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La conquista delle profondità – parte IV

Reading Time: 5 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA DELLA SUBACQUEA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: NA
parole chiave: ARA, ARU, miscele
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Fusco, Bucher e la pesca del corallo
In campo civile, sempre in  Italia, uno dei primi utilizzatori dei rebreather fu Leonardo Fu­sco, entrato nella leggenda dei pescatori di corallo. Quando Leonardo Fusco incontrò per la prima volta nel 1970 un rebreather a miscele aveva già alle spalle una lunga carriera da profondista ad aria, un profondista per mestiere e non per sport, visto che fin dal 1953 aveva deciso di dedicarsi alla raccolta del corallo rosso.

bucher-corallo

Bucher e il corallo

In quei primi anni la profondità alla quale si raccoglieva il corallo non superava i quaranta metri, quota determinata dall’uso di attrezzature subacquee rudimentali o comunque ancora poco evolute. Eravamo agli inizi nella costruzione degli autorespiratori ad aria (ARA) e con l’aumentare della profondità questi non riuscivano a garantire un idoneo flusso di aria al subacqueo.

Con l’andare degli anni le profondità per la pesca al corallo via via aumentarono grazie al progredire delle attrezzature subacquee, favorito anche dalle sperimentazioni audaci di questi pionieri delle profondità. Arriviamo alla fine degli anni cinquanta, Leonardo Fusco, all’isola di Montecristo, raccoglieva corallo fino a 85 metri di profondità, una quota impensabile per quegli anni. Poi la caccia all’oro rosso si spostò in Sardegna e qui le profondità rimasero costantemente elevate, tra gli ottanta e i cento metri, sempre con l’uso di aria.

subconara

L’attrezzatura di da corallaro di Bucher era composta da due bombole da 14 litri (con erogatore monostadio) ed una terza da sette litri di riserva con erogatore bistadio.

L
La grande esperienza di questi profondisti, tra i quali non possiamo non ricordare Raimondo Bucher, riusciva in qualche modo a contenere i rischi di queste immersioni ai limiti del possibile. Ciò nonostante in quegli anni il numero di subacquei che persero la vita inseguendo l’oro rosso fu alto, vittime alcune volte dell’imponderabile e dei risicati margini di sicurezza ed altre volte della poca esperienza nell’immersione profonda. Un’esperienza che i grandi di quel periodo avevano acquisito per gradi in un decennio di attività.

Ho voluto ricordare Bucher per primo e non per caso. Il Comandante Bucher fu un grande profondi­sta, con migliaia di immersioni a caccia di corallo, anche a quote oltre i 100 metri di profondità, e aveva la convinzione che per lui, ex ufficiale pilota dell’Aeronautica Militare, questa attività dovesse essere confinata nei limiti dello sport e quindi con i mezzi “normali” che si avevano a disposizione. In altre parole  con erogatore, bombole e aria compressa, il resto era dato dall’esperienza e allenamento. Leonardo Fusco, invece, aveva un concetto diverso, non da sportivo ma da “lavoratore degli abissi”. Il corallo era per lui la sua “impresa commerciale”, la cosa che gli permetteva di vivere e di guardare al futuro e in questo senso cercava sempre di sviluppare sistemi e tecnologie che gli permettessero di lavorare in maggiore sicurezza e con più efficienza.

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Leonardo Fusco (con la muta) osserva i preparativi del suo rebreather FGG III da lui stesso modificato.

F
Fu uno dei primi a sistemare una camera di decompressione sulla propria barca ed a cercare di sviluppare delle tabelle di decompressione “ad hoc” per i corallari. Fu in questa attività di ricerca e perfezionamento che si imbatté nel 1970 in uno dei primi rebreather che utilizzava delle miscele elio-ossigeno. L’obiettivo era di avvicinarsi in modo più efficiente a profondità dagli 80 ai 120 metri dove i fondali sardi promettevano abbondanti raccolte di corallo rosso. Fusco sperimentò un primo rebreather di costruzione americana in camera iperbarica ma non ne rimase assolutamente convinto e abbandonò questa strada fino al 1972, anno nel quale fu introdotto alla DRAEGER dove si stava perfezionando da alcuni anni un rebreather elio-ossigeno a circuito semichiuso abilitato a quote fino a 200 metri di profondità, il famoso FGG III, nato come apparecchio per uso militare. Evidentemente  la possibilità di una sperimentazione commerciale abbatté le barriere del segreto industriale. Fu così che Leonardo Fusco, dopo alcune sperimentazioni in camera iperbarica ed un corso di abilitazione al suo uso, ne acquistò due modelli per cominciare l’avventura dell’heliox.

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Leonardo Fusco poco prima di immergersi con il FGG III

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Attento come sempre alla sicurezza e comprendendo che l’uso che ne avrebbe fatto era diverso da quello per cui era stato concepito, Leonardo Fusco, da buon italiano genialoide e “fai da te”, apportò delle modifiche al rebreather. L’FGG III era protetto da una calandra idrodinamica gialla in vetroresina e su questa vennero installate due “rastrelliere” per ospitare due bombole da sette litri ciascuna. Una conteneva una miscela di heliox al 15% di ossigeno e l’altra aria, entrambe caricate a 250 atmosfere. In caso di malfunzionamento del rebreather, Fusco, respirando dalla bombola a heliox, avrebbe avuto il tempo di risalire fino a 40 metri di profondità dove avrebbe potuto poi utilizzare la bombola di aria e giungere così alla quota dove, dalla superficie, gli sarebbe stata fornita la manichetta per la decompressione. L’FGG III gli consentì immersioni a oltre cento metri di profondità con una permanenza sul fondo che poteva arrivare fino a trenta minuti, il tutto in completa padronanza dei sensi. In sintesi,  un bel progresso rispetto alle immersioni a 80-90 metri ad aria che permettevano pochi minuti sul fondo e con uno stato di ebbrezza latente.

C’è una frase di Leonardo Fusco, riferita al periodo dell’heliox, che voglio citare. E’ tratta dal suo bel libro corallo rosso e che ci svela uno dei volti della conquista delle profondità:
… per più di quindici anni mi sono immerso migliaia di volte su scogliere comprese su batimetrie che vanno dagli ottanta ai centocinquanta metri di profondità. per la prima volta avevo la sensazione che il mondo subacqueo sul quale in quel momento stavo vivendo fosse il mio pianeta natale, il mio elemento naturale. e potevo assaporarne, nel pieno delle mie facoltà sia mentali che visive e tattili, tutte le bellezze …”.

Fabio Vitale


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