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La US NAVY dell’era Trump Parte I

Reading Time: 10 minutes

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livello medio
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO

AREA: STATI UNITI
parole chiave: USA, Trump, Obama, US Navy
,

La US Navy dell’era Trump è in effetti il parto di una gestazione sviluppatasi a partire dal 2014, nel pieno delle dissennate misure di Obama che con il massimo dei costi aveva portato il sistema difensivo statunitense ad un minimo storico di efficienza e credibilità: l’attuale programma navale va inquadrato nella reazione razionale e compatta delle forze armate statunitensi ad un periodo di declino.

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La portaerei Harry S. Truman transita nell’Oceano Atlantico in rotta per Norfolk, Va.. dicembre 2018. L’amministrazione Trump ha ribaltato la sua decisione di smantellare la nave. (MC2 Scott Swofford/U.S. Navy)

Il programma di Trump non ha un’origine personale o di staff ma è stato alimentato da un movimento di opinione, trasversale, che aveva preso forza ben prima della scelta dei candidati e dell’inizio dell’ultima campagna elettorale. Un movimento di consapevolezza dello scadimento delle capacità di presidio e risposta delle FF.AA. statunitensi generatosi con la legge sul bilancio 2011 (Budget Control Act – BCA), del 2014 nel piano nazionale di difesa e quindi in piena amministrazione Obama), tratteggiata a fine 2016 nel libro bianco del SASC – Senate Armed Services Committee – e avanzata nelle sue linee generali, quasi un sondaggio, nel corso di un simposio organizzato dalla US Navy prima dell’insediamento di Trump, il cui slogan era: The U.S. Navy’s Surface Force Strategy: Return to Sea Control.

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Una mossa avveduta, per depersonalizzare e depoliticizzare richieste e programmi, e per dimostrare che evoluzione ed i correttivi di una strategia errata erano già in marcia, lanciata e gestita in anticipo al cambio presidenziale. Una mossa non in contrasto alle altre Forze ma giocata a favore di un’immagine di maggiore prontezza, come se la US Navy avesse voluto giocare di anticipo, ed insieme al Comitato del Senato avvallare in anticipo le misure che, inevitabilmente, la nuova amministrazione Trump avrebbe dovuto assumere, per coerenza con una campagna elettorale nel corso della quale era stata molto critica per come sono state assegnate e gestite negli ultimi anni le spese militari, ed i “prodotti” selezionati.

Una mossa che evidenzia il rigetto da parte dell’establishment militare della filosofia di un solo conflitto in un solo teatro di operazioni (filosofia che peraltro risultava estremamente costosa malgrado le riduzioni di budget, con una formula di grandi investimenti per minimi risultati) ed il ritorno al tradizionale indirizzo delle FF.AA. statunitensi modellate e dimensionate per assicurare capacità di risposta in più teatri contemporanei di operazioni, mantenendo capacità di reazione, contenimento e combattimento in più e diversi conflitti.

Per la US Navy di tratta anche del modo di prendere la distanza da concetti come Brown Waters/Blue Waters, littoral combat, polivalenza, attacco terrestre dal mare… indicando un ritorno alla flotta di altura, di nuovo alla Blue Waters Navy. Una strategia per il ritorno al controllo dei mari e la risposta graduale (il termine esatto usato è stato Distributed Lethality), quali principi operativi e organizzativi del potere statunitense per raggiungere e mantenere tali obiettivi a propria discrezione.

Certamente gli Stati Uniti hanno, per miope politica, dilapidato un enorme potenziale: dopo la fine della guerra fredda ed un quarto di secolo di incontrastato dominio dei mari della US Navy, i giochi sono riaperti e la US Navy deve rincorrere sul mare le rinnovate aspirazioni ed i tentativi di proiezione di altre potenze.

Gli interessi di sicurezza degli Stati Uniti e quelli degli alleati, che assumono nuovamente un ruolo fondamentale di collaborazione, fiancheggiamento ed integrazione (come dimostrato dalla prematura ipotesi di spiegamento della nuova HMS Queen Elizabeth nei mari di oriente), devono affrontare solo una minaccia “organica”, rappresentata dai più ovvi e potenzialmente similari avversari, ma anche una “inorganica”, (o asimmetrica), costituita da governi conflittuali e gruppi armati che seppur non riconducibili a Stati, sono comunque ben armati, al punto di concentrare una serie di rischi inaccettabili. La risposta graduale rafforza le iniziative per uniformare, integrare e rendere credibile la risposta nei diversi scenari di conflitto. La risposta graduale, impone l’aumento delle capacità offensive e difensive delle forze di superficie, alla base degli investimenti già approvati ma soprattutto di quelli addizionali per la modernizzazione della flotta e per le forze del futuro.

