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livello elementare.
ARGOMENTO: MARINA MILITARE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Vigilanza pesca, dragamine Vischio
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Prologo
Ci sono storie che non appartengono a una sola nave, né a un solo equipaggio. Sono storie che vivono nel legno dei ponti, nel rumore sommesso delle macchine, nel sale che brucia la pelle e nel silenzio profondo del mare aperto. Storie che, a distanza di anni, tornano a galla tutte insieme, identiche nei gesti, nei ritmi, nelle emozioni, anche se vissute su scafi diversi e sotto bandiere di bordo differenti. Questo racconto nasce all’interno del gruppo di Facebook “Dragamine Vischio”, dove si ritrovano uomini che su quella nave hanno vissuto una parte importante della propria vita di mare. Ma mentre lo rileggevo, ho capito che non parlava solo del Vischio, parlava di tutti i dragamine, di tutte le vigilanze pesca, delle lunghe navigazioni, delle notti stellate, dei turni di guardia, della fatica condivisa e di quella fratellanza silenziosa che solo chi è stato imbarcato su queste unità può comprendere fino in fondo. Sono convinto che molti di voi, leggendo queste righe, ritroveranno gesti familiari, situazioni già vissute, sapori e odori che non se ne sono mai andati davvero. Cambiano i nomi delle navi, cambiano i porti, ma il mare – quello no – resta sempre lo stesso. E uguali restano gli uomini che lo hanno servito. Questo non è un racconto di nostalgia, ma di memoria condivisa. Un modo per fermare su carta ciò che abbiamo vissuto allora, quando il tempo sembrava scorrere al ritmo delle onde e la vita era tutta racchiusa tra prua e poppa. Se, leggendo, vi capiterà di sorridere, di annuire in silenzio o di sentire sotto i piedi un leggero dondolio che non c’è… allora vorrà dire che queste pagine hanno fatto il loro dovere! Buona lettura, marinai.

Il Dragamine Vischio (5542) e la Vigilanza Pesca nel “Mammellone”
Il Vischio era lì, silenzioso, ormeggiato nel molo militare di Trapani. Lo scafo di legno chiaro, levigato dal sale e dal tempo, brillava al sole del pomeriggio come una creatura viva, pronta a respirare di nuovo il mare. Quel legno non era un capriccio, ma una scelta di vita: come tutte le unità della sua classe, il Vischio era costruito in legno, proprio perché era un dragamine. Un materiale non magnetico, per non far esplodere una mina durante le delicate operazioni di dragaggio. Quel legno era la nostra corazza, la nostra pelle, la nostra salvezza. E noi la sentivamo vibrare sotto i piedi. Chi ha vissuto il mare lo sa: non è l’acqua o il vento a restare nella memoria, ma l’odore. Quel misto di gasolio, legno caldo, vernice, sale e sole bruciato, che ti entra nel sangue e non ti lascia più. Prima della partenza, il porto si riempiva di suoni: le pompe che borbottavano, i comandi secchi del Nostromo, il rumore metallico dei cavi, le risate nervose dell’equipaggio. Si caricavano venticinquemila litri di gasolio, che sommati ai trentamila già presenti davano al Vischio la forza per tremila miglia di mare. L’acqua dolce, invece, era poca. Appena diecimila litri. Un’inezia. Una promessa fragile, da difendere con disciplina e rispetto. Si razionava tutto. Quindici minuti al mattino, altrettanti a mezzogiorno, cinque nel pomeriggio solo per rinfrescarsi e bere un po’, e qualcosa la sera. La fontanella all’inizio del corridoio sottocoperta restava chiusa come un tesoro proibito. Nessuno la toccava, ma ognuno di noi, almeno una volta al giorno, la guardava passandoci accanto, con la stessa malinconia con cui si guarda una finestra che non si può aprire.

la base di Messina
La Squadriglia era composta da quattro unità: Frassino, Gelsomino, Gelso e il Vischio, l’unità del Capo Squadriglia. Quando saliva a bordo, il Vischio diventava la nave capo squadriglia, e l’aria si faceva più densa. Ogni comando assumeva un tono più profondo, ogni manovra un peso più grande. Prima della partenza, in attesa del comando del Comandante, tutti i reparti verificavano le ultime cose. In sala macchine, si controllavano i motori: il regime, le temperature, le pressioni, i generatori elettrici e la corretta erogazione dell’energia elettrica.
