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La guerra contro i corsari barbareschi … la strategia del Trattato ma non solo – parte IV

Reading Time: 8 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVI SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: corsari barbareschi

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da «Contro i corsari barbareschi» una guerra permanente nel Mediterraneo di età moderna di Emiliano Beri

Trattati, deterrenza, tributi e bandiere ombra
La strategia del trattato, come forma di protezione dalla corsa barbaresca, e della deterrenza militare come veicolo di garanzia del trattato non era cosa nuova. A partire dal Seicento, vi avevano fatto ricorso tutti gli Stati con un potenziale navale sufficiente ad agire quale deterrente e con disponibilità a pagare, in denaro e merci strategiche (solitamente armi e materiali per la guerra navale), un tributo annuale.

Era, come è facile intuire, la via più efficace per garantire la sicurezza di navi e litorali dalle azioni predatorie dei corsari. Non che fosse l’unica strategia efficace: anche quella adottata dalla Spagna nel primo Cinquecento – conquistare la costa del Nord Africa occidentale per eliminare il problema alla radice – lo sarebbe stata, se attuata con successo ma richiedeva un dispendio notevole di risorse.

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La via del Trattato, sostenuto dalla deterrenza militare e, alternativamente o meno, dall’esborso di denaro, poteva essere perseguita con un dispendio di risorse nettamente inferiore. 
Essa venne infatti perseguita a partire dal Seicento da un numero crescente di Stati. Crociere di squadre navali da battaglia, bombardamenti delle capitali delle tre Reggenze, trattati di pace e pagamenti di tributi si susseguono nel Seicento; ne sono protagoniste l’Inghilterra, l’Olanda e la Francia, quest’ultima con alle spalle una tradizione di buoni rapporti con gli Ottomani (inaugurata dall’alleanza antispagnola del 1535-1555), che non l’aveva però garantita dalle attenzioni dei barbareschi con l’ouverture dell’età della corsa mercantile.

Nel Settecento ecco la Danimarca, la Svezia, l’Impero, Venezia, il Portogallo e persino Amburgo. Gli strumenti, in tutti i casi, erano sempre gli stessi: l’azione navale dimostrativa, con eventuale bombardamento della capitale della Reggenza, o il pagamento di un tributo annuale, o entrambi, sia quando l’azione dimostrativa faceva fiasco (è il caso danese nel 1770) sia quando gli equilibri di potenza facevano sì che la forza militare non costituisse un deterrente sufficiente (tanto per la sottoscrizione del trattato quanto per il rispetto, nel tempo, dei suoi termini da parte delle Reggenze). Fuori dal coro solo la Spagna, ancora impegnata  nel 1775 a tentare la via della conquista di Algeri con una grande spedizione navale, per poi ripiegare (1783-86) sulla formula del bombardamento e del trattato (senza peraltro ottenere l’immunità dalla corsa).

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il capitano della USN Stephen Decatur [1779-1820] all’arrembaggio di una cannoniera tripolina. Quadro di Dennis Malon Carter [1818-1881]

In questo contesto gli Stati italiani occupano un posto a sé. Per ricorrere alla strategia del trattato erano necessarie potenza navale e disponibilità a sborsare somme consistenti. Tra gli Stati italiani, entro lo spartiacque della Rivoluzione francese e dell’età napoleonica, Venezia fu l’unica ad agire direttamente (contro Tripoli, 1764-66, e Tunisi, 1783-92) 20. Anche Napoli, Sicilia e Toscana ottennero nel Settecento l’immunità nei confronti della corsa, ma grazie ai trattati sottoscritti dall’Impero nel 1728 (Napoli e Sicilia) e 1748 (Toscana).

Nel primo Ottocento saranno il Regno di Sardegna e il Regno delle Due Sicilie a firmare trattati con le Reggenze, ancora grazie all’intercessione, e alla mediazione, di una potenza straniera, la Gran Bretagna, protagonista di un’incisiva azione navale contro Algeri nel 1816. Alla mediazione britannica seguì poi, elemento di novità, quantomeno da parte sabauda, l’allestimento di una flotta da battaglia, pianificato al preciso scopo di avere un valido strumento deterrente nei confronti dei barbareschi 21.

L’immunità garantita da un trattato di pace, attraverso l’ombrello protettivo di una potenza straniera, poteva essere ottenuta anche per un’altra via, privata. La vicenda della marineria genovese nel Settecento ci mostra come. La Repubblica di Genova, dopo essere stata partecipe, nel XVI secolo del tentativo spagnolo di risolvere il problema corsaro con la conquista del Nord Africa, ricorse, unicamente a strumenti di difesa passiva, tentando la soluzione diplomatica in modo incerto, e senza successo, nel Settecento 22.

Non sfuggiva però, tanto agli organi di governo quanto alla gente di mare, che l’immunità per trattato fosse la forma più efficace di protezione contro la minaccia corsara.

