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livello medio
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ARGOMENTO: OCEANOGRAFIA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: oceano Pacifico, SEABED 2030, SEPR
Spesso abbiamo letto che conosciamo di più la topografia della Luna e di Marte che dei nostri Oceani. In effetti quando guardiamo il mare tutti tendiamo ad osservarne la superficie, le sue onde, e l’ambiente geologico che lo circonda. Coloro che si avventurano nei suoi primi 40 metri, si accorgono che al di sotto della sua superficie si entra in contatto con un mondo fantastico, profondamente misterioso che fa si che ogni immersione sia unica. Nei nostri articoli vi abbiamo raccontato la storia dell’oceanografia, dei primi tentativi di esplorare gli abissi spingendosi sempre più a fondo, è il caso di dirlo, utilizzando sistemi tecnologicamente più complessi. In questi ultimi decenni l’esplorazione umana è stata sostituita in gran parte da sistemi satellitari e robotici, che però forniscono un quadro approssimativo di ciò che accade nelle profondità. Approssimativo perché, necessariamente, si concentra su alcuni fattori specifici … regalando immagini limitate geograficamente dalle quali estrarre le informazioni oggetto della ricerca. Oggi è possibile investigare e mappare con i sonar ad alta definizione strutture geologiche ancora sconosciute, come i seamount, ed anche antichi relitti che possono farci comprendere meglio i misteri della storia. Tecnologie impiegate in tutto il mondo da numerosi gruppi di ricerche che operano in progetti multidisciplinari internazionali altamente specializzati. Tra di essi il progetto SEABED 2030 che sta costruendo una mappa dettagliata degli oceani per meglio comprendere la circolazione oceanica e i modelli climatici, ottimizzare la gestione delle risorse, prevedere fenomeni come gli tsunami e gli effetti del cambiamento climatico. Informazioni fondamentali che permetteranno di raggiungere gli obbiettivi delineati dal Decennio delle Nazioni Unite per la Scienza Oceanica per lo Sviluppo Sostenibile (2021-2030) e dall’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 14 dell’ONU ovvero ‘conservare e utilizzare in modo sostenibile oceani, mari e risorse marine per un scopo sostenibile. Uno sforzo globale, iniziato nel 2021 che, a giugno 2024, è stato in grado di mappare solo il 26,1% dei fondali marini oceanici impiegando delle tecnologie acustiche ad alta risoluzione. Ma la ricerca non si limita alla superficie dei fondali ma penetra verso le profondità del pianeta, attraversando i diversi strati di roccia, svelandoci i meccanismi dei movimenti delle placche terrestri che potrebbero aiutarci a rimodellare le teorie sulla formazione della Terra.
Cerchiamo di capire meglio. All’inizio del 2026, i ricercatori dell’Università del Maryland, Stati Uniti, utilizzando un particolare metodo di indagine sismologica, l’imaging sismico, impiegata per analizzare le strutture del mantello terrestre, hanno scoperto un antico fondale marino, precedentemente sconosciuto, che potrebbe essere sprofondato nelle profondità del nostro pianeta circa 250 milioni di anni fa, ovvero quando i dinosauri erano i padroni del pianeta.

Fig. 1. Topografia e tettonica della SEPR e degli oceani circostanti. Le posizioni delle calotte (croci grigie) sono scalate in base al numero di registrazioni in ogni stack. Le frecce bianche indicano il movimento assoluto della placca e le loro lunghezze riflettono le velocità della placca nel sistema di riferimento allineato all’espansione (72). Le spesse linee rosse nella mappa centrale indicano i confini delle placche (73). I contorni neri sottili e spessi indicano l’età del fondale marino a intervalli di 10 e 20 milioni di anni, rispettivamente (74). Il riquadro nero nella mappa ingrandita delinea la regione di studio su scala globale – da https://www.science.org/doi/10.1126/sciadv.ado1219
Questo antichissimo seafloor è stato scoperto nell’East Pacific Rise (SEPR), una nota porzione del fondo marino nell’Oceano Pacifico sudorientale dove due diverse sezioni della crosta del pianeta si incontrano, Il team, guidato dal ricercatore PhD in geologia Jingchuan Wang, ha utilizzato tecniche di imaging sismico per studiare in profondità il mantello terrestre, ovvero lo strato roccioso che si pone in maniera discontinua tra la crosta ed il nucleo terrestre, trovando un’area insolitamente spessa nella zona di transizione del mantello. Secondo i ricercatori si tratterebbe di una regione situata tra 410 e 660 chilometri sotto la superficie terrestre, che separa il mantello superiore e inferiore, che si espande e si contrae in base alla temperatura, e che si ipotizza possa generare una divisione insolita degli strati in una vasta regione del mantello inferiore terrestre. Secondo Wang potremmo immaginarlo come un’impronta digitale fossilizzata di un antico frammento di fondale marino sprofondato all’interno della Terra circa 250 milioni di anni fa.

Fig. 5. Evoluzione interpretata dell’anomalia SEPR. (A) L’inizio di una doppia subduzione divergente sotto la placca di Phoenix (ovest) e la parte occidentale del Gondwana (WG; est) durante il Triassico fu seguita da un’inversione subduzionale del suo ramo occidentale nel Cretaceo inferiore, accompagnata dal consumo del bacino oceanico. La placca Phoenix si è frantumata circa 120 milioni di anni fa, e la placca Farallon ha catturato alcuni frammenti e ha iniziato a subdurla sotto il Sud America (SAm) (33). La profonda lastra oceanica si imbatte sul Pacifico LLSVP, separandolo in due anomalie distinte. (B) Il modello prevede una zona di subduzione intraoceanica dove la placca di Phoenix è stata subdotta verso est sotto la placca di Farallon. Nel tardo Cretaceo, la lastra oceanica subdotta fu staccata dalla superficie, cosa che coincideva approssimativamente con l’inizio della subduzione di Nazca sul margine occidentale del Sud America. L’interazione tra la lastra di Phoenix e la LVSVP del Pacifico ha portato alla separazione dell’anomalia superswell e dell’anomalia del Pacifico orientale. Entrambe le ipotesi suggeriscono un sfilacciamento della lastra nel mantello inferiore. Le linee tratteggiate nere segnano le principali discontinuità del mantello (410, 660 e 1000 km) con la profondità. – da studio citato
Un processo attivo che notoriamente genera fenomeni naturali spesso catastrofici come terremoti e maremoti. Come abbiamo raccontato in altri articoli, si tratta del fenomeno di subduzione, ovvero di quel movimento che si genera quando una placca tettonica scivola sotto un’altra, riciclando il materiale superficiale nel mantello terrestre e provocando terremoti e spaccature che possono generare vulcani ma anche antiche cicatrici come le fosse marine abissali. Le mappature dettagliate delle strutture in profondità nel mantello hanno permesso quindi di scoprire che il materiale si muove nell’interno della Terra molto più lentamente di quanto si pensasse in precedenza. Secondo Wang lo spessore insolito dell’area suggerisce la presenza di materiale più freddo in quella parte della zona di transizione del mantello, ovvero che alcune lastre oceaniche si blocchino a metà discesa mentre affondano attraverso il mantello, a circa la metà della velocità che si aspettavano.
La nuova scoperta, pubblicata su Science, La subduzione intraoceanica mesozoica ha modellato il mantello inferiore sotto l’East Pacific Rise, apre nuove domande su come la Terra profonda influenzi ciò che vediamo sulla superficie su vaste distanze e scale temporali. Ci torneremo.
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