A poppa il personale attendeva in silenzio, pronto a mollare gli ormeggi; a prua, accanto all’argano, gli uomini scrutavano le cime, vigili, pronti a lasciare la nave libera di partire. In controplancia, il Comando osservava e attendeva che tutto fosse pronto. Le carte nautiche erano predisposte alla consultazione e riposte sul tavolo del carteggio, con squadre righe e compasso. La rotta era stata tracciata. Il radar acceso e funzionante, pronto a essere utilizzato insieme al Loran, posto sotto, in sala comando. Lì, il manovratore, con le mani sulle due leve — motore di dritta e motore di sinistra — attendeva gli ordini che sarebbero giunti da un rudimentale tubo di ottone che collegava la controplancia alla sala comando. Accanto a lui, il timoniere fissava la bussola, pronto a seguire la rotta che gli sarebbe stata impartita.
E quando finalmente il Comandante dava l’ordine di salpare, gli ormeggi venivano mollati: a poppa il verricello recuperava le cime d’ormeggio, mentre a prua, con l’aiuto dell’argano, la nave veniva liberata dall’ultima cima, il segnalatore issava a riva le bandiere del nominativo — India Hotel Mike Bravo — affinché la Capitaneria potesse annotare la nostra partenza. Il Vischio cominciava lentamente a muoversi. Le macchine venivano portate a pari avanti adagio.
Il molo si allontanava, e con esso la terra, le luci, i rumori. E dopo Favignana la rotta era chiara: 180 gradi, per sempre! Restava solo il mare, con la sua voce infinita. Sette ore fino a Pantelleria, altrettante fino a Lampedusa, e poi altre sei fino al limite invisibile tra le acque internazionali e tunisine. Lì, nel cuore del Mediterraneo, si estendeva la nostra zona di missione: il “Mammellone”, un mare profondo e solitario, dove l’orizzonte si confondeva col cielo. All’arrivo, ci attendeva sempre l’unità che stava rientrando. Ci si salutava con rispetto, con il lampeggio dei fanali e brevi segnali luminosi in codice Morse. Era un linguaggio antico, quasi dimenticato, e quando qualcuno sbagliava, appariva una lunga serie di punti — la lettera “E” — che in gergo significava errore, ricomincia da capo. Allora scoppiavano risate sincere, e per un attimo il mare diventava complice del nostro buonumore. I turni di guardia si susseguivano come il respiro del mare: quattro ore di servizio e otto di riposo. Ma per evitare che gli stessi finissero sempre nel turno più duro, quello tra mezzanotte e le quattro, si facevano i “mezzi turni”, che noi chiamavamo “il gaettone”.
Chi iniziava alle 16 restava fino alle 18, chi subentrava alle 18 tirava fino alle 20, e da lì un’altra squadra copriva il turno fino a mezzanotte. Era un ritmo giusto, umano, nato dal mare e dalla solidarietà tra uomini. Le notti d’estate, lontano da tutto, avevano qualcosa di divino. Nel buio assoluto, il cielo era un mare di stelle. Talmente fitto e luminoso che non si distinguevano più le costellazioni. Era uno spettacolo mozzafiato: sembrava che l’universo intero si fosse rovesciato sopra di noi. Un firmamento vivo, pulsante, che riempiva l’anima. Il legno del ponte scricchiolava piano, il mare sussurrava contro lo scafo, e in quel silenzio infinito ci sentivamo piccoli, ma parte di qualcosa di immenso. La bellezza del tramonto e dell’alba: la palla di fuoco, così lontana eppure così viva, ci donava calore e luce in uno spettacolo che toglieva il respiro. Di giorno, invece, il Mediterraneo esplodeva di vita. I delfini ci correvano accanto, guizzando nell’acqua chiara e giocando davanti alla prua come bambini in festa. Ti guardavano, davvero, come per dire: “Siamo con voi.”
E a volte, all’improvviso, appariva una manta gigantesca, che volteggiava con grazia, nera e misteriosa, per poi scomparire lentamente nel blu profondo. Scene che non si dimenticano, mai. Ma il Mammellone sapeva anche sorprendere. E così, all’orizzonte, si intravedeva un’ombra. Un profilo lontano, una sagoma sconosciuta. Non si distingueva la bandiera, solo il riflesso del sole sul metallo. Poi, un po’ alla volta, avvicinandoci, la figura prendeva forma. Era una fregata dell’Unione Sovietica. La si osservava in silenzio, con la curiosità che solo il mare sa generare. Le macchine fotografiche comparivano ovunque, e gli scatti si sprecavano. Un momento sospeso tra rispetto, orgoglio e stupore. Poi, quando la curiosità era sazia, ognuno riprendeva la propria rotta, e il Mediterraneo tornava a essere solo mare. Immenso. Silenzioso. Nostro.
