Agende geopolitiche e geoeconomiche in competizione: la Groenlandia

Gian Carlo Poddighe

17 Gennaio 2026
tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OPERAZIONI MILITARI
parole chiave: Artico, Groenlandia
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Trump è tornato a parlare veementemente della Groenlandia. Un aspetto non chiaramente chiarito dai media che spiega l’interesse geopolitico americano per la grande isola danese. Di fatto, da una prospettiva di grande strategia, gli Stati Uniti hanno bisogno di una testa di ponte in prossimità dell’Artico – preferibilmente anche più vicina all’Artico dell’Alaska – per agire come un attore competitivo nella corsa futura  per il suo controllo.

Va tenuto presente che le potenze eurasiatiche – la Russia e, in misura minore, la Cina – stanno già pervicacemente cercando di conseguire una posizione dominante in questa regione critica. Secondo il pensiero geostrategico russo, il controllo dell’Artico è strumentale per raggiungere l’egemonia globale, considerando la grande quantità di risorse naturali che contiene e, soprattutto, la sua posizione come potenziale rotta marittima in grado di collegare le parti settentrionali dell’Europa, l’Asia orientale e l’emisfero americano nell’ipotesi a medio/lungo termine di ulteriori aumenti dele temperature diminuzione dei ghiacci che permetterebbe alla Russia di concretare il sogno dello sviluppo e ripopolazione della Siberia e della disponibilità di porti di acque libere.

La Russia sogna, sin dai tempi degli Zar, un facile accesso a porti di acque libere, con notevoli capacità di proiezione come potenza marittima, un’ambizione che non è mai riuscita a concretizzare. Il Cremlino è ben consapevole del valore della regione artica e, di conseguenza, la presenza russa è diventata sempre più evidente nella regione.
Come atto dimostrativo, nel 2007, la Russia ha simbolicamente piantato la bandiera nazionale sul fondo dell’Oceano Artico, atto teso a sottolineare le rivendicazioni di Mosca su una parte sostanziale dell’Artico, inteso come estensione della piattaforma continentale siberiana e, di conseguenza, riconoscendone la sovranità della Federazione Russa.

Sebbene queste informazioni non trovino spazio sui media, se non in caso di incidenti, bombardieri strategici russi volano regolarmente i perimetri artici nazionali e, come sondaggio, sconfinano sistematicamente, innescando evidenti attriti con le forze aeree di altri stati circumpolari. Inoltre va notato che la Russia ha un vantaggio senza pari per quanto riguarda la dotazione e costruzione di rompighiaccio nucleari e  tradizionali.


 
Un altro attore della versione artica del “Grande Gioco” è la Repubblica Popolare Cinese, anche se il suo ruolo è stato più discreto di quello svolto dai russi. Pechino ha programmato da decenni la propria corsa all’Artico facilitata negli ultimi anni dalle crescenti difficoltà della Russia ed ha iniziato a investire in operazioni minerarie in Groenlandia nel 2015, una mossa che potrebbe essere interpretata come un tentativo di aumentare la quota di mercato della Cina come fornitore dominante di terre rare al mondo .

Secondo alcune stime, la Groenlandia potrebbe avere riserve (ammesso che ce ne siano) per 38,5 milioni di tonnellate di ossidi di terre rare, mentre il resto delle riserve mondiali raggiunge i 120 milioni di tonnellate, un obbiettivo allettante che vale la pena perseguire da parte di chi sinora ne è escluso.

La Cina, nel più tipico metodo e nella consueta replica delle sue azioni di “conquista”, è sempre interessata alla costruzione di infrastrutture di trasporto e sistemi portuali; ha cominciato lungo tutta la costa artica della Russia – che comprende località come Murmansk, Vladivostok e Arkhangelsk – al fine di consentire l’uso di vie navigabili circumpolari sia per la navigazione commerciale che per l’estrazione di risorse naturali, e tende a replicarlo nei possedimenti insulari danesi, meglio se opportunamente “spinti” verso un’indipendenza demagogica, per quanto irrilevante (dal punto di vista politico ed economico).

