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livello medio
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: STATI UNITI
parole chiave: USA, Trump, Obama, US Navy
Secondo alcuni analisti è necessario venga iniziato un nuovo corso per la Marina statunitense (US Navy) che, alla fine del 2016, si trovò nelle condizioni minime di efficienza e credibilità rispetto agli inizi della 2^ guerra mondiale.
Una crisi, molto sfumata da parte politica malgrado le insofferenze della Marina statunitense, che ha imposto all’Amministrazione Trump di affrontare con una strategia di largo respiro i problemi della US Navy, affrontando in primo luogo le lobby che, durante i lunghi anni dell’Amministrazione Obama, avevano di fatto condizionato, se non imposte, le scelte navali, senza che appaia solo come una rivincita della US Navy.
Sta prendendo forma una nuova strategia, con l’obiettivo della Marina delle 355 navi, come un pò in sordina era stata annunciata a dicembre scorso (2016). Strategia che dovrebbe mettere in cantina almeno parte di costosi programmi, un pò fantasiosi e di dubbia efficacia, che avevano minato la credibilità e l’efficienza della US Navy.
Si tratta di una strategia che ha un primo orizzonte di 18 anni ed un secondo orizzonte di 30 anni; traguardi che devono essere supportati dalla costanza e sicurezza degli stanziamenti (e questa è l’ipoteca che sta accendendo l’amministrazione Trump per ricostruire la US Navy, quasi una sorta di “legge Navale” all’americana, trentennale). Un’ipoteca di quasi 27 miliardi di dollari addizionali (a valori costanti 2017) per raggiungere e mantenere in 30 anni l’obbiettivo delle 355 unità. In termini assoluti si tratta di un incremento degli stanziamenti del 30%, rispetto agli ultimi 30 anni, e oppure del 40% se riferito al colpo inflitto da Obama con gli stanziamenti dal 2012 al 2016 (Budget Control Act -BCA- del 2011).

La nave di superficie tecnologicamente più avanzata della Marina, la USS Zumwalt (DDG 1000), naviga in formazione con la USS Independence (LCS 2) e la USS Bunker Hill (CG 52) nell’ultima tappa della sua campagna nell’Oceano Pacifico di tre mesi verso il suo nuovo porto di San Diego – photo credit U.S. Navy Sottufficiale di prima classe Ace RheaumeFile:USS Zumwalt (DDG 1000) steams in formation with USS Independence (LCS 2) and USS Bunker Hill (CG 52) on the final leg of her three-month journey to her new homeport in San Diego 161208-N-SI773-0203.jpg – Wikimedia Commons
La strategia sembra prendere in considerazione anche la necessità di riportare a livelli opportuni (ed in precedenza esistenti ed economici) la capacità cantieristica e dell’industria navale del Paese, mai scesa a livelli cosi bassi come nell’ ultima decade, e concentrata in pochi gruppi, al punto da far nascere sospetti di monopolio od almeno di cartello. Per raggiungere l’obbiettivo delle 355 navi la US Navy deve acquisire 329 nuove unità nell’ arco dei prossimi trentanni (da confrontarsi con le previste 254 unità del piano 2016/2017). In particolare, nei prossimi cinque anni la US Navy dovrà acquisire almeno 12 unità all’anno, invece delle otto unità/anno del piano 2016/2017. Ovviamente non si tratta solo degli stanziamenti per le nuove costruzioni (con evidenti enormi ricadute su tutto il settore industriale e cantieristico) ma degli stanziamenti per consumi, logistica e costi operativi, che aumenteranno almeno proporzionalmente.
Più navi richiedono più equipaggi, più equipaggi richiedono reclutamento, formazione ed addestramento prolungato, ma anche l’incremento delle strutture e risorse civili di appoggio, maggiori spese ma soprattutto maggiori capacità di manutenzione, maggiori spese in consumi ed attività addestrative. Si prevedono comunque risparmi consistenti eliminando duplicazioni costi di struttura e ridondanze di una Marina in taluni casi ancora dimensionata sull’era Reagan.
Stiamo parlando di cifre intorno ai 102 miliardi di dollari/anno per costruzioni, personale consumi, per la flotta di 355 unità, ossia del 13% in più rispetto ai 90 miliardi previsti dal precedente piano: la riflessione è che aumentando l’efficacia, il rapporto costo/benefici, di queste spese, con maggior visione di investimento, certamente diminuiranno i costi unitari.