Ancor più in un contesto come quello settecentesco, in cui la corsa barbaresca era sì in declino sotto il profilo quantitativo, ma lo era per il moltiplicarsi dei trattati, ossia per il moltiplicarsi delle marinerie europee che i corsari non potevano predare. Per le poche realtà non protette da trattato, come quella genovese, la minaccia corsara era attuale come prima: anzi, anche più di prima 23. La soluzione era accedere alla protezione dei trattati in vigore tra le Reggenze e altri stati europei, in particolare quelli dotati di un maggior potere deterrente: la Francia e la Gran Bretagna. Lo strumento era il mimetismo di bandiera, la bandiera ombra, ossia l’utilizzo, in navigazione, della bandiera francese o britannica; bandiera che veniva ottenuta per iniziativa del capitano di mare e dell’armatore, attraverso un esborso di denaro: un buon affare sia per l’amministrazione statale (francese o britannica), che incassava denaro, sia per gli armatori, i capitani e gli equipaggi dei bastimenti, che ottenevano quella protezione, l’immunità garantita dal trattato, che Genova non poteva fornire.

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Stati barbareschi e direttrici dei raid all’inizio del XIX secolo (da: https://apamlitantebellum.wordpress.com

Qui era l’iniziativa privata che permetteva l’accesso allo strumento dell’immunità, non quella statale. Ma lo Stato non era del tutto assente, perché, se il ricorso alle bandiere ombra era illegale nella Repubblica, gli organi di governo chiudevano un occhio specialmente nei confronti di chi utilizzava i vessilli di potenze in pace con le Reggenze (mentre in altri casi il mimetismo aveva esclusivi fini fiscali).

Non solo, nel corso del Settecento in diverse occasioni la Giunta di Marina e il Magistrato dei Conservatori del Mare (i due organi di governo con competenza sugli affari marittimi) proposero ai Serenissimi Collegi (il vertice del governo genovese) di legalizzare l’utilizzo delle bandiere di Francia e Gran Bretagna, motivando la proposta con la protezione che queste fornivano contro i Barbareschi. Segno tangibile, questo, di come l’accesso indiretto alla protezione per trattato fosse ormai entrata nell’orizzonte politico della realtà genovese 24.

Conclusioni
Conquista territoriale, difesa passiva, accordo diplomatico, deterrenza militare e mimetismo di bandiera: le strade attraverso cui gli stati europei hanno affrontato il problema barbaresco sono state molteplici e variegate. Alcune più efficaci, altre meno; alcune ben conosciute, altre molto meno. La militarizzazione dei litorali italiani e iberici è un fatto noto. Ed è un fatto dalle immani proporzioni. Si contano a centinaia le torri costruite nel corso di meno di un secolo; solo per fare alcuni esempi: quasi 340 nel Regno di Napoli (di cui 110 circa in Calabria), quasi 140 in Sicilia, circa 100 in Corsica, 90 in Sardegna e 50 sul versante tirrenico dello Stato pontificio 25. Ma non bisogna guardare alle sole torri, perché il sistema di difesa statico si componeva di altri elementi. Piazzeforti e fortezze innanzitutto, poche rispetto alle torri, ma non meno rilevanti. E poi altre opere, presenti, queste, in quantità: borghi murati, castelli, bastioni, caseforti, conventi e chiese fortificati; non necessariamente tutti addossati alla costa ma distribuiti in uno spazio più o meno profondo 26.

Numeri notevoli nel complesso, come notevoli sono anche i numeri delle forze di presidio: pochi soldati di professione ma tantissimi miliziani, con la milizia territoriale statale, articolata sulle preesistenti forme di milizia locale organizzate su base comunitaria, che è una novità collegata a doppio filo al problema della corsa barbaresca ed alla fortificazione dei litorali 27. Anche i «cavallari», i soldati a cavallo incaricati di pattugliare i litorali e trasmettere i messaggi di allarme, sono parte di questo grande sistema, che in Italia è un sistema infrastatale, ossia che varca i confini degli stati, nelle aree di contatto, attraverso forme di collaborazione ben oliate 28.

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Nota è anche la pratica degli accordi diplomatici, dei trattati, e del meccanismo di deterrenza militare su cui gli accordi si reggevano. Meno note e meno studiate sono le forme passive di protezione degli spazi marittimi, ossia delle rotte.
Sostanzialmente del tutto sconosciuta è la valenza della difesa statica terrestre nella protezione dello spazio liquido, in relazione con le caratteristiche peculiari che la navigazione aveva nel Mediterraneo; lo spunto, fornito a suo tempo da Braudel, non ha avuto seguito 29. Maggiore attenzione è stata dedicata alle forme di difesa mobile degli spazi marittimi (pattugliamento, navigazione convogliata, trasporto di merci su navi militari), certamente modeste per dimensioni, ma non prive di rilevanza, come non prive di rilevanza sono i tentativi di accrescerne forza ed efficacia, anche attraverso la sinergia tra potere politico e iniziativa privata.

Una certa considerazione ha avuto l’autoprotezione, nella forma dell’incremento dell’armamento imbarcato dai bastimenti, ma decisamente meno in altre forme, quali la navigazione convogliata spontanea e il mimetismo di bandiera 30.

In ultimo l’intelligence, l’informazione, studiata nel contesto della guerra tra blocco ispano-asburgico e blocco ottomano-barbaresco del XVI secolo, ma meno nella realtà quotidiana della corsa mediterranea. E si tratta di un tema centrale, perché l’azione militare è intrinsecamente legata alla disponibilità di informazioni 31.

Emiliano Beri
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Note
20 Sulle operazioni navali veneziane contro la Reggenze: R. Caimmi, Spedizioni navali della Repubblica di Venezia alla fine del Settecento, Itinera, Bassano del Grappa 2018.

21 Sugli accordi diplomatici con le Reggenze: S. Bono, Corsari nel Mediterraneo, cit., pp. 35-41; Id., Lumi e corsari , cit., pp. 1-8; M. Lenci, op. cit., pp. 61-71 e 102-103. Sulla nuova configurazione della flotta sarda, con la costruzione di unità da battaglia come strumento deterrente verso le Reggenze: AST, Ministero della Marina, Materiale, reg. 349, 16 febbraio, 2 settembre, 23 novembre 1816, 11 aprile e 29 giugno 1817.
 
22 O.Pastine, Genova e le Reggenze di Barberia nella prima metà del Settecento, in «Bollettino ligustico per la storia e la cultura regionale», n. 11, 1959, pp.125-155
 
23 S. Bono, Lumi e corsari, cit., p. 1
 
24 ASG, Archivio Segreto n. 1721, 2 maggio 1752, 17 maggio 1758, 30 mag-gio 1770.
 
25 M. Lenci, op. cit., pp. 87-88; S. Bono, Corsari nel Mediterraneo, cit. , pp.168-171; Id., I corsari barbareschi, cit., pp. 204-207; G. Serreli, «…Fabricaren su continente torres y bastiones …». I problemi dell’organizzazione difensiva nel Regno di Sardegna nella prima metà del XVI secolo, in Contra Moros y Turcos. Politiche e sistemi di difesa degli Stati mediterranei della Corona di Spagna in Età Moderna, a cura di B. Antra, Istituto di Storia dell’Europa mediterranea CNR, Cagliari 2008, pp. 209-218; A.- M. Graziani, La menace barbaresque en Corse et la construction d’un systéme de defense (1510-1610), in«Revue d’histoire maritime», nn. 2-3, 2001, pp. 141-162.
 
26 In Liguria ad esempio, la cintura difensiva costiera era particolarmente densa, quanto meno a tratti, basti pensare che nell’arco dei tre chilometri del golfo di Diano, nella Riviera di Ponente, si concentravano undici opere fortificate (Cfr. F. Astori, Incursioni barbaresche e difesa locale nel ponente ligure. Il caso del Golfo Dianese alla fine del XVI secolo, Tesi di Laurea in Storia, Scuola di Scienze Umanistiche, Università di Genova, a.a. 2016-17, relatore: Emiliano Beri).
 
27 Sulle milizie negli stati italiani d’età moderna: D. Maffi, Gli eserciti peninsulari, in Guerra ed eserciti nell’età moderna, a cura di P. Bianchi e P. Del Negro, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 130-131; C. Donati, Le istituzioni di difesa nell’area italiana tra XVII e XVIII secolo: aspetti politici, economici e sociali, in Controllo degli stretti e insediamenti militari nel Mediterraneo, a cura di R. Villari, Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 197-198.
 
28 Sui “cavallari”: S. Bono, Corsari nel Mediterraneo, cit., p. 166. Sull’interazione, in Italia, fra sistemi difensivi di stati differenti: M. Lenci,
op. cit., p.88-94. I sistemi di difesa di due teatri particolarmente esposti alla minaccia corsara come il Regno di Napoli e il Regno di Sicilia sono trattati, nella loro complessità, in: M. Manfrici, Mezzogiorno e pirateria nell’età moderna, ESI,Napoli 1995, pp. 181-321; V. Favarò, La modernizzazione militare nella Sicilia di Filippo II, Associazione Mediterranea, Palermo 2009.
 
29 Braudel F., op. cit., pp. 100 e 124.
 
30 Sulle forme di interazione fra potere pubblico e iniziativa privata e di autoprotezione, ad esempio nel caso genovese, si rimanda a: E. Beri, La Compagnia di Nostra Signora del Soccorso, cit.; Id., Corallatori e guerra di corsa tra Sardegna e Corsica (1755-1768), in Autour du corail rouge de Méditerranée: hommes, savoirs et pratiques autour du corail de la fin du Moyen Âge ànos jours, a cura di L. Lo Basso et O. Raveaux, «Rives Méditerranéennes», n.57, 2018, pp. 17-87.
 
31 Sull’informazione nella guerra mediterranea si rimanda, a titolo d’esempio, a G. Varriale, Arrivano li Turchi. Guerra navale e spionaggio nel Mediterraneo (1532-1582), Città del silenzio, Novi Ligure 2014

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