La nuova flotta di Trump di Andrea Cucco

Andrea Cucco

4 Febbraio 2026
tempo di lettura: 4 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: STATI UNITI
parole chiave: unità navali, USN
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L’annuncio della nuova Golden Fleet e della costruzione di una nuova classe di navi da battaglia da parte della U.S. Navy non può essere letto solo come un programma navale ma, prima di tutto, come un fatto politico-industriale. E come tale va analizzato senza indulgenze, perché il rischio non è tecnologico ma culturale e strategico.

pittorico della futura nave da battaglia USS Defiant (BBG-1), prima unità classe Trump – Fonte https://www.goldenfleet.navy.mil/ – Autore U.S. Navy – USS Defiant BBG-1 graphic 4.jpg – Wikimedia Commons

Al centro della questione non vi è la nave in sé, né la legittima ambizione statunitense di riaffermare la propria supremazia marittima. La critica va semmai rivolta allo smisurato ego del presidente, colto e valorizzato da un’industria che ha dimostrato di saper trasformare la simbologia personale in opportunità finanziaria. Il protagonista politico è – nuovamente – Donald Trump, figura che ha sempre attribuito un valore centrale ai nomi, ai numeri, alla dimensione iconica del potere. L’industria statunitense lo ha compreso perfettamente e Boeing, con il programma F-47, ha già dimostrato quanto possa essere redditizio allineare una piattaforma militare alla narrazione personale del “47° presidente”. Un’operazione che ha portato fondi, visibilità e consenso politico, prima ancora di produrre capacità operative. La domanda oggi è se lo stesso schema si stia riproducendo in ambito navale.

Grafica della Marina degli Stati Uniti della USS Defiant (BBG-1) di classe Trump, che descrive i sistemi futuri imbarcati e attualmente previsti in fase di progettazione, dicembre 2025 – Fonte: https://www.goldenfleet.navy.mil/ Autore: Marina degli Stati Uniti USS Defiant BBG-1 graphic 2.jpg – Wikimedia Commons

Potenza marittima o oggetto simbolico
La nuova unità annunciata dall’amministrazione Trump è concepita come grande nave di superficie da circa 30.000–40.000 tonnellate, con l’obiettivo di concentrare in un’unica piattaforma capacità multiple. La prima, USS Defiant (BBG-1), dovrebbe entrare in costruzione all’inizio degli anni Trenta, all’interno di un programma che ambisce a realizzare fino a 20–25 navi, assorbendo e superando i concetti previsti per il futuro cacciatorpediniere DDG(X).

Una grande unità di superficie, fortemente armata, con capacità di comando, difesa aerea stratificata, integrazione di missili a lungo raggio e funzioni di deterrenza può avere una sua utilità. Nessuno lo nega, ma la validità operativa dipende da una condizione essenziale: il concetto operativo deve precedere il nome non il contrario. La guerra navale del XXI secolo non premierà l’iconografia ma reti distribuite, resilienza, ridondanza, capacità di assorbire perdite, logistica robusta e produzione seriale. In questo contesto, il ritorno a grandi unità simboliche rischia di risultare anacronistico, se non sostenuto da una dottrina rigorosa e da un’integrazione reale con il resto della flotta. L’industria fa ciò che è razionale fare: intercetta il decisore politico, ne comprende le ossessioni, le traduce in programmi finanziabili. È accaduto nel dominio aereo, e certamente può accadere in quello navale.

Il rischio, però, è strategico:
•  risorse sottratte a settori critici come munizionamento, scorte, cantieristica seriale e logistica;
•  una flotta sbilanciata verso poche unità ad alta visibilità;
• una concezione della potenza militare sempre più personalistica e sempre meno sistemica.

La Golden Fleet statunitense viene presentata come rilancio industriale e operativo ma questo non vuol dire che possa diventare automaticamente una flotta migliore.

Precedenti storici
La storia militare offre numerosi precedenti di sistemi d’arma nati più per rappresentare il potere politico che per rispondere a una visione strategica coerente. La corazzata Bismarck, simbolo della potenza del Reich, fu neutralizzata dopo una sola missione, diventando un bersaglio prioritario proprio per il suo valore iconico.

la Yamato sotto attacco, visibilmente in difficoltà dopo essere stata colpita di un siluro – Fonte USN

Le gigantesche Yamato incarnarono l’illusione giapponese del duello navale decisivo, ma furono affondate dall’aviazione senza mai esprimere il ruolo per cui erano state concepite.

il Kirov in navigazione, 26 ottobre 1983 – Fonte: DN-ST-84-01652 / Archivio Nazionale n. NN33300514 30/06/2005 – Autore/Operatore di ripresa USN PH2 BEECH  BCGN Kirov 1983.JPG – Wikimedia Commons

In ambito sovietico, gli incrociatori classe Kirov rappresentarono strumenti di prestigio strategico più che asset realmente integrabili, rivelandosi in seguito costosi e difficili da sostenere nel lungo periodo. Anche l’Italia fascista seguì una logica simile: le corazzate classe Littorio furono tecnicamente valide ma concepite come emblemi di grandezza, prive però di un contesto operativo adeguato, mentre la portaerei Aquila arrivò troppo tardi, sacrificata per anni dalla retorica della “portaerei naturale”. In tutti questi casi, la ricerca di autocelebrazione produsse piattaforme imponenti ma concettualmente fragili, confermando che quando la politica precede la strategia, la tecnologia rischia di trasformarsi in monumento più che in strumento operativo.

La questione, quindi, non è se la U.S. Navy porterà a casa navi tecnicamente valide, pensate per i comandanti che dovranno usarle non per celebrare una presidenza. Se il criterio guida non sarà una effettiva efficacia in uno scenario di guerra ad alta intensità ma la capacità di rappresentare potenza, grandezza e continuità simbolica, allora il rischio è evidente: trasformare uno strumento dello Stato in un ennesimo e patetico specchio dell’ego.
Andrea Cucco
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Pubblicato originariamente su DIFESAONLINE La Golden Fleet e le navi dell’ego: quando la strategia rischia di diventare autocelebrazione – Difesa Online
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