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La nuova portaerei della Royal Navy HMS Queen Elizabeth in rotta per Gibilterra nel febbraio del 2018 per la sua prima visita in porto all’estero. photo credit Dave Jenkins – InfoGibraltar

Assicurare maggiori capacità e funzioni alle forze di superficie assicura più opzioni per la politica di scacchiere, con gli Stati Uniti nuovamente obbligati a considerare minacce multiple e contemporanee, obbligati pertanto ad un potenziamento militare paragonabile, anche se con diversi numeri e costi, solo a quello varato da Ronald Reagan negli anni ’90, che portò alla corsa al riarmo con l’URSS conclusosi con il crollo sovietico. Una politica molto diversa se non opposta a quella “Third Offset Strategy” dell’amministrazione Obama, sostanzialmente di disimpegno, che con molta teoria ed eccessiva fantasia puntava a compensare le immediate carenze della difesa con lo sviluppo (costoso e non sicuro) di nuove tecnologie, nuovi concetti operativi a organizzativi. Una politica di immagine più che di sostanza, tentando di affermare se non sostenere la superiorità militare-tecnologica americana: un’opzione che potrebbe (1) essere in parte condivisa e mantenuta dalla nuova amministrazione, anche per non disperdere i consistenti investimenti in R&D, ma trasformata e supportata da un forte impegno per il rapido passaggio dal piano di sviluppo a programmi produttivi.

Solo in questo modo gli Stati Uniti potranno sfruttare queste tecnologie a favore della supremazia militare, imponendo maggiori costi agli avversari e impedendo passi indietro nelle cicliche definizioni di politica militare (e stanziamenti). Gli Stati Unti devono in effetti affrontare due sfide, una economica, attraverso la revisione se non l’abolizione del Budget Control Act (BCA) del 2011, ed una industriale, perché nell’ ottica della concentrazione (non solo contrazione) degli stanziamenti si è persa un’importante capacità industriale, al punto che oggi non è possibile costruire più di un sottomarino all’anno né più di 2/3 unità maggiori l’anno, con la derivante necessità di definire subito politica e scelte, consapevoli che i cantieri statunitensi non hanno oggi la capacità di costruire 81 navi entro il 2022, né la possibilità di accelerarne la costruzione.

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Un contesto delineato, nei suoi paletti e nelle critiche verso la politica navale dell’ultimo decennio, dal citato libro bianco quando evidenzia come sia fondamentale per la US Navy, ancor più importante del numero di navi da costruire, disporre dei cantieri capaci di costruire “giusti” tipi di navi. Per l’industria si tratta da un lato assicurarsi la continuità di lavoro, su maggiori volumi, visto che la produzione di un numero maggiore di unità e di equipaggiamenti consentirà di aumentare il fatturato e ridurre il costo di ogni esemplare, ma dall’altro imporrà una riduzione degli enormi profitti garantiti dal Pentagono nei lunghi anni dell’amministrazione Obama. Non a caso una delle prime esternazioni del Presidente Trump non ha risparmiato Lockheed Martin per i costi stratosferici raggiunti dal programma F-35 (obbligando il colosso industriale a impegnarsi in una sensibile riduzione dei prezzi) così come a dichiarare esplicitamente che la Marina ha bisogno di potenziare la flotta di sottomarini ma che il loro costo è eccessivo.

Le esternazioni del Presidente Trump (e forse non solo tali) hanno trovato supporto nel libro bianco del SASC – Senate Armed Services Committee – che prende in considerazione le serie di navi che dovrebbero essere ordinate nei prossimi programmi, dalle SSC, Small Surface Combatant, evoluzione annunciata delle LCS, inizialmente previste per 2022 ma già anticipate, nonché portaerei più piccole, a propulsione convenzionale (anche se di fatto la propulsione convenzionale non esiste più, si può solo parlare di quella non nucleare), di costo ridotto, e soprattutto missili ed armi in quantità quali ingredienti fondamentali per un potenziamento delle forze navali. L’amministrazione TRUMP si trova quindi impegnata in una valutazione delle risorse ed in una revisione mirata dei programmi, insieme al Consiglio di Sicurezza Nazionale (NSC) ed all’Ufficio di gestione e di bilancio (OMB), per determinare la congruità dei bilanci del FY2017-18 per soddisfare le vere esigenze di difesa, con l’obiettivo prioritario di determinare se siano necessari a breve termine finanziamenti supplementari o emendamenti di bilancio. La pianificazione a lungo termine sarà delineata e fissata nel prossimo programma pluriennale di difesa (Future Years Defense Program – FYDP), purché vengano meno i condizionamenti imposti sin dal 2011 dal Budget Control Act – BCA. Anche se sono state apportate due modifiche a questa legge, gli stanziamenti per la Difesa Nazionale sono attualmente in diminuzione verso il 2,4 per cento del PIL nel 2026, il livello più basso da prima della seconda guerra mondiale. (2)

