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Leros, l’isola italiana: Viaggio in Dodecaneso e nelle sue memorie dimenticate

Reading Time: 7 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: REPORTAGE
PERIODO: XX-XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA

parole chiave: Dodecaneso, Lero, architettura
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Leros è una piccola isola nel mar Egeo, non lontano dalla Turchia. Nel 1912, in seguito alla guerra italo turca, l’isola fu costituita a «possedimento» italiano, una terra d’oltremare e base navale nel Dodecaneso della regia Marina italiana. Quest’isola, sebbene poco conosciuta, ha il privilegio di ospitare la cittadina di Portolago (in greco Πορτολαγο), oggi Lakki e diversi edifici decentrati, che furono realizzati secondo i canoni dell’architettura razionalista italiana.

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Noi italiani, studiosi di architettura o d’altro, semplici viaggiatori, diportisti itineranti veniamo riportati immediatamente al ventennio fascista, testimoniato prepotentemente dagli edifici e dalla struttura urbana sorti per esigenze di comando militare e per soddisfare le velleità coloniali durante il regime. Venendo dal mare l’impatto è unico ed emozionante e allo stesso tempo malinconico, come trovarsi in sospensione nel tempo. Una memoria dimenticata e spesso ignorata si distende alla fine di una delle più profonde insenature naturali del mediterraneo.

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Personalmente non ho ricordi simili e né memorie dell’incredibile visione dell’Architettura che si avverte avvicinandosi in barca alla città di Lakki. Ci si trova immersi e avvolti in una suggestiva e decadente parentesi metafisica, fuori dal tempo e dalla madrepatria.

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insenatura di Lakki

Nel panorama internazionale dell’Architettura delle “Terre d’Oltremare” il Dodecaneso rappresenta uno straordinario esempio di Architettura coloniale italiana, un incredibile dizionario linguistico e variegato che contiene Eclettismo, Neoclassicismo, Accademismo e Razionalismo  all’interno di una “mappa” culturale aderente ai grandi schieramenti ideologici della madrepatria. Un linguaggio architettonico noto ma confuso da declinazioni linguistiche, mimetismi folcloristici e personali e raffinate interpretazioni dell’Architettura locale.

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L’architettura italiana degli anni 20 e 30
Intorno alla seconda metà degli anni ’20 in Italia si affermano due tendenze architettoniche contrapposte, nate da una stessa matrice europeista del Movimento Moderno (International Style). Da un lato un Razionalismo radicale d’Avanguardia (Gruppo 7: Terragni, Libera, Rava, Figini, Pollini, Piccinato) in sintonia con le tendenze europee del funzionalismo e, dall’altro, un Monumentalismo accademico di stampo neoclassico di aderenza al regime ma “semplificato” (Marcello Piacentini), con una forte caratterizzazione scenografica d’identità nazionale e di gigantismo delle parti (particolari classici, colonnati, ritmici porticati, archi, rivestimenti marmorei e volume chiusi e bloccati in una simmetria statica).

Il dibattito e la polemica su questa nuove tendenze architettoniche si riflette nei territori coloniali con esiti architettonici differenti per aree geografiche. Nel Dodecaneso i semplici volumi geometrici della tradizione edilizia locale trovano una buona corrispondenza nei dettami della moderna architettura europea (razionalismo d’avanguardia), in una mediterraneità caratterizzata anche da contaminazioni eclettiche modernamente reinterpretate (architetto Florestano Di Fausto) in una commistione e coesistenza di stili, almeno fino al 1936 (anno della proclamazione ufficiale dell’”Impero” italiano) ed alla successiva e conseguente “romanizzazione“ dell’Architettura e delle colonie d’Oltremare, esplicitata attraverso una celebrazione della romanità imperiale.

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Il linguaggio del classicismo come espressione del dominio fascista rappresentò maggiormente il carattere autoritario del regime. Una classicità in senso atemporale, ideologica, come volontà di cercare un ordine, una misura, una modulazione per rendere le forme architettoniche chiaramente percepibili e coerenti tra loro, come parti di una stessa unità.

In questo scenario stilistico, a cavallo degli anni ’30, si inserisce l’esperienza urbanistica ed edilizia di Portolago (Lakki).

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Concepita , a mio giudizio, in aderenza ai canoni di un espressionismo “cubista – deco” e ad un razionalismo d’avanguardia privo di accademismi trionfanti, Portolago rappresenta un caso particolare ed unico di città di nuova fondazione specializzata e predisposta per la vita sociale e civile di una popolazione in crescita composta da militari e dalle rispettive famiglie. Il suo impianto progettuale aveva un carattere unitario sia nell’impostazione urbanistica che nella configurazione dei singoli edifici che risentivano fortemente della cultura architettonica razionalista dell’epoca.

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Ogni edificio era subordinato al disegno generale e alla forma degli isolati urbani e al di là delle tipologie (edifici pubblici rappresentativi, edilizia abitativa, edilizia militare), rientrava in una composizione urbana di bianchi volumi il cui rigore geometrico e cromatico veniva smussato ed ingentilito dall’uso frequente di linee e superfici curve proprie di un retaggio europeista del movimento moderno (art noveau, cubismo e neoplasticismo) anche attraverso la semplificazione di ogni componente emotiva ed estetizzante in una purificazione della forma da apparati decorativi superficiali.