Il primo effetto, come era comunque da attendersi, è stata una “riflessione” sul programma LCS. Anche se i cantieri, ed in particolare quelli meno flessibili e più in dubbio, AUSTAL, avevano cercato di giocare in anticipo lanciando versioni “over the horizon” delle tanto discusse unità, la US Navy vuole valutare autonomamente la portata e le caratteristiche del programma, ed ha già emesso una RFI per un tipo di fregata “tradizionale”, pur nella sua modernità. Un programma mirato al 2020 che probabilmente si cercherà di accelerare, un ripensamento sul programma LCS che riguarderà almeno 12 unità, come del resto da varie parti si era previsto dopo il ripetersi degli incidenti su questo tipo di unità. Una RFI che riguarda un nuovo tipo di unità, la sua configurazione, armamento e missioni (unità più “mature e dure” con dotazioni credibili, fisse, up to date) ma soprattutto apre la rosa dei possibili costruttori, al momento limitata (e controllata) dal binomio Lockheed Martin ed Austal, con Lockheed Martin che si è mossa con larga anticipo, probabilmente grazie all’alleanza con Fincantieri/Marietta, che gode di una consolidata esperienza acquisita con i principali programmi europei di nuove costruzioni. Risolta la priorità delle nuove fregate, occorre affrontare il nodo delle capacita cantieristiche statunitensi, e mentre l’aumento di quelle relative ai sottomarini nucleari ed alle unità maggiori non può che trovare una soluzione nazionale, non è da escludere che per certi tipi di unità si faccia ricorso a paesi alleati.
L’effetto immediato in questo settore è stato l’annuncio/proposta dei due cantieri impegnati nella costruzione di sottomarini nucleari, Huntington Ingalls Industries e General Dynamics Electric Boats, che contrariamente alle previsioni del 2016 si sono dichiarati pronti a continuare la produzione dei sottomarini SSN classe Virginia anche quando inizierà la produzione dei nuovi SSBN classe Columbia (entro il 2020).

La possibilità è l’oggetto di un rapporto presentato a inizio luglio 2017 al Congresso dal titolo “The Submarine Industrial Base and the Viability of Producing Additional Attack Submarines Beyond the Fiscal Year 2017 Shipbuilding Plan in the 2017-2030 Timeframe”; con una cadenza tra 1 e 2 unità l’anno, con adeguati e rapidi investimenti industriali, la US Navy potrebbe ricevere ulteriori sette unità portando le costruzioni da 22 a 29 unità tra il 2017 ed il 2030; l’incremento della capacità produttiva permetterebbe alla US Navy di raggiungere e stabilizzare la forza di 66 unità in servizio nel FY 2048 (piano trentennale … per riportare un livello credibile di supremazia navale!!).
Indipendentemente da questa possibilità/soluzione per la forza sottomarina, il giro di boa, oltre all’emissione della RFI per le nuove fregate, è stata la consegna della USS Gerald R. Ford (CVN 78), prototipo di una nuova classe di tre portaerei nucleari di attacco, un salto tecnologico dopo 40 anni di evoluzione della precedente classe Nimitz.
Nate per essere un “contentino” alla US Navy per la politica di riduzione e disimpegno varata dall’amministrazione Obama, più che una eredità sono diventate sia una patata bollente sia uno spunto per l’amministrazione Trump che, non a caso, è intervenuto alla cerimonia di consegna.
Il Presidente Trump sottolineò il proprio impegno per arrestare il declino della US Navy, sia con nuove unità sia nelle modalità di impiego delle forze di superficie. Unità che rappresentano un’importante evoluzione del concetto e dell’uso dei gruppi di combattimento con innovazioni/cambi radicali, che riguardano l’apparato motore (con reattori di nuovo tipo e più compatti), una potenza elettrica enormemente accresciuta (anche per i sistemi elettromagnetici adottati), un sistema centralizzato di comando di propulsione, ausiliari e servizi, l’abbandono delle catapulte a vapore per sistemi di lancio elettromagnetici, nuovi sistemi di arresto dei velivoli (AAG, Advanced Arresting Gear), radar Dual Band, sistema di combattimento integrato esteso all’intero task group. Nuove unità che segnano un diverso rapporto con l’industria cantieristica (Huntington Ingalls Industries) e l’indotto.
Questo diverso rapporto può essere lo spunto, la base, per la necessaria ed improrogabile espansione delle capacità costruttive del Paese. Un’espansione non solo per le “mega” costruzioni di CVN ma per tutta la gamma di unità maggiori combattenti, come le LPH (flat top come ormai vengono definite) sempre più proiettate a divenire portaerei leggere di più numerosi e flessibili gruppi di intervento.
Gian Carlo Poddighe
saggio pubblicato originariamente nel luglio 2017
in anteprima USS Abraham Lincoln (CVN 72), 2 novembre 2002 – un lampo riempie l’orizzonte ed illumina il ponte di volo. Il USS Abraham Lincoln e Carrier Air Wing Quattordici (CVW-14) stanno conducendo missioni di combattimento a sostegno delle operazioni ENDURANCE FREEDOM e SOUTHERN WATCH – Foto della Marina degli Stati Uniti dal Lt Troy Wilcox. (released)
US Navy 021102-N-0000W-001 Lightning fills the horizon, and lights up the flight deck and air wing aircraft parked on the ship’s forward elevator and bow.jpg – Wikimedia Commons
il saggio può essere letto nella sua interezza seguendo questo link
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Riferimenti
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(2) Giorgio Cuscito, L’Attivismo navale della Cina, China Geopolitics
(3) Mediterranei – Editoriale del numero di Limes 6/17
(4) Laura Canali – cartina da Limes – ://www.limesonline.com
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