L’amministrazione Trump deve scegliere tra chiedere al Congresso l’abrogazione del BCA, almeno per le spese militari, o sviluppare e presentare una modifica che consenta di aumentare gli stanziamenti nel FY 2018-19, dando così spazio e tempo a una concertazione politica più ampia per ottenere il sostegno a modifiche radicali: senza l’abrogazione o la modifica del Budget Control Act BCA, le risorse saranno insufficienti e le capacità di difesa Usa saranno nuovamente a rischio. Proprio perché ciascuna amministrazione tradizionalmente aggiorna i piani di difesa e i programmi che eredita, l’amministrazione Trump si trova ad affrontare la peggiore eredità dopo l’era Reagan, e deve pensare non alla propria scadenza ma in grande, a lungo termine, se vuole assicurare la sopravvivenza degli Stati Uniti come potenza globale, e come tale quale potenza marittima grazie all’ efficienza ed alla credibilità della US Navy.

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È giocoforza, per i numeri che Trump ha ereditato, porre il potenziamento delle FFAA come programma prioritario nonché fattore determinante della più ampia strategia di sicurezza nazionale, sviluppando un percorso coerente e integrato che offra risultati immediati ed assicuri un trend di crescita intelligente per il futuro. I pianificatori militari di Trump devono cercare il consenso nazionale, trasversale, sulla necessità di una pianificazione a più lungo termine con una chiara focalizzazione su come l’ascesa della Cina e la rivitalizzazione della Russia siano una sfida per gli Stati Uniti, sia geopolitica che militare.

Ricorrere al solo aumento degli stanziamenti per 80-90 miliardi di dollari all’anno non è né opportuno né giustificabile. Gli Stati Uniti non hanno bisogno solo di una “soluzione rapida”, nel breve termine dei pochi anni di una amministrazione, massimo della successiva, ma di una rivisitazione dei concetti e delle procedure.

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È necessaria, in un mondo tripolare di potenze in ascesa con contorno di conflitti atipici ed imprevedibili, una strategia di difesa basata sulla perseveranza e la determinazione: uno scenario intorno all’1-2% annuale di crescita reale delle spese per la difesa, vicina del resto a quella dell’economia statunitense. (3)

Si tratterebbe di un recupero di 15-20 miliardi di dollari all’anno rispetto ai tagli ed alla stabilizzazione verso il basso dell’amministrazione Obama, portando progressivamente gli stanziamenti per la difesa prossimi al 3% del PIL, assicurando a qualsiasi successiva amministrazione il riferimento di un programma di difesa fiscalmente responsabile e politicamente sostenibile. (4)

Un approccio equilibrato per costituire la premessa di un contrasto credibile e permanente alle sfide a lungo termine imposte dalla Russia e molto più dalla Cina. Si dice che stiamo entrando in una nuova era, con una diversa concezione del potere navale, ma forse si sta semplicemente tornando, con nuovi mezzi, ai canoni che erano tipici della guerra fredda. Ventiquattro anni dopo la fine della guerra fredda, la Russia e la Cina stanno riposizionandosi per competere anche militarmente con gli Stati Uniti per un lungo periodo di tempo – forse decenni.

Una percezione della minaccia che non può accumunare, mettere sullo stesso piano di intervento, Cina e Russia.
Durante l’Amministrazione Obama abbiamo assistito al disimpegno della US Navy dal Mediterraneo, ed alla contrazione della sua presenza in tutti gli scacchieri, salvo una relativa attenzione verso la regione Asia-Pacifico, dove a fine 2016 era dislocato il 60% delle unità navali, proprio in base a specifica decisione dell’Amministrazione Obama. Ciascuna delle due potenze navali emergenti ancora per anni potrebbe non essere fonte di preoccupazione reale ed immediata per gli Stati Uniti, ma azioni contemporanee delle due, anche non coordinate, e soprattutto se collegate a potenze emergenti (vedi l’India come caso estremo, ma non il solo) metterebbero seriamente in difficolta la supremazia e la sicurezza statunitensi. La US Navy deve adeguarsi a questi nuovi e cangianti scenari di sicurezza, reagendo alle sfide di questi soggetti, stati o movimenti, che non rispondono più al sistema di norme internazionali che hanno plasmato il nostro mondo negli ultimi 70 anni, basato su regole e prevedibilità.