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A Portolago si ritrovano tutti i canoni del razionalismo italiano, dall’essenzialismo della forma che deve seguire la funzione, al rigetto dell’ornamento ricco, all’adozione di grandi aperture orizzontali, all’uso del cemento armato e dell’acciaio nelle balaustre lineari.

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ex villino sottufficiali della regia marina militare italiana a Lakki

 

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ex case ufficiali regia marina militare italiana a Lakki

I progettisti rimasero legati ad un linguaggio essenziale e in qualche edificio c’è il ricordo alla tradizione locale, ma sono segni lievi, quasi impercettibili e non rimarcati come in diversi edifici a Rodi o Kos.

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In Italia il cosiddetto «neoclassicismo semplificato», simbolo degli «edifici-manifesto» realizzati, rappresentava l’architettura parlante della modernità italiana (vedi l’EUR a Roma). A Portolago invece gli edifici furono realizzati secondo i modelli di alcune città d’avanguardia di bonifica di nuova fondazione (vedi Sabaudia) secondo i modelli europei.

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Gli architetti razionalisti vollero realizzare un’architettura moderna ma anche italiana. Nel trovare una contestualizzazione, un’aderenza morfologica geografica ed urbanistica, abbandonarono molti eccessi di un estremismo d’avanguardia per ritrovare una ricucitura con la tradizione dell’area mediterranea rivisitata però alla luce dei principi del movimento moderno, in un’architettura contestuale attenta all’uso razionale dei materiali, al rapporto con l’ambiente e a soluzioni per il controllo climatico, sotto una logica comune di razionalità costruttiva e stilistica e ad una forte corrispondenza tra gli aspetti strutturali e funzionali. Quindi Classicismo, nella sua definizione metodologica, Mediterraneità geografica e culturale e Italianità nell’opera civilizzatrice che il regime fascista perseguiva dall’eredità imperiale come culto della romanità, furono I principi di una piattaforma ideologica sulla quale costruire l’identità nazionale della nuova architettura coloniale moderna.

Le matrici comuni degli architetti coloniali razionalisti si manifestarono, così come anche nell’intero Dodecaneso, attraverso realizzazioni, ora contaminate da influssi mediterranei e da tracce di labili orientalismi di confine e di memoria storica, ora con impronte di una monumentale romanità classicista di regime e ancora da altri incontaminati esempi di un razionalismo di nicchia di derivazione europea e purificati dal carattere imperialista.

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ex cinema teatro a Lakki

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Queste espressioni furono certamente influenzate nella loro adozione anche da diversi fattori concomitanti. Rilevante furono le diverse personalità e le figure dei vari Governatori dell’Egeo e il loro atteggiamento colonizzante e la loro aderenza al regime che influenzò, e spesso dettò, l’espressione architettonica delle diverse colonie. Dall’altra le economie e le finanze messe a disposizione dai ministeri romani per l’attuazione delle politiche di sviluppo influenzate da interessi e priorità strategico – militari e/o di rappresentanza per la madre patria.

Portolago ebbe un limitato appoggio economico da parte di Roma ma grazie al governatore Mario Lago (da cui il nome Portolago), alla sua insistenza per migliorare la qualità di vita della base navale di Leros e agli architetti italiani Armando Bernabiti e Rodolfo Petracco fu realizzato un impianto urbano ed edilizio unico nel suo genere.

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Credo sia possibile ritrovare, come componente non trascurabile, proprio nell’aspetto finanziario anche una risposta a questa semplificazione linguistica adottata e privata da quelle forti cariche estetizzanti e ” marmoree” del regime ma ricca di straordinari significati e simbolismi unici e rari. Il resto dell’isola, incredibilmente greca, ha mantenuto nelle piccole località sparse da nord a sud quel carattere tipico di mediterraneità che noi tutti riconosciamo e amiamo: i colori, le case-cubo bianche, stereometriche, arroccate a formare vicoli e scale, i profumi e tutta quella tradizione che racconta della Grecia e che ci si aspetta di trovare.

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Leros oggi è una realtà poco conosciuta, poco turistica e poco alla moda. Nonostante tutto è un’isola autonoma con una popolazione stabile durante tutto l’anno. Ha scuole, un ospedale grande (costruito durante l’occupazione italiana con tutte le caratteristiche di una moderna ed efficientissima struttura dell’epoca), un’aeroporto con voli diretti da e verso Atene, una grande marina privata moderna con tutti i servizi necessari, un cimitero, strade larghe e facilmente carrabili di collegamento da nord a sud e da est a ovest (costruite dagli italiani), alberghi, supermercati e negozi di tutti generi, insomma tutto ciò che serve per poter vivere sia una vacanza che una vita intera.

Sacha Giannini

 

Fonti fotografiche
Vassilis Kolonas in his book “Italian Architecture in the Dodecanese Islands (1912-1943)
Archivio storico del Dodecaneso
Architetto Sacha Giannini

 

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