Durante la missione, i pescherecci di Mazara del Vallo erano presenze familiari, compagni di rotta in quell’immenso azzurro. Erano gente di mare, proprio come noi. Ci salutavano da lontano, un braccio alzato verso l’orizzonte, e spesso, in segno di antica fratellanza, ci offrivano sacchi colmi di pesce fresco, ancora lucido di sale e di vita. Era un gesto muto ma solenne, la testimonianza di una solidarietà profonda tra chi vive sotto lo stesso sole e sopra lo stesso abisso. Noi eravamo lì per loro: eravamo lo scudo e la voce, pronti a vegliare su quel tratto di mare conteso affinché la nostra bandiera sventolasse orgogliosa dove la terra non è che un ricordo sbiadito.
Eppure, quella stessa distesa che ci univa nel lavoro e nella speranza sapeva anche volgere le spalle, trasformandosi da culla in carceriere. Il mare smise di essere soltanto avventura quando la sua natura si fece improvvisamente crudele e immobile; fu nel destino del Diocleziano I che l’orizzonte si chiuse come una morsa, svelandoci il volto amaro di una libertà tradita. Quella notte il mio turno era finito a mezzanotte. Il gaettone era già passato e, con il corpo stanco, assaporavo finalmente il lusso di un riposo ininterrotto. Ma alle quattro del mattino, il silenzio della cabina fu squarciato dal grido metallico del segnale:
TA TA TA TA TA! Cinque colpi secchi, ripetuti, implacabili. Non era un’esercitazione, era il battito accelerato dell’emergenza. Dalla radio gracchiava l’angoscia: “Lavinia, Lavinia, Lavinia… Aiuto, Aiuto, Aiuto!”. Era il Diocleziano I, braccato da una corvetta tunisina. Demmo fondo alle macchine: avanti tutta, dodici nodi, una corsa tesa e frenetica durata quattro ore, fendendo l’oscurità verso il punto del sequestro. Quando la luce dell’alba illuminò la scena, iniziò una mattinata carica di un’elettricità densa, insopportabile. Il nostro Comandante cercò il dialogo, la diplomazia tra gentiluomini del mare. L’ufficiale tunisino rispondeva in un italiano perfetto, ostentando gli studi compiuti nella nostra Accademia, ma la sua cortesia era una lama fredda. Affermava che il radar di Sfax non sbagliava, che lo sconfinamento era certo. Inutili furono le obiezioni sulla distanza e sui margini d’errore: l’ordine era già stato scritto, il destino della nave già deciso. L’equipaggio del peschereccio non voleva arrendersi alla prigionia; manovravano con la disperazione di chi si sente strappato alla propria vita. In un ultimo, estremo tentativo di salvarli, il nostro Comandante fece passare un cavo d’acciaio per rimorchiarli verso la salvezza delle acque nazionali. Fu allora che la tensione esplose in violenza: la corvetta tunisina virò bruscamente, sparò una cannonata che squarciò lo scafo del peschereccio e lo speronò con ferocia. In pochi istanti i militari salirono a bordo, arrestarono quegli uomini e recidendo il cavo che ci univa, trascinarono il Diocleziano I verso Sfax.
Restammo a guardare, impotenti, fermi sul confine invisibile che ci era proibito oltrepassare. Quando l’elicottero della Marina arrivò nel pomeriggio, di loro restava solo la scia sbiadita dall’orizzonte. Restammo tutti con l’amaro in bocca, un peso al cuore che solo chi vive il mare può capire. Eppure, tra le pieghe di quei giorni duri, brillavano ancora i ricordi delle battute di pesca notturne. Nel cuore del Mediterraneo, quasi a toccare le coste tunisine, bastava un cenno d’intesa con l’Ufficiale di guardia per armarsi di lampara e totanare. Ricordo ancora il primo calamaro: un getto d’acqua dritto in pieno volto che scatenò risate e frenesia, prima di finire tra le mani sapienti del cuoco. Gli anelli erano così imponenti che dovevano essere tagliati a strisce, come patatine, per poterli friggere. Erano momenti di allegria pura, di mare vero. Erano i nostri brevi, bellissimi istanti di libertà.
