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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVIII SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Francia, Gran Bretagna
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Già dalla metà del XVIII secolo, si impiegavano diversi tipi di proiettili nel combattimento navale, con scopi differenti:
– Il colpo pieno (roundshot), usato alle distanze maggiori, veniva spesso sostituito con il colpo doppio (doubleshot) per il combattimento ravvicinato. Era la dotazione standard delle navi, dai semplici brigantini ai possenti vascelli di linea. La sua efficacia era visibile soprattutto contro le murate delle imbarcazioni nemiche, mentre era limitata contro vele, sartiame ed equipaggio avversario, tranne in caso di colpo diretto. In un arsenale navale, i colpi pieni rappresentavano dal 70 al 90 per cento della riserva di munizioni complessiva.

– Le palle incatenate (chainshot) non erano una semplice particolarità come ci viene spesso rappresentato nei film di pirati o di bucanieri, ma facevano parte, anche se in misura limitata, dell’arsenale di munizioni delle navi, specialmente le più grandi. Erano caricate nella canna dei cannoni in previsione di un arrembaggio, o per bloccare le manovre di imbarcazioni nemiche; il loro scopo era infatti quello di danneggiare vele, sartiame, alberatura e manovre fisse.

Vi erano infine i cartocci caricati a mitraglia (grapeshot), usati specialmente nelle artiglierie dei ponti superiori e con le carronate; erano essenzialmente pallettoni di piombo inseriti in un involucro di canapa o di metallo leggero che, al momento della detonazione, si frammentava, lasciando partire i micidiali colpi contenuti. Il loro scopo era quello di colpire l’equipaggi o avversario, facendo strage sui ponti sovraffollati. Avevano praticità sia offensiva che difensiva, potendo essere impiegati per favorire un abbordaggio, “ripulendo” i ponti dell’avversaria prima dell’assalto, oppure per impedirlo, uccidendo buona parte degli aggressori ammassati sulle sartie e sull’impavesata nemiche. Avevano però efficacia solo a corta distanza.

Esistevano poi dei prototipi di proiettili, ossia le granate da cannone, che però per la loro pericolosità erano (a ragione) ampiamente evitate dai comandanti di navi, ed erano perlopiù casi unici nelle marinerie dell’epoca; nonostante la loro nocività per gli utilizzatori, se andavano a segno provocavano ingenti danni (si pensi all’effetto di granate esplosive e incendiarie su navi di legno). Proprio in questo però stava la loro scarsa diffusione sulle imbarcazioni del periodo: scintille accidentali o semplici urti rischiavano infatti di accenderle a bordo del vascello ospitante, spesso causando vasti incendi e reazioni esplosive a catena (il fuoco a bordo era uno dei maggiori pericoli allora come oggi). Il problema fu risolto ampiamente solo a metà XIX secolo, con la loro custodia in apposite casse e con sistemi di accensione più sicuri.

Le granate da cannone non vanno però confuse con le granate portatili a miccia corta, ampiamente diffuse prima e durante le guerre napoleoniche sui mari.

Fine VII parte – continua
Davide Villa
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