Il mito di Kon Tiki, dio bianco del fuoco, colonizzatore del Pacifico

Thor Heyerdahl
tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: MITI DEL MARE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: Kon Tiki, Thor Heyerdahl
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Chi erano quegli indigeni descritti come “belli e aitanti” che accolsero i primi Europei sulle spiagge della Polinesia con cani, maiali e polli. Nelle descrizioni sembrerebbe che parlassero una lingua che nessun altro popolo capiva e vivevano in villaggi con templi e capanne circondati da terreni ben ordinati ma, a volte, si citavano vetuste piramidi, strade selciate e statue di pietra delle dimensioni d’una casa a quattro piani.

Le risposte a tale domanda sono ancora numerose, forse quanto i libri che le trattano, basate su molteplici e controverse teorie che no trovano riscontro nelle analisi genetiche dei resti di quelle popolazioni. Le origini dei Polinesiani si rimandano a migrazioni dalle Isole malesi, le Indie, la Cina, il Giappone, l’Arabia, addirittura la Libia o il Caucaso. I più fantasiosi studiosi richiamano il mito di Atlantide o di altri continenti perduti. Non a caso Thor Heyerdahl, il grande esploratore che attraversò l’Oceano Pacifico sul Kon Tiki, scrisse che dove “la scienza era costretta ad arrestarsi, la fantasia aveva via libera”. Di certo i primi Europei che osarono attraversare quell’immenso oceano furono meravigliati nello scoprire enigmatici e apparentemente senza senso monoliti di pietra nell’isola di Pasqua e altri resti di origine ignota origine fra le isole più vicine alla costa sud americana. Immaginarono fossero reliquie di preistoriche civiltà o avanzi emergenti di un continente irrimediabilmente sommerso da un immane cataclisma. Teorie affascinanti che avrebbero spiegato molte cose ma che, d’altra parte, non trovavano riscontro da parte dei geologi, senza parlare delle forme viventi animali e vegetali, vissute isolate fra loro e da tutti i continenti circostanti.

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La Polinesia venne colonizzata attraverso una serie di viaggi straordinari attraverso un oceano che si estendeva per un terzo della Terra, ma la sequenza della colonizzazione delle isole rimane sconosciuta e la loro tempistica controversa. Secondo un recente studio effettuato sulle tracce genetiche (Paths and timings of the peopling of Polynesia inferred from genomic networks | Nature), viaggiatori dell’arcipelago di Tuāmotu si stabilirono su quelle stesse isole intorno al 1200 d.C.. Paths and timings of the peopling of Polynesia inferred from genomic networks | Nature

In un tempo relativamente recente la razza polinesiana, a caso o di proposito, approdò dall’Occidente asiatico a quelle isole sperdute, distribuendosi su una distesa marina quattro volte più vasta della intera Europa. Questi popoli con una evidente origine comune avevano sviluppato dei dialetti tra di loro correlati, se vogliamo una lingua che potremmo definire polinesiana. Furono ritrovati pochissimi – ancora misteriosi – tentativi di scrittura tra cui  il Rongorongo dell’isola di Pasqua il cui collegamento linguistico non si è conservato. Come fattore comune, questi popoli veneravano gli antenati del mitico Tiki, figlio del sole, e celebravano la memoria dei loro capi defunti con statue di diverse fattezze.
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Un aiuto per risalire alle loro origini viene dalla antropologia: il ricordo tramandato dei nomi dei loro capi ha permesso di ricostruire il possibile periodo di occupazione di quelle isole. Curiosamente, l’artificio mnemonico era costituito da un complicato sistema di funicelle a nodi, simile a quello usato dagli Inca del Perù. Confrontando le genealogie nelle diverse isole, il raffronto fra i vari gruppi etnici mostrò una eccezionale corrispondenza tanto nei nomi quanto nel numero delle generazioni, facendo dedurre che queste isole iniziarono ad essere abitate circa 600 anni dopo Cristo da dei popoli provenienti dall’Asia che in realtà avevano iniziato la loro lenta migrazione verso Oriente in piccoli gruppi di individui, intorno al 3000 a.C.. Dopo questa avvenne una seconda migrazione che sarebbe approdata alle isole più lontane verso il 1100-1300 d.C.. Questi popoli avevano una civiltà che potremmo definire dell’età della pietra, come risulta dai ritrovamenti di un particolare tipo di accette e di utensili di selce. Considerando che in quel periodo le uniche genti primitive erano quelle isolate nelle foreste vergini o nel Nuovo Mondo, dove l’uso del ferro era ancora interamente ignoto, gli scienziati concordano che la loro provenienza potrebbe essere stata influenzata dalle coste occidentali  del continente sudamericano. Sulla base di queste ipotesi Thor Heyerdahl ipotizzò che alcuni gruppi provenissero dai popoli indii dell’America meridionale; in particolare dalla costa peruviana dall’Oceano Pacifico dove, secondo i miti locali, aveva vissuto un tempo un popolo sconosciuto che aveva fondato una singolare civiltà che aveva lasciato enigmatiche statue antropomorfe di pietra, simili a quelle delle isole Pitcairn, Marchesi, e Pasqua, ma anche gigantesche piramidi a ripiani, analoghe a quelle di Tahiti e Samoa.

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Mappa che mostra una teoria della migrazione dei polinesiani che ipotizza fossero originari di Taiwan. I colonizzatori si stabilirono nel triangolo polinesiano che comprende ai suoi angoli la Nuova Zelanda, le Hawaii e l’Isola di Pasqua in tempi diversi, provenendo da Taiwan tra il 3.000 e il 1.000 a.C. – Autore Eccles, D. (2019, May 19) estratto dal Polynesian Migration Map da World History Encyclopedia da https://www.worldhistory.org/image/10691/polynesian-migration-map/

Le Fonti in merito a quelle costruzioni sono ancora limitate. Quando i primi Spagnoli arrivarono in Perù, gli Inca, che avevano su quell’altipiano il loro potente impero, raccontavano che quegli enormi monumenti erano stati costruiti precedentemente dagli dèi bianchi, che avevano vissuto in quelle terre prima che gli Inca conquistassero il territorio. Erano descritti come sapienti e pacifici maestri che, al principio dei tempi, erano scesi dal Nord e avevano istruito i primitivi antenati degli Inca nell’architettura, nell’agricoltura, negli usi e nei costumi. Questi si distinguevano dagli altri Indii per la loro cute bianca, le lunghe barbe e l’alta statura. Ad un certo momento per ragioni ignote abbandonarono il Perù e gli Inca conquistarono il paese. Cosa accadde ai “maestri bianchi”? Erano forse i loro discendenti che accolsero i primi navigatori europei? Le testimonianze degli esploratori spagnoli parlano di indigeni di pelle bianca con capelli e barba biondi o rossicci, con occhi grigio-azzurri e un aspetto quasi semitico dato dal naso aquilino; insomma molto diversi dagli altri polinesiani che avevano pelle scura, capelli nero corvino e naso largo e rincagnato come i maori. Gli indigeni dai capelli rossi si chiamavano Urukehu e asserivano di essere i discendenti diretti degli dèi bianchi Tangaroa, Kane e Tiki. Curiosamente nella mitologia Maori si parla anche dei Patupaiarehe, esseri soprannaturali descritti di carnagione pallida o chiara con capelli biondi o rossi, con la stessa statura delle persone comuni, A differenza dei Maori non praticavano il tatuagio.

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Spedizione di Thor Heyerdahl con il Kon Tiki del 1947 – foto in bianco e nero colorata Expedition Kon-Tiki 1947. Across the Pacific. (8765728430).jpg – Wikimedia Commons

Quando il 5 aprile 1722 l’esploratore olandese Jacob Roggeween, a circa 2.300 miglia dalla costa occidentale del Cile e 2.500 miglia a est di Tahiti scoprì un’isola sperduta, che fu battezzata Paaseiland, isola di Pasqua, dove trovò insieme agli indigeni locali di pelle scura, degli uomini bianchi che gli isolani ritenevano discendenti di Tiki1 e di Hotu Matua, provenienti da un paese montagnoso d’oriente, arso dal sole.

La leggenda di Kon Tiki
Heyerdahl, studiando la mitologia Inca, trovò menzionato il dio del sole Virakocha, che nel Perù era stato il condottiero di quella gente bianca in seguito scomparsa. Questa divinità era chiamata negli antichi tempi del Perù, Kon Tiki oppure Illa-Tiki, cioè Tiki del sole o Tiki del fuoco. La leggenda racconta che Kon Tiki fu attaccato da un capo venuto da Coquimbo. Infine, al termine di un combattimento svoltosi su un’isola del lago Titicaca, i misteriosi barbuti bianchi vennero sconfitti e trucidati e Kon Tiki con pochi seguaci riuscì a raggiungere la costa per navigare verso occidente. E’ curioso come gli antichi toponimo dei villaggi intorno al lago Titicaca si ritrovino nelle narrazioni storiche degli indigeni del Mare del Sud, che mostrano disegni di grandi canoe che richiamano alla memoria la forma delle navi vichinghe ma con scafi legati a coppie. Fu forse questo il secondo popolo che raggiunse la Polinesia verso il 1100 d.C. mescolandosi agli indigeni locali?

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disegno di una lunga canoa dal diario di Roggeween

Come poteva essere possibile attraversare grandi spazi marini con tecnologie così primitive? Per dimostrare che la colonizzazione della Polinesia poteva essere avvenuta in epoca precolombiana da parte di popolazioni del Sud America, l’esploratore norvegese Tom Heyerdahl ideò un esperimento al limite del possibile; costruì un’imbarcazione utilizzando materiali, metodi e tecnologie di tipo preistorico e si abbandonò alle correnti. Ma di questo parleremo in un prossimo articolo.

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in anteprima l’archeologo Tom Heyerdahl con alcune statuette di Kon Tiki che mostrano diverse fattezze Thor Heyerdahl – L0061 934Fo30141701190050.jpg – Wikimedia Commons

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1 La cultura Tiki si riferisce a un complesso artistico e spirituale di origine polinesiana. Tiki indicava, in origine, il nome di una figura mitologica maori, considerata come il primo uomo sulla Terra, ma si estese poi alle caratteristiche statue, generalmente incise in legno, raffiguranti figure mitologiche e divinità tradizionali polinesiane, spesso poste all’ingresso di luoghi sacri. Ma il suo mito si ritrova nelle culture sud americane.
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