La pace come una chimera: le ragioni del Cremlino per il ritorno all’impero e la contrapposizione all’Occidente (con l’immancabile minaccia nucleare) di Nicola Cristadoro

Nicola Cristadoro

1 Ottobre 2025
tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: RUSSIA
parole chiave: Saggio, Russia, Ucraina

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Tante parole sono state spese dal febbraio 2022, quando le forze armate di Mosca hanno rotto gli indugi e dato il via alle operazioni per l’invasione dell’Ucraina; molti ragionamenti corretti ed interessanti sono stati sviluppati da storici, politologi e giornalisti come esempi per comprendere le motivazioni sostantive ad un conflitto che, col passare del tempo, si è intensificato e ha visto il coinvolgimento di un numero sempre maggiore di attori a livello globale. Altrettanti ragionamenti, al contrario, fuorvianti, mistificatori e superficiali sono stati divulgati a scopo propagandistico, per guadagnare il consenso e sostenere le politiche e le ragioni dell’una o dell’altra parte, attività svolta in modo particolarmente intenso ed invasivo ad opera del Cremlino.

L’obiettivo di questo saggio è individuare un continuum nel pensiero politico-strategico russo riferito segnatamente ai timori della Federazione Russa relativi ad un Occidente percepito come ostile, come una minaccia incombente per la stabilità e la sicurezza della Russia. Parliamo di una diffidenza manifestatasi subito all’indomani del dissolvimento dell’Unione Sovietica e protrattasi fino ad oggi. Parliamo di una paura che, alimentata attraverso il consolidamento del concetto di “estero vicino” in riferimento agli Stati in precedenza inglobati nell’ex Unione Sovietica e via via diventati indipendenti, ha posto le fondamenta per tutti i conflitti successivi alla caduta del muro di Berlino che hanno visto la Russia coinvolta direttamente o indirettamente, fino alla violazione in forze dei confini ucraini prima in modo silenzioso e dissimulato in Crimea nel 2014, poi, in modo più eclatante, con l’invasione dell’Ucraina nel 2022. A tale scopo, analizzeremo una serie di saggi e di articoli che, attraverso un confronto che ne colga gli argomenti comuni, individuino la “progressione ideologica” che inizia dalle paure post-sovietiche e giunge alla teorizzazione di un uso disinvolto dell’arma nucleare come garanzia dell’inviolabilità dei confini nazionali storicamente concepiti da Mosca.

Anchorage 2025 – Il presidente Donald J. Trump e il presidente russo Vladimir Putin tengono una conferenza stampa presso la base congiunta Elmendorf-Richardson, Anchorage, Alaska, 15 agosto 2025 (foto del Dipartimento della Difesa di Benjamin Applebaum)

Lo scetticismo Brzezinski
Il primo testo che vogliamo prendere in considerazione è il saggio The premature partnership del politologo Zbigniew Brzezinski, che nel 1994 affermò, senza mezzi termini, che i tempi non erano ancora maturi per una collaborazione fattiva e su vasta scala tra Russia e Stati Uniti, al di là di tutti i buoni propositi.

Brzezinski parte dalla constatazione che nel periodo della presidenza di Bill Clinton l’obiettivo del contenimento di una potenziale nuova volontà espansionistica della Russia sorta dalle ceneri dell’Unione Sovietica dove essere conseguito attraverso un processo di democratizzazione che portasse ad uno spirito di collaborazione fattiva, un partenariato appunto: “Le premesse di fondo e reciprocamente rafforzanti di questa nuova grande strategia sono che le prospettive per l’emergere di una democrazia russa stabile e duratura, basata su un’economia di libero mercato, siano ragionevolmente elevate; e che quanto precede renda fattibile una partnership con gli Stati Uniti. In tale contesto, il sostegno totale a Boris Eltsin come leader russo autenticamente democratico è la logica conseguenza tattica, a prescindere dalle occasionali carenze nella sua performance come leader democratico.”1
In questo clima idilliaco ed eccessivamente ottimista, Clinton si spingeva ad affermare che l’esercito russo andava visto come strumentale nella stabilizzazione della situazione politica in Georgia, e ne vedeva un legittimo coinvolgimento nelle aree confinanti alla Federazione Russa, alla stregua di quanto avevano fatto gli Stati Uniti a Panama e Grenada. In definitiva, gli Stati non più sovietici avrebbero dovuto rinunciare a un eccessivo nazionalismo e a trovare un compromesso con Mosca.

