viene aiutato da un esperto costruttore di barche, Puzur-Amurri, e da alcuni artigiani. A lui Utnapishtim regala il suo palazzo, pur sapendo che non avrà speranza. La durata dell’inondazione è diversa: 40 per la Bibbia e 7 per il mito accadico. Non c’è da sorprenderci in quanto il numero 40 è un numero sacro per gli Ebrei che troviamo più volte nel Vecchio e Nuovo Testamento. Per quanto riguarda la destinazione finale entrambi i punti di approdo si trovano nella stessa regione del Medio Oriente, sebbene distino circa 300 miglia di distanza.

La storia di Utnapishtim è forse la prima testimonianza sul diluvio ad emergere dalle sabbie della Mesopotamia. Di fatto fra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, nuovi scavi archeologici in Irak portarono alla luce la versione babilonese del mito di Atramkhasis, 1700 a.C. e quella sumerica (mito di Ziusudra, 2000 a.C.) che potrebbero aver ispirato la tavoletta del diluvio. In particolare, nel mito di Atramkhasis il diluvio fu solo l’ultimo di una serie di calamità, decisa dagli dei per punire il genere umano, reo di volersi rendere indipendente dall’elemento divino, avendo raggiunto un miglioramento delle condizioni di vita grazie all’accrescimento del sapere

La versione babilonese dell’Epopea di Gilgameš non contiene invece il racconto del diluvio e questo fu probabilmente aggiunto dagli scribi assiri che, nella biblioteca di Ninive, potevano direttamente consultare un patrimonio letterario vecchio di secoli. Questo fa ipotizzare che la sua datazione possa essere più antica di quella ipotizzata per la Genesi. Questo non toglie che il racconto biblico sia stato tramandato prima come tradizione orale, poi in forma scritta attraverso i patriarchi e infine a Mosè.

La teoria più accettata è comunque che entrambi abbiano una fonte comune, precedente a tutte le forme sumere, che narri l’evento storico del Diluvio. Chissà se qualche tavoletta seppellita in quelle tormentate sabbie ci possa ancora regalare nuove sorprese in futuro.

Andrea Mucedola

 

FONTI

Keller, Werner, The Bible as History, (New York: William Morrow and Company, 1956)

Sanders, N.K., The Epic of Gilgamesh (London: Penguin Books, 1964)

Heidel, Alexander, The Gilgamesh Epic and Old Testament Parallels, (Chicago: University of Chicago Press, 1949)

Giovanni Pettinato, La Saga di Gilgameš, p.213

 

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