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livello elementare.
ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MEDIORIENTE
parole chiave: Iran, Cina, Russia
Si può discutere in quale misura e con quali conseguenze (soprattutto interne) ma nessuno può obiettare sul fatto che il regime di Teheran sia stato portato sull’orlo del collasso economico in pochi giorni a seguito degli attacchi degli Stati Uniti e di Israele. Di fatto l’Iran è solo, isolato in parte anche dagli alleati dell’asse “CRINK” (Cina, Russia, Iran e Corea del Nord), che si sono sempre opposti all’ordine mondiale democratico. Lasciando da parte altri soggetti, né Mosca né Pechino hanno però offerto alcun sostegno concreto, limitandosi a critiche formali verso Stati Uniti e Israele. Tale passività può avere diverse spiegazioni: per la Russia ovviamente il peso della guerra in Ucraina, ma anche per la Cina qualsiasi aspettativa di sostegno militare è apparsa da subito improponibile avendo idee molto diverse su come intervenire efficacemente in una situazione tutt’altro che semplice. Un casus belli interessante in quanto questo conflitto porta inevitabilmente a rivedere le aspirazioni dei soggetti coinvolti, sull’affidabilità delle aspiranti potenze egemoni e soprattutto sui costi relativi alle amicizie e protezioni reciproche.

Cerchiamo di capire meglio
Mosca e Teheran divennero particolarmente vicine a seguito della guerra in Ucraina, essendo entrambe sottoposte alle sanzioni occidentali che avevano favorito le condizioni per una più stretta cooperazione reciproca ed integrazione militare. Di fatto dall’invasione dell’Ucraina del 2022, si sono ripetute numerose visite ufficiali di alto livello, con la firma di un accordo di partenariato strategico che, almeno a parole, aveva rafforzato i legami militari. Secondo Bloomberg, Mosca avrebbe acquistato da Teheran sistemi d’arma per un valore di oltre 4 miliardi di dollari, per lo più droni Shahed, in parte compensati dalle vendite da parte russa di jet da addestramento, elicotteri d’attacco, veicoli corazzati ed armamento leggero. Certamente i due Paesi hanno cooperato nell’elusione delle sanzioni occidentali e hanno condiviso competenze sui sistemi di sorveglianza, oltre allo scambio di dati intelligence. Inoltre, Tehran ha firmato un accordo di libero scambio con l’Unione Economica Eurasiatica guidata dalla Russia nel 2023.
Nel caso della Cina, gli stretti legami sono però ben precedenti; già nel 2016, nel corso di una visita ufficiale di Xi Jinping, era stato sottoscritto un accordo di partenariato strategico che ha portato nel 2021 all’elaborazione di un piano venticinquennale in base al quale Pechino si impegnava ad investimenti di 400 miliardi di dollari in cambio di forniture ininterrotte di petrolio iraniano per lo stesso importo. Questi rapporti bilaterali hanno permesso di sviluppare rapporti di cooperazione trilaterale tra Iran, Russia e Cina che, in generale si sono tradotti in posizioni comuni su questioni globali ma, dal 2019, hanno portato a periodiche esercitazioni navali congiunte (note come Maritime Security Belt). Un ulteriore passo in avanti era stata l’ammissione dell’Iran nei “club internazionali” promossi e guidati da Mosca e Pechino con l’obiettivo di scalzare il peso del dollaro nelle transazioni globali, l’Organizzazione di Cooperazione di Shanghai nel 2023 ed il rilancio l’anno successivo del gruppo BRICS.
Nonostante ciò, nell’ora di maggior bisogno dell’Iran, né la Russia né la Cina sono intervenute in modo percepibile, almeno come dimostrazione di concreta solidarietà. Non bastano certo le indiscrezioni secondo cui Mosca avrebbe fornito dati di puntamento sulle navi da guerra e gli aerei statunitensi impegnati in azioni sull’Iran; al massimo, se confermati, potrebbero essere visti come una risposta ritorsiva del Cremlino all’assistenza dell’intelligence statunitense all’Ucraina negli ultimi quattro anni.