Fine parte I – continua

 

Riferimenti
(1) Laura Canali “http://www.limesonline.com – contenimento Cina

(2) Giorgio Cuscito, L’Attivismo navale della Cina, China Geopolitics
(3) Mediterranei – Editoriale del numero di Limes 6/17
(4) Laura Canali – cartina da Limes – ://www.limesonline.com
(5) United States Department of Defense. Annual Report To Congress: Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China 2010 (PDF) (Report). pp. 3 (pp12 of PDF).
(6) Fisher, Richard D, Jr. (19 April 2015). “US upgrades assessment of China’s Type 094 SSBN fleet”. IHS Jane’s 360.
(7) United States Office of Naval Intelligence. The PLA Navy: New Capabilities and Missions for the 21st Century (PDF) (Report). p. 20.
(8) news.usni.org/2014/06/09/chinese-weapons-worry-pentagon
(9) Kristensen, Hans M. (5 July 2007). “New Chinese Ballistic Missile Submarine Spotted”. fas.org. Federation of American Scientists.
(10) Kristensen, Hans M. (4 October 2007). “Two More Chinese SSBNs Spotted”. fas.org. Federation of American Scientists.
(11) United States Department of Defense (May 2013). Annual Report To Congress: Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China 2013 (PDF) (Report). pp. 6 (pp14 of PDF).
(12) “Does China have an effective sea-based nuclear deterrent?” China PowerCSIS.
(13) Fisher, Richard D., Jr. (16 December 2015). “China advances sea- and land-based nuclear deterrent capabilities”. Jane’s Defence Weekly. Surrey, UK: Jane’s Information Group. 53 (6). ISSN 0265-3818.
(14) National Air and Space Intelligence Center (2016). Ballistic & Cruise Missile Threat (PDF)
(15) www.globalsecurity.org/wmd/world/china/jl-2.htm
(16) Military Power of the People’s Republic of China ” (PDF). Office of the Secretary of Defense (PDF).
(17) Pike, John, ed. (20 January 2015). “Type 094 Jin-class Ballistic Missile Submarine”. globalsecurity.org.
(18) Pike, John, ed. (20 March 2014). “JL-2 (CSS-NX-14)”.
(19) www,globalsecurity.org
(20) Thomas, Brendan; Medcalf, Rory (September 2015). Nuclear-armed submarines in Indo-Pacific Asia: Stabiliser or menace? (PDF) (Report). Lowy Institute for International Policy.
(21) Office of Naval Intelligence (2009 to 2016). The People’s Liberation Army Navy,
(22) ONI report on a Modern Navy with Chinese Characteristics (PDF)
(23) Novichkov, Nikolai “Russia’s new maritime doctrine”. IHS Jane’s.
(24) Fisher, Richard D, Jr. (15 July 2016). “Images show possible new variant of China’s Type 094 SSBN”. IHS Jane’s 360.
(25) U.S. Navy | 2017 Index of U.S. Military Strengt http://index.heritage.org/military/2017/
(26) Kristensen, Hans M. (4 October 2007). “Two More Chinese SSBNs Spotted”. fas.org. Federation of American Scientists.
(27) United States Department of Defense (May 2013). Annual Report To Congress: Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China 2013 (PDF) (Report). pp. 6 (pp14 of PDF).
(28) Pike, John, ed. (20 January 2015). “Type 094 Jin-class Ballistic Missile Submarine”. globalsecurity.org
(29) Pike, John, ed. (20 March 2014). “JL-2 (CSS-NX-14)”
(30) http://news.usni. Navy Faces Surface Modernization Delays Without Ukrainian Engines,
(31) www.globalsecurity.org/wmd/world/china/jl-2.htm
(32) Military Power of the People’s Republic of China ” (PDF). Office of the Secretary of Defense (PDF)
(33) Pike, John, ed. (20 January 2015). “Type 094 Jin-class Ballistic Missile Submarine”. globalsecurity.org.
(34) Pike, John, ed. (20 March 2014). “JL-2 (CSS-NX-14)”.
(35) www,globalsecurity.org
(36) Thomas, Brendan; Medcalf, Rory (September 2015). Nuclear-armed submarines in Indo-Pacific Asia: Stabiliser or  menace? (PDF) (Report). Lowy Institute for International Policy.
(37) Office of Naval Intelligence (2009 to 2016). The People’s Liberation Army Navy
(38) Kristensen, Hans M. (4 October 2007). “Two More Chinese SSBNs Spotted”. fas. org. Federation of American Scientists
(39) United States Department of Defense (May 2013). Annual Report To Congress: Military and Security Developments Involving the People’s Republic of China 2013 (PDF) (Report). pp. 6 (pp14 of PDF).
(40) Pike, John, ed. (20 March 2014). “JL-2 (CSS-NX-14)”


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