La realtà della prospettiva di un governo improntato ad una democrazia stabile, tuttavia, venne rapidamente smentita dalla propensione autoritaria del presidente Eltsin, che trasformò la nuova costituzione per una Russia democratica in un documento facilmente utilizzabile per legittimare un governo personale arbitrario. Contestualmente, la grave crisi economica che colpì il Paese, rese ben poco attraenti agli occhi della popolazione sia la democrazia come forma di governo, sia il libero mercato che, di fatto, vedeva arricchirsi solo gli oligarchi e le loro cerchie di fedelissimi.

Un’altra spinosa questione contribuiva a complicare la situazione: il problema dell’identità nazionale ed il ruolo che la Russia doveva avere come attore globale: “I sondaggi indicano che la dissoluzione dell’Unione Sovietica è vista da circa due terzi del popolo russo, e persino dalla maggioranza dei politici democratici, come un tragico errore, qualcosa che deve essere in qualche modo annullato. Eppure, qualsiasi tentativo di ricreare una qualche forma di impero, reprimendo le risvegliate aspirazioni nazionali dei non russi, si scontrerebbe sicuramente frontalmente con lo sforzo di consolidare una democrazia all’interno della Russia. Il punto fondamentale è un assioma semplice ma convincente: la Russia può essere un impero o una democrazia, ma non può essere entrambe le cose.”2

Su tali premesse, la politica russa nei confronti dei Paesi ex-sovietici e ora considerati appartenenti al cosiddetto “estero vicino” si concentrò, allora, su due aspetti in particolare: la progressiva privazione dell’autonomia economica dei nuovi stati indipendenti e la prevenzione dell’emergere di forze armate indipendenti. Il primo aspetto doveva far comprendere che la ripresa economica dei singoli Stati chiamati a fronteggiare le crisi al proprio interno fosse possibile solo attraverso una maggiore integrazione della comunità degli Stati stessi, la neo-costituita Comunità degli Stati Indipendenti. Il secondo aspetto, cercava di limitare gli eserciti nazionali a forze essenzialmente simboliche e nominali, da integrare sempre più sotto il comando di Mosca. Per contro, fin da subito, l’Ucraina si impegnò in seri sforzi per plasmare un proprio esercito.

L’uso di mezzi militari ed economici per ottenere la subordinazione a Mosca emerse in tutta la sua evidenza in Bielorussia e Georgia. In Bielorussia i sussidi economici russi si tradussero in subordinazione politica mentre in Georgia l’intervento militare fornì a Mosca il pretesto per una mediazione politica; in quell’occasione, la Georgia imparò che, contrariamente a quanto affermato da Clinton, la Russia come arbitro non è molto diversa dalla Russia come impero. L’invasione della Georgia, poi, ebbe un impatto preoccupante sull’opinione occidentale circa le modalità e l’opportunità dell’allargamento della NATO nello spazio post-sovietico. All’indomani del conflitto russo-georgiano, la questione dell’adesione di Ucraina e Georgia all’Alleanza Atlantica fu sospesa a tempo indeterminato. In linea di principio restava valida l’opzione che questi Stati potessero entrare a farne parte, in realtà non vi era il sostegno delle capitali occidentali per un ulteriore allargamento dell’Alleanza nel breve termine, soprattutto, nel caso dell’Ucraina, fintanto che Viktor Janukovyč fosse in carica come presidente.3