L’ accordo bilaterale tra Russia e Cina è stato definito la “Via della Seta di ghiaccio“: è logico e pertinente sottolineare che, per Pechino, i programmi designati come “vie della seta” normalmente trascendono il campo dell’economia e degli affari, ma quasi sempre rispondono anche a valutazioni geopolitiche sottostanti.

Indipendentemente dallo stile eterodosso di Donald Trump, la geopolitica costituisce una scacchiera governata in ultima analisi dall’azione di forze impersonali ed è pertanto comprensibile che Washington cerchi di posizionarsi – inizialmente con una proposta di acquisto di un’isola altamente geostrategica – per il controllo diretto di una regione che nei prossimi decenni si profila determinate per gli equilibri di potere globali.

I benefici strategici sarebbero enormemente superiori ai costi (per lo più legati all’importo monetario che dovrebbe essere pagato e all’impatto trascurabile derivato dall’assorbimento demografico della piccola popolazione della Groenlandia). Se questo audace ed irrituale tentativo non andrà da nessuna parte (che è di gran lunga lo scenario più probabile considerando il deciso rifiuto della Danimarca di vendere la Groenlandia), è logico supporre che il sistema americano troverà altri modi per contrastare l’avanzata dei colossi eurasiatici nel Circolo Polare Artico. Deve farlo, e si tratta di un imperativo geopolitico che, in un modo o nell’altro, non può essere trascurato. Nella considerazione che la Groenlandia ha una sua indipendenza politica dalla Danimarca, più volte espressa chiedendone la scissione, l’ultima parola potrebbe andare alla sparuta minoranza.   

In sintesi, contrariamente a quanto sostengono alcuni studiosi internazionali, tradizionalisti, la geografia è ben lungi dall’essere irrilevante come condizione decisiva che inquadra il corso della politica internazionale. Il mondo è ben lungi dall’essere piatto, i luoghi contano e, nello spietato gioco dell’alta strategia alcuni luoghi sono più importanti di altri. Di conseguenza, la lotta per controllarli alimenta le tensioni geopolitiche secondo metriche che vanno oltre il diritto consuetudinario. La competizione territoriale tra grandi potenze, i cui interessi strategici nazionali sono spesso difficili da conciliare, è più forte che mai andando verso un futuro in cui la coperta sarà sempre più corta.

Non sorprende che la geografia sia un fattore che ha sempre fortemente plasmato il corso della storia. Considerando esperienze precedenti è improbabile che le cose cambino rapidamente, anche se le prossime elezioni in Groenlandia potrebbero modificare la situazione. L’unica differenza è che le realtà geopolitiche contemporanee sono molto più complesse e dinamiche di quelle dei secoli precedenti, ma i loro principi fondamentali sono ancora validi. Dopo tutto, come diceva Kissinger, l’onnipresenza attiva delle forze impersonali non può essere semplicemente abolita.

Tanto rumore per nulla? Intanto: nulla di nuovo né sotto il sole né nella notte artica e meno che mai sotto il mare, ma in un prossimo futuro l’area marittima richiederà la massima attenzione, in particolare dei Paesi della UE, verso i primi passi della tanto conclamata difesa comune – un concetto molto più vasto del riarmo tanto ostacolato e non compreso, una necessità che sta diventando irrinunciabile se l’Europa vorrà avere una sua identità politica rilevante per non essere schiacciata dal revanscismo russo e dal lento distacco dei Paesi d’oltreoceano. Il pericolo non è un’invasione cosacca verso l’Europa, ma che l’Europa si suicidi da sola, abituata ad essere protetta da un ombrello euro atlantico che ha bisogno di partner e non di mantenuti. Nel prossimo futuro le superpotenze adotteranno politiche molto più aggressive secondo il principio del caso e/o della necessità. 
Gian Carlo Poddighe
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