il Dragone attende … – Fonte China Qing Dynasty Flag 1889.svg – Autore 百楽兎 Dragon from China Qing Dynasty Flag 1889.svg – Wikimedia Commons
Non è ancora nota alcuna assistenza sostanziale da parte cinese o almeno nulla di paragonabile alle mosse russe. In sintesi, le azioni di Mosca e Pechino sono solo azioni di propaganda ad “uso terzi” e certamente non consoni alle aspettative della relazione trilaterale con l’Iran. Alcuni analisti si spingono a commentare che la Cina, che si propone come alternativa per diventare la “nuova America”, avrebbe dovuto rapportarsi con i suoi alleati iraniani come Washington tratta i suoi alleati. In realtà non è così perché la Cina non li ha mai considerati alla pari. Di fatto, i tempi ed i modelli sono cambiati e soprattutto sono diversamente interpretabili. Quando gli Stati Uniti divennero leader mondiali, la situazione era molto diversa; il loro ruolo globale fu la conseguenza della Guerra Fredda con l’Unione Sovietica, che richiese la creazione di una rete di alleati in grado di opporsi ad un gruppo avversario chiaramente definito. Nel tempo, Washington ha dovuto conquistare nuovi alleati, offrendo garanzie di sicurezza a coloro che, sfuggiti dal giogo sovietico, temevano un revisionismo di Mosca.

mappa dell’espansione cinese in Africa Mappa dello sviluppo strategico dei porti cinesi in Africa – Africa Center
Oggi questo modello non funziona più: il mondo non è più diviso in campi distinti, i processi si svolgono rapidamente e simultaneamente, le economie sono intrecciate e la tecnologia facilita l’interferenza negli affari interni di altri Stati. È troppo tardi per gli Stati Uniti revocare le garanzie di sicurezza che hanno dato ai loro alleati: ciò causerebbe un danno reputazionale troppo grave. Per la Cina è tutto più facile in quanto non ha mai fornito tali garanzie, usando nelle sue relazioni l’antico sistema del baratto. Pechino non usa MAI il termine “alleato”, preferendo “amicizia senza limiti” o “cooperazione strategica in tutte le condizioni …” Non è la prima volta che la Cina si astiene dal correre in aiuto di partner strategici in difficoltà: Pechino è stata vistosamente assente per la Russia in Ucraina, in Venezuela con il presidente Maduro che dipendeva totalmente dal sussidio cinese (con grandi vantaggi per Pechino) ed in Pakistan nel suo conflitto con i talebani afgani (malgrado interessi diretti ed effetti immediati).
Un segno di debolezza?
Il sostegno militare ai regimi amici non è mai stato parte della strategia cinese per ottenere una leadership globale. La diversificazione, più ancora che la spregiudicatezza, è un pilastro della politica estera cinese. Sebbene Pechino valorizzi i suoi legami con l’Iran, ha altri importanti partner in Medio Oriente, come l’Arabia Saudita, che fornisce più petrolio alla Cina dell’Iran. L’Iniziativa Belt and Road di Pechino è integrata con la Vision 2030 di Riyadh, e i due paesi hanno successivamente firmato un accordo da 50 miliardi di dollari.
Il turnover commerciale tra la Cina e alcuni stati arabi—come gli Emirati Arabi Uniti—è quasi dieci volte superiore al volume del commercio della Cina con l’Iran. Inoltre, la Cina collabora strettamente con le monarchie del Golfo in paesi terzi, come ad esempio, il progetto di energia solare da un miliardo di dollari in Uzbekistan, per non menzionare i legami significativi con Israele. Appare chiaro che tutti questi progetti congiunti sarebbero in dubbio se la Cina fornisse assistenza militare a Teheran, soprattutto considerando il fervore con cui l’Iran sta attualmente bombardando i suoi vicini del Golfo Persico.