Nondimeno, la questione relativa agli arsenali nucleari ancora schierati in Ucraina, rappresentava un problema di assoluta rilevanza nell’economia negoziale con gli Stati Uniti: “Il consolidamento del pluralismo geopolitico all’interno dell’ex Unione Sovietica comporterebbe una serie di conseguenze politiche pratiche. Pur continuando a perseguire un’amicizia sempre più profonda con la Russia, richiederebbe una distribuzione più equilibrata degli aiuti finanziari alla Russia e agli stati non russi, l’abbandono dell’elevazione ostinata della questione delle armi nucleari a cartina di tornasole per le relazioni tra Stati Uniti e Ucraina e un trattamento imparziale nei confronti di Mosca e Kiev. Richiederebbe il riconoscimento esplicito del fatto che l’esistenza indipendente dell’Ucraina è una questione di importanza a lungo termine ben più importante dello smantellamento o meno tempestivo da parte di Kiev del suo arsenale nucleare post-sovietico. Inoltre, condizionerebbe gli aiuti americani alla Russia alla fine degli sforzi russi per trasformare i nuovi stati indipendenti in satelliti completamente subordinati, e comporterebbe una maggiore disponibilità a sollevare la questione, anche alle Nazioni Unite, delle trasgressioni di Mosca nei confronti dei suoi vicini. La Georgia, ad esempio, meritava di meglio nel 1993.”4

Sappiamo bene come le derive bellicistiche del Cremlino negli anni successivi abbiano considerato l’arma nucleare come strumento di politica estera a pieno titolo, implementando il principio della cross-domain coercion, con tanto di benedizione del primate della chiesa ortodossa russa Kirill 5. E sull’Ucraina, con buona ragione, visto quanto è accaduto successivamente, Brzezinski concentra la propria attenzione (e preoccupazione), sottolineando, ancora una volta, le problematiche connesse con l’arsenale atomico: “L’aspetto più preoccupante, date le dimensioni e l’importanza geostrategica dell’Ucraina, è stata l’intensificazione della pressione economica e militare di Mosca su Kiev, in linea con la diffusa sensazione a Mosca che l’indipendenza ucraina sia un’anomalia e una minaccia per la posizione della Russia come potenza globale. La tendenza di alcuni importanti politici russi a parlare apertamente dell’Ucraina come di “un’entità transitoria” o di “una sfera di influenza russa” è sintomatica.

L’esercito russo ha imposto la spartizione della Crimea e ha affermato il controllo unilaterale su gran parte della flotta contesa del Mar Nero. A peggiorare ulteriormente la situazione è stata l’aperta rivendicazione territoriale russa su porzioni dell’Ucraina. Allo stesso tempo, è stata applicata una leva economica attraverso riduzioni e interruzioni periodiche nella fornitura di fonti energetiche vitali all’industria ucraina, presumibilmente nella speranza di destabilizzare il Paese al punto che una parte considerevole della popolazione inizi a chiedere a gran voce un legame più stretto con Mosca. Per isolare l’Ucraina a livello internazionale, i politici russi hanno anche abilmente sfruttato la preoccupazione dell’amministrazione Clinton per lo status nucleare del Paese. Facendo leva sui timori americani (e sull’evidente preferenza dell’amministrazione per il controllo russo sulle armi nucleari ucraine), Mosca è riuscita a dipingere i nuovi leader di Kiev come una minaccia alla stabilità internazionale. L’incapacità dell’Ucraina di trasmettere le proprie preoccupazioni all’Occidente ha inoltre intensificato il suo isolamento e, di conseguenza, il suo senso di vulnerabilità.”6

Fine I parte
Nicola Cristadoro

pubblicato in origine su DIFESAONLINE  La pace come una chimera: le ragioni del Cremlino per il ritorno all’impero e la contrapposizione all’Occidente (con l’immancabile minaccia nucleare) – Difesa Online
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Note
1 Brzezinski Z., The premature partnership, Foreign Affairs, March/April 1994.
2 Ibid.
3 T. Kuzio, D. Hamilton, Open Ukraine Changing Course towards a European Future, Center for Transatlantic Relations , Washington D.C., 2011, p.138.
4 Brzezinski Z., Ibid.
5 Cristadoro N., La dottrina Gerasimov. La filosofia della guerra non convenzionale nella strategia russa contemporanea, Il Maglio, Solarussa (OR), 2022.
6 Brzezinski Z., ibid.

 

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