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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVIII SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Francia, Gran Bretagna
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In un combattimento navale la maggior parte degli uomini erano impegnati a servire i cannoni; quando la distanza si accorciava abbastanza, una parte dei “ marines” si portava sulle coffe per bersagliare il ponte e l’alberatura del vascello nemico giunto a tiro. In questa prima fase, l’unica arma utile era il moschetto ad avancarica in dotazione ai fanti di marina, lo Short Sea Service Musket da 0,75 pollici di calibro ad anima liscia, lungo solo 53,5 pollici (136 cm) e assai più maneggevole dell’arma omologa utilizzata dall’esercito il Land Pattern Musket; l’arma in uso a bordo era efficace fino ad un centinaio di iarde ed era dotata di baionetta per il corpo a corpo.

Short Sea Service Musket

il Land Pattern Musket, meglio noto come “Brown Bess”, usato dall’esercito era infatti dello stesso calibro dello Short Sea Service Musket, ma lungo 159 cm nella versione lunga, e 149 cm in quella corta, sempre comprendendo il calcio
Quando la distanza si accorciava, e le navi si trovavano praticamente a contatto, si potevano utilizzare granate a mano (da non confondersi con le granate esplosive da cannone, molto più rare), ma le reti tese a protezione del ponte di coperta ne limitavano molto la pericolosità.

Granata a miccia
Abbastanza spesso un’azione ravvicinata terminava con l’abbordaggio. In questo caso s i formavano una o più squadre d’assalto guidate personalmente dal capitano, dall’ufficiale dei “marines” o da un tenente che, all’ordine “Borders out!”, scavalcavano le murate e tentavano di prendere il controllo della nave nemica, se possibile puntando subito al cassero, dove si trovavano il comandante, la bandiera e la ruota del timone. Gli ufficiali utilizzavano la sciabola d’ordinanza con lama ricurva da 30 pollici, mentre i guardiamarina e i “giovani gentiluomini” (nome dato ai ragazzi dai 5 ai 17 anni imbarcati come allievi ufficiali e posti sotto l’istruzione del comandante stesso) erano dotati di un pugnale detto “Dirk” con una lama dritta a sezione romboidale da 18 pollici (riesce davvero difficile immaginare come dei ragazzini di tredici o quattordici anni potessero affondare una lama di oltre quaranta centimetri nel corpo di un uomo durante una mischia furibonda; ma a quanto pare lo facevano, e nessuno trovava la cosa particolarmente strana, o moralmente riprovevole).

diversi tipi di dirk (spadini) ad uso navale
I marinai invece avevano maggior libertà nella scelta delle armi personali, pistole, sciabole da abbordaggio (più larghe e pesanti delle sciabole ordinarie), picche, accette, tomahawk, mentre i fanti di marina solitamente utilizzavano i propri moschetti con le baionette inastate.

sciabola navale inglese

Ascia da arrembaggio con lama in acciaio forgiato su manico in legno. Pur essendo efficace nel combattimento corpo a corpo, era più efficace come strumento per liberare i ponti da cime e travi rotte ed era preziosa per rimuovere i proiettili incandescenti che causavano incendi devastanti a bordo delle navi. Il gancio dell’ascia veniva utilizzato per liberarsi dei detriti incandescenti sui ponti – National Museum of American History https://commons.wikimedia.org/wiki/Boarding_Axe.jpg

sciabola “cutlass”, ad uso dell’equipaggio
Esisteva poi un tipo di fucile particolarmente apprezzato in ambito navale per la sua capacità distruttrice a corta distanza: il cosiddetto trombone. Era un’arma molto massiccia e corta, in uso già dal XVII secolo, ad anima lisca e di calibro solitamente maggiore rispetto ai suoi corrispettivi classici; deriva il suo nome (che designa solo la tipologia dell’arma, e non un particolare modello) dalla forma sfasata e allargata della volata, che le permetteva di sparare diversi tipi di proiettili con una rosa molto ampia, divenendo utilissimo contro gruppi compatti di nemici o negli ambienti chiusi (come sottocoperta) del vascello nemico. La caratteristica unica del fucile (grazie alla sua ampia canna ad anima liscia) era inoltre la sua capacità di venire caricato praticamente con qualsiasi tipo di proiettile, anche improvvisato: chiodi, pezzi di legno e di vetro, detriti metallici e quant’altro, oltre alle classiche munizioni piene.
Leggendo i resoconti degli abbordaggi e delle mischie che ne seguivano, si ha l’impressione che gli ufficiali dei fanti di marina tendessero a mantenere, almeno in un primo momento, i propri uomini compatti, per sfruttare la potenza di fuoco di una scarica di fucileria, seguita dall’assalto alla baionetta (sull’esempio di quanto accadeva sui campi di battaglia terrestri) anche se questo poteva avvenire solo in una zona del ponte dove ancora non era stato ingaggiato il corpo a corpo e quindi si poteva aprire il fuoco senza correre il rischio di abbattere i marinai della propria nave – di fatto indistinguibili dai nemici dal momento che non esistevano ancora (tranne che per gli ufficiali e i fanti di marina) delle uniformi vere e proprie. In ogni caso la lotta si trasformava dopo pochi istanti in una mischia confusa, combattuta con furia in spazi ridottissimi, dove, più del numero degli uomini effettivamente impegnati, contavano la loro esperienza e determinazione. Proprio in base a questo si spiegano le vittorie di equipaggi numericamente inferiori in azioni di abbordaggio con vascelli di classe maggiore.
Terminiamo con una curiosità: generalmente, l’azione dell’arrendersi era indicata dalla consegna simbolica della spada del capitano al comandante della nave avversaria al termine di un’azione di abbordaggio, azione eseguita dal capitano stesso o, se morto o gravemente ferito, dal suo secondo o da un ufficiale superiore.

Di norma, colui che risultava vittorioso e accettava l’offerta del “collega” che si arrendeva, molto nobilmente poteva rifiutare la consegna della spada da parte del comandante vinto, segno questo di stima nei confronti dell’avversario, che, nonostante la sconfitta, si era battuto valorosamente o al limite delle proprie possibilità.
Fine VIII parte – continua
Davide Villa
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