I rapporti tra Cina e il mondo arabo sono molteplici e di comune interesse
Il rapporto tra USA e Cina – o meglio tra Trump e Xi – è altalenante se non in bilico, con interessanti aperture all’orizzonte, simbolicamente più che sostanzialmente importanti, certo da non compromettere a causa dell’Iran.
Potrei dire che, al momento, la priorità di Pechino è sopravvivere alla presidenza di Trump senza scatenare una guerra commerciale che farebbe male ad entrambi. Naturalmente, la Cina continuerà, silenziosamente, a consolidare il proprio vantaggio nell’estrazione dei metalli di terre rare, acquisendo quante più competenze possibili dalla tecnologia occidentale cercando di raddoppiare le importazioni (una priorità particolare nel piano quinquennale 2026–2030). D’altronde, senza impegnarsi più di tanto, anche se l’attuale regime iraniano non sopravvivesse alle azioni in corso, il suo successore non avrebbe altra scelta che impegnarsi con la Cina, che detiene il monopolio sulla consegna di beni ad alta tecnologia ed è il principale acquirente di petrolio iraniano. Sarà sempre molto più facile per Pechino trovare un fornitore diverso (ad esempio la Russia) che per l’Iran trovare nuovi acquirenti. Non ultimo le forniture di petrolio iraniane alla Cina diventeranno meno importanti per il Dragone man mano che svilupperà fonti energetiche sempre più alternative.
Considerato tutto ciò, la Cina non ha assolutamente alcun motivo per coinvolgersi in una imprevedibile guerra regionale; ha molto più senso restare a guardare, consolidare la propria posizione ed evitare di sprecare risorse su questioni periferiche.
La priorità di Pechino è la stabilità, trasformando l’economia cinese dall’interno nella consapevolezza di un mondo che sarebbe stato molto diverso da quello stabile, prevedibile e globalizzato propalato in occidente con la favola della pace irreversibile. Mentre Washington è nel breve termine impelagata a gestire un possibile tornaconto del disordine globale e l’Europa arranca nel tentativo di svegliarsi dal coma e ritrovare se stessa nel mezzo dello smarrimento planetario, Pechino non deve preoccuparsi (troppo) di alternanze, giocando la sua usuale carta migliore: l’attesa, che le conferisce capacità di scelta e migliore preparazione: Pechino è stata messa sulle difensive dalle scelte e dall’imprevedibilità di Trump, ma era ed è preparata con un’accorta suddivisione dei rischi.

Sebbene l’Iran, come il Venezuela, tocchino pesantemente il portafoglio del Dragone – e le sue mire di proiezione – come percentuale di rischio geopolitico non le comportano un peso eccessivo e soprattutto non meritano un confronto diretto con la furia americana. La priorità e la fonte del potere è la crescita, che deve essere interpretata come uno strumento di potenza. Non si tratta di svilupparsi insieme al resto del mondo ma di distanziarlo, di rafforzare la posizione della Cina in un sistema internazionale percepito come instabile e competitivo. Le fragilità dell’economia cinese è sempre stata tenuta nascosta, anche come escalation commerciale con Washington; basterebbe considerare come i dazi americani abbiano solamente accentuato tensioni già esistenti; il vero terreno di confronto non è tanto il prossimo negoziato con l’amministrazione Trump quanto l’aggiustamento delle politiche economiche domestiche. Questo spiega anche la prudenza con cui Pechino sta gestendo il quadro geopolitico più ampio che interessa la guerra in Iran, come ultimo e maggior evento che ha contribuito a destabilizzare i mercati energetici globali. Pechino non ha quindi mai pensato ad interventi a difesa di alleati – che non ha mai considerato tali – né pensa minimamente di coinvolgersi rischiando un confronto diretto con Washington con il quale è interessata a mantenere aperto un canale di dialogo se non a “conquistare punti” al riguardo.
La Cina sembra giocare da sola quasi a voler cavalcare il disordine ma non la distruzione globale; tanto meno vuole lasciare uno spiraglio all’Iran come potenza nucleare – anche nell’ipotesi minimale della realizzazione di “bombe sporche”, essendo rivolta ad un nuovo ordine globale che le convenga, favorito dalla sua capacità di pensare e giocare a lungo termine. Chissà che la “solitudine” dell’Iran non sia una lezione per molti paesi, a cominciare da quelli latinoamericani che sembrava volessero annuire alle preoccupazioni degli Stati Uniti mentre incassavano tranquillamente assegni cinesi … e oggi?
Gian Carlo Poddighe, 10 marzo 2026
immagini realizzate con A.I. da Guido Alberto Rossi
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