L’acqua dolce era poca, e l’igiene diventava un lusso dimenticato. Ma il Comandante, uomo di mare e d’animo giusto, sapeva quando fermare la nave. Nei pomeriggi caldi e senza vento, faceva arrestare i motori e, con quella calma che solo i veri comandanti sanno avere, permetteva all’equipaggio di scendere per un bagno in mare aperto. Si scendeva lentamente lungo le scalette, uno alla volta, e ci si lasciava abbracciare dal blu. L’acqua era fredda, infinita. Sotto di noi, migliaia di metri di profondità, eppure ci sentivamo leggeri, vivi, liberi. Rimaneva il sale sulla pelle, ma era sempre meglio che respirare quel forte odore di sudore che ci avvolgeva da giorni. E quando si risaliva a bordo, con i capelli bagnati e il sorriso negli occhi, si era di nuovo uomini, non più solo marinai. Le giornate scorrevano tutte uguali e tutte diverse. Il mare cambiava umore, la luce cambiava colore, e noi con lui. A volte la cena portava la carne di sussistenza, confezionata e proveniente dall’Argentina, con impresso un timbro degli anni ’60. Un sapore di altri tempi, di storie e di sopravvivenza. In mare, anche quella era vita. E poi arrivava quel giorno che tutti aspettavano: il cambio della guardia. Da lontano si vedeva una sagoma familiare, l’altra unità in arrivo per darci il cambio. Era come vedere la casa dopo un lungo viaggio. Si scambiavano saluti, consegne, auguri, e poi la prua si orientava verso nord.
Il ritorno
Sembrava sempre più veloce, come se la speranza spingesse le eliche. Prima si intravedeva Mazara del Vallo, poi si passava a fianco di Marsala, e infine, come un sogno, appariva l’inconfondibile profilo di Favignana. Quel momento aveva sempre lo stesso effetto: un nodo in gola, un sorriso, e un silenzio che valeva più di mille parole. Quando finalmente il porto di Trapani si apriva davanti a noi, la banchina era già piena di volti, di voci, di mani pronte. La nave scivolava piano verso la banchina, quasi a tastarla, e si fermava di poppa. Iniziava allora la danza dei “sacchetti”: quelle palle di corda che volavano come meteore verso il molo, in un rituale antico che nessun marinaio dimentica. Le cime si tendevano, i comandi rimbalzavano da bordo a terra, a prua si prendeva una delle cime del porto e la si metteva in forza, quanto bastava per tenerla lì, quieta sull’acqua. Infine, la passerella veniva posata. E quando il piede toccava terra, il cuore tremava.

Le lunghe ore di navigazione facevano maturare in ognuno di noi la possibilità di acquistare prodotti già presenti nella cambusa della nave, e forniti dal cambusiere a prezzi ridotti, senza tasse. Si potevano comprare sigarette, liquori, profumi, piccoli lussi di bordo. Io ricordo ancora la mia scelta: una bottiglia di champagne Pommery & Greno, che conservo nella memoria come un simbolo di mare e di casa. Fu aperta e bevuta in famiglia, nel periodo natalizio, con lo stesso rispetto con cui si onora un ricordo. Perché solo in porto, dopo essere arrivati, quelle piccole conquiste avevano davvero il sapore della libertà.
Ma anche allora, il mare non ci lasciava del tutto. Per giorni interi, camminando per le strade di Trapani, sentivamo ancora il dondolio del ponte sotto i piedi, come se fossimo ancora lì, nel profondo Mediterraneo, a muoverci insieme al Vischio, tra le onde e il silenzio. L’acqua tornava libera, le provviste abbondavano, la terra era solida. Ma dentro di noi, quel mare restava. Restava il suo profumo, la sua voce, il suo battito. E noi, marinai del Vischio, lo sapevamo nel profondo: che nonostante la stanchezza, la fatica, il sale sulla pelle e il desiderio di riposo, il mare ci avrebbe richiamato ancora. Perché chi ha vissuto il mare non se ne libera mai. Il mare ti entra nell’anima, ti parla in sogno, e quando chiudi gli occhi, senti ancora il suo respiro. E allora capisci che non sei tu ad averlo scelto. È lui, il mare, che ha scelto te!
Renato Vigilanti
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