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Il puntamento e il tiro navale nel XVIII-XIX secolo

tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVIII – XIX SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Francia, Gran Bretagna

Il puntamento, ossia l’atto di mirare correttamente a un bersaglio nemico, o addirittura a una parte di esso, era il punto focale di ogni combattimento; a parità di navi e cannoni, infatti, la differenza consisteva nell’abilità degli artiglieri e nel loro addestramento.

Come già detto, un cannoniere imbarcato doveva necessariamente essere più preparato e istruito di uno di terra; per la sola balistica delle armi si doveva contare una miriade di variabili diverse, dalla traiettoria del proietto, alla linea di proiezione, all’angolo di elevazione ecc. Inoltre in mare le ulteriori variazioni di questi parametri dovuti ad onde grosse, rollio e beccheggio della nave e mobilità del bersaglio rendevano di fatto impossibile un tiro accurato alle grandi distanze. Si spiega così la tendenza dei vascelli a schierarsi in linea di battaglia, e di avvicinare il più possibile il naviglio avversario per un combattimento ravvicinato, in modo che “le nostre navi possano, di norma, avvicinarsi tanto al nemico da non sbagliare mai un colpo” (Nelson, 1801).

Veniamo ora all’analisi tecnica: il puntamento di un pezzo richiede due movimenti angolari diversi, uno in orizzontale (detto in direzione o brandeggio), l’altro in verticale (detto in elevazione o alzo). Nei più comuni affusti navali rigidi a rotelle, il brandeggio era eseguito tramite il cosiddetto vetto di punteria (ossia un apposito paranco utilizzato per spostare e collimare il pezzo), sollevando e poi spostando la parte posteriore dell’arma. Più semplice era invece il puntamento in elevazione, dovendosi “solamente” sollevare la culatta e muovere avanti e indietro il cuneo di mira graduato. Maggiormente complicato era invece il calcolo dell’angolo di elevazione, effettuato tramite il cuneo di mira, confrontato con la relativa tabella balistica, di cui sotto:

Una variabile imprescindibile nel calcolo del colpo era il punto in bianco, ossia il momento esatto nel quale il proiettile, sotto la forza della gravità e dell’attrito con l’aria, smetteva di percorrere una traiettoria in ascendente o rettilinea e iniziava la sua caduta. Appare quindi ovvio che, tranne nei casi di alzo zero nei quali non è necessario modificare l’elevazione del pezzo, sia essenziale alzare la volata della canna per colpire un bersaglio situato al di là del punto in bianco. Dal momento che di ogni cannone, con relativa carica di lancio, era nota la portata effettiva con un dato proietto, era innanzitutto necessario valutare la distanza dal bersaglio; per molti decenni i capopezzo (gli addetti al puntamento e alla supervisione dell’arma) avevano giudicato tale distanza a occhio, con riferimento all’alberatura della nave nemica, facilitati in questo dalla simile altezza di quest’ultima per le varie classi di vascelli di tutte le nazioni.

Valutazione trigonometrica delle distanze e relativo alzo. Tiro al parasartie maestro (A), alle crocette (B e B’), alla testa dell’asta di fiocco (C) [Giovanni Santi Mazzini, pag. 236]

Il tiro poteva essere di tre tipi diversi; al cannoniere si poteva infatti ordinare di:
1) Mirare all’alberata e alle manovre fisse e correnti (tiro a disalberare), magari con colpo
caricato a palle incatenate
2) Mirare al corpo della nave, con il compito di ferire e uccidere l’equipaggio nemico, utile in
vista di un abbordaggio o per ridurre gli uomini disponibili alle vele o ai pezzi nemici
3) Mirare alla linea di galleggiamento avversaria, nella speranza di causare falle nello scafo
nemico che avrebbero potuto portare all’affondamento.

Era abbastanza raro in combattimento che un vascello venisse così pesantemente colpito da affondare per il solo effetto dei proiettili; pensiamo appunto all’impatto di colpi pieni e non esplosivi (come invece avviene oggi) su massicci scafi di legno. Scopo principale dello scontro era infatti quello di disabilitare il vascello avversario o costringerlo alla resa, in modo da poterlo poi catturare e reimpiegare nella propria marina, se possibile. Gli affondamenti avvenivano quindi in circostanze particolari: la nave, danneggiata dal combattimento, poteva ribaltarsi su un fianco a causa delle condizioni atmosferiche avverse, oppure poteva innescarsi un incendio a bordo che, raggiungendo la Santabarbara e il deposito delle polveri, provocava una devastante esplosione (pensiamo alla fine dell’Orient nella battaglia di Aboukir).

l’esplosione dell’Orient durante la battaglia navale di Aboukir – Il dipinto originale è esposto presso la Greenwich Hospital Collection (BHC0509), National Maritime Museum. Il dipinto è stato pubblicato già nel 1882 in: Archer, Thomas (1882) “The Battle of the Nile” in Pictures and Royal Portraits Illustrative of English and Scottish History, vol. 2, Londra: Blackie & Son, pp. tra pp. 100 e 101 – Autore: George Arnald (1766–1841) https://commons.wikimedia.org/wiki/Aboukir.jpg

Torniamo alla balistica: nel combattimento ravvicinato, come già accennato, non vi è bisogno di determinare la distanza, e conseguentemente l’alzo dell’arma; lo scontro sarà deciso dalla maggior precisione e velocità di fuoco delle squadre meglio addestrate. Vi potevano essere però condizioni di difficoltà anche in questo tipo di tiro, quando per esempio il fumo avvolgeva gli scafi e le murate, e non era possibile stabilire empiricamente l’alzo zero dell’arma; in queste situazioni si richiedevano quindi semplici strumenti per poter puntare e sparare correttamente in posizione orizzontale.

Inclinometro a pendolo [Giovanni Santi Mazzini, pag. 236]

Uno di questi strumenti si rivelò essere l’inclinometro ideato dal capitano di vascello Sir Philip Brooke sull’HMS Shannon, e usato con ottimi risultati contro la fregata americana USS Chesapeake nel 1813. Un altro era invece il pendolo, largamente impiegato nella Marina francese.

 

Fine VI parte – continua
Davide Villa

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