La collina dei coccioli di Taranto

Vincenzo Popio

3 Aprile 2026
tempo di lettura: 7 minuti

 

ARGOMENTO: STORIA 
PERIODO: IV-III SECOLO a.C.
AREA: TARANTO
parole chiave: Murici, porpora, Fenici, Romani, Bizantini

.

Prima dell’avvento della cocciniglia e dell’anilina, il colore porpora veniva ricavato dal murice, un mollusco marino che tutti conoscete. La specie Bolinus brandaris (Murex brandaris), comune nell’intero Mediterraneo, dal colore bruno chiaro piuttosto uniforme, si caratterizza per le dimensioni ed il suo lungo canale sifonale. La struttura è a spirale e, lungo i giri di crescita ad intervalli regolari, si rilevano due spine, una alla spalla ed una più in basso. Inoltre, si nota un altro giro di spine, generalmente meno vistose, verso la metà del canale sifonale. La superficie esterna è percorsa da numerosi cordoncini spirali irregolari. La porpora era in età imperiale il colore per eccellenza. Per riuscire a tingere anche solo una veste o una tunica occorrevano migliaia di esemplari e settimane di lavoro. Per questo motivo era preziosissima e solo in pochi potevano esibire in pubblico questo colore. Il fiume Galeso, situato a nord di Taranto, con la foce nel Mar Piccolo, è storicamente legato alla pastorizia e alla produzione di lane pregiate fin dall’epoca romana e greco-spartana. Quinto Orazio Flacco raccontava: “E se il destino avverso mi terrà lontano allora cercherò le dolci acque del Galeso caro alle pecore avvolte nelle pelli, e gli ubertosi campi che un dì furono di Falanto lo Spartano”.


Pascolo lungo il Galeso – acquerello di Vincenzo Popio

Virgilio stesso racconta che le lane della città di Taranto erano talmente pregiate che i pastori mettevano cappotti di pelle alle pecore per preservare il mantello di lana. Le lane, colorate con la porpora, venivano usate dai ricchi cittadini tarantini ed anche inviate a Roma, dove rappresentavano un segno di distinzione sociale. La porpora era in età imperiale il colore per eccellenza. Per riuscire a tingere anche solo una veste o una tunica occorrevano migliaia di esemplari e settimane di lavoro. Per questo motivo era preziosissima e solo in pochi potevano esibire in pubblico questo colore. La loro colorazione con la porpora era quindi un valore aggiunto e l’estrazione della tintura naturale veniva attuata attraverso un procedimento che ci è giunto fino ai nostri giorni; in pratica si individuava una particolare ghiandola e la si “spremeva” per ricavarne una goccia di liquido vischioso che veniva poi fatto macerare in una grande vasca di stagno che conteneva acqua salata e che veniva riscaldata per dieci giorni, cuocendo il tutto a fuoco lento. 


Diversi tipi di porpora – Fonte Mostra del Museo di Storia Naturale di Vienna, 2018 – Fotografia: U.Name.Me Purple Purpur (retouched).jpg – Wikimedia Commons

Curiosità
In antichità si citavano due tipi di porpora, chiamate rispettivamente porpora di Tiro e porpora di Cassio. Quella di Tiro è un colorante a base di cloruro aurico e cloruro stannoso. Il primo cloruro si ottiene da cloro e oro e il secondo da cloro e da stagno. Quella di Cassio si produceva nell’antichità spremendo le ghiandole del Murex brandaris. Oggi si ottiene con una serie di lavorazioni dal bromo, un elemento chimico che a sua volta si ricava dal sale o dall’acqua di mare, ed è molto adatto per produrre coloranti.

 

Mar Piccolo visto dalla villa Peripato. “Taranto com’era” – ai tempi della Magna Grecia qui vi erano le fabbriche della porpora

Ciononostante ne valeva sicuramente la pena. La porpora era infatti un prodotto costoso, si dice scoperto dai Fenici che furono i primi a ricavarla dai murici con una particolare tecnica, mantenuta gelosamente segreta. Nel tempo la diminuzione del numero di murici, assieme alla necessità di acquisire sempre più molluschi, fece sì che i Fenici iniziassero a fondare oltremare delle colonie che potessero garantire una simile produzione. Alla luce di questo non trascurabile problema, i Romani pensarono in seguito di sviluppare delle proprie tecniche per l’allevamento artificiale del murice e di altri molluschi in conche scavate nella roccia. 

Mosaico della Basilica di San Vitale a Ravenna, VI secolo – nel Mosaico si nota l’imperatrice Teodora che indossa una tunica porpora, un colore destinato ai regnanti ed alle massime autorità che, pur vestendo tuniche preziose hanno colori diversi –  Fonte https://web.archive.org/web/20161021052700/http://www.panoramio.com/photo/53560586 – Autore Carlo Pelagalli –Basilica di San Vitale, mosaico di Teodora con la sua corte di dame – panoramio.jpg – Wikimedia Commons

Nell’antica Roma la toga di porpora imperiale era simbolo assoluto di potere e prestigio, un privilegio regolamentato e vietato ai semplici cittadini. Plinio racconta che una preziosa toga imperiale richiedeva ben venti grