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La guerra contro i corsari barbareschi … i modelli di difesa – parte II

Reading Time: 4 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVI SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: corsari barbareschi

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da «Contro i corsari barbareschi» una guerra permanente nel Mediterraneo di età moderna di Emiliano Beri

I Modelli di difesa
Alla presenza di una minaccia persistente nel tempo e diffusa nello spazio non possono che corrispondere forme di difesa, strutturate e variegate; forme di difesa tanto passive – difesa delle coste e degli spazi marittimi attraverso fortificazioni e forze navali; autoprotezione armata e mimetismo di bandiera – quanto attive – accordi di pace, ottenuti in molti casi attraverso la proiezione di potenza, ossia l’azione di squadre navali da battaglia nelle acque nordafricane a scopo intimidatorio, dissuasivo e deterrente.

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Manca fra queste la forma di difesa attiva che aveva dato il “la” alla guerra del XVI secolo: la conquista del Nord Africa allo scopo di eliminare il problema alla radice. Nessun’altro tentò questa via, la via perseguita dalla Spagna di Carlo V e Filippo II, eccessivamente impegnativa rispetto alla strada dell’accordo diplomatico, che permetteva il raggiungimento dello stesso obiettivo attraverso un approccio meno dispendioso (in termini finanziari e militari). Il punto di partenza di una riflessione di lungo periodo sulle forme di difesa dai barbareschi non può che essere il Cinquecento. Due sono i modelli di riferimento.

Il primo impostato sulla difesa statica delle coste affidata a fortificazioni e truppe, caratteristico della Spagna e degli stati italiani, Venezia esclusa. Il secondo impostato sulla difesa mobile, ossia sulle forze navali, proprio della realtà veneziana.

Il modello è figlio della geografia del teatro operativo.
La realtà veneziana era quella adriatica. L’Adriatico è un lungo golfo, la cui bocca era guardata in posizione avanzata dalla base navale veneziana di Corfù; non solo, è ricco, nella costa dalmata, di porti e approdi; ben si adattava, quindi, ad essere protetto da squadre di galee, con le fortificazioni in subordine. Diverso il caso dell’impero mediterraneo spagnolo, che aveva le sue coste sul mare aperto, e molte di queste guardavano in faccia i litorali maghrebini; non solo, erano coste non così ricche di porti come la sponda orientale dell’Adriatico. La scelta di non puntare sulle galee, di metterle in subordine, era qui una necessità; ne è la controprova il caso di Creta – che si trovava in condizioni di esposizione uguali, se non maggiori, a quelle della Sicilia, della Sardegna o delle Baleari – dove il modello veneziano dimostrò i suoi limiti 6.

I due modelli sono accumunati in primo luogo dalla passività  – perché in entrambi i casi l’iniziativa viene lasciata al corsaro, e la difesa si configura, esclusivamente, come reazione – e in secondo luogo dalla prospettiva terrestre perché, nel definire i modelli, l’approccio di studio è stato indirizzato esclusivamente sul problema della difesa contro le incursioni a terra, ossia solo su una delle forme assunte dall’attività predatoria barbaresca.

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Lo scopo dei corsari barbareschi era in primo luogo il bottino umano.
Denaro, merci e navi facevano gola, ma l’obiettivo principale era l’infedele da far schiavo 7; e la razzia a terra, contro cittadine e borghi costieri, fruttava solitamente schiavi in abbondanza. È stata, non a caso, la forma predatoria barbaresca più presente nel contesto della guerra mediterranea del XVI secolo; quella che ha lasciato maggiormente il segno nella mentalità collettiva delle genti dell’Europa mediterranea in età moderna; quella a cui i sistemi di difesa dovevano, in primo luogo, rispondere.

Ma l’azione barbaresca assumeva anche la forma della preda fatta in mare. Anzi, nel lungo periodo questo «anche» divenne via via «soprattutto». Dopo il 1574, quando la corsa barbaresca uscì dal quadro della guerra ispano-ottomana e assunse le caratteristiche di un’attività esclusivamente economica, l’incursione a terra perse progressivamente terreno a favore della preda fatta in mare. Accadde perché la prima poteva dar maggior bottino, ma comportava maggiori costi (più navi e più uomini) e spesso anche più rischi (in relazione alla qualità delle difese), mentre per la seconda occorrevano meno risorse, e quindi erano inferiori tanto i costi quanto, solitamente, anche i rischi, perché la vitalità dei traffici marittimi mediterranei offriva al corsaro una varietà notevole di possibili prede, più o meno vulnerabili, tra cui scegliere 8.  

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La Giunta di Marina della Repubblica di Genova rilevò questo mutamento in atto già alla metà del Seicento 9; per altre realtà, più esposte (Sicilia, Sardegna, Italia Meridionale), fu più lento. Qui le incursioni a terra continuarono, ma la frequenza e le dimensioni andarono riducendosi: se tra Cinque e Seicento i catturati nella singola incursione si contavano a centinaia, in rari casi a migliaia, nel Settecento l’ordine di grandezza, tranne pochi episodi, scese alle decine 10.

fine II parte – continua

Emiliano Beri
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Note
6 A. Tenenti, Problemi difensivi del Mediterraneo nell’età moderna, in Alghero, la Catalogna e il Mediterraneo. Storia di una città e di una minoranza catalana in Italia (XIV-XX sec.), a cura di A. Mattone e P. Sanna, Gallizzi, Sassari 1994, pp. 316-317.
7 M. Lenci, op. cit., p. 49.
8 Sulla centralità del contenimento dei rischi: S. Bono, Corsari nel Mediterraneo, cit., p. 125.
9 Archivio di Stato di Genova (d’ora in poi ASG), Archivio Segreto n. 1667 (Due relazioni, prive di data, e altri documenti pongono l’accento sulla natura della corsa barbaresca come essenzialmente indirizzata verso il far preda in mare); n. 1668, 28 marzo 1661, 17 e 27 marzo 1662; n. 1668. Incerto, parla di rimediare al danno che i Turchi minacciano di fare a sudditi della Repubblica; n. 1670, Relazione della Giunta di Marina priva di data.
10 S. Bono, Corsari del Mediterraneo, cit., pp. 148-151; S. Bono, Lumi e corsari. Europa e Maghreb nel Settecento, Morlacchi, Perugia 2005, pp. 25-40;M. Lenci, op. cit., p. 46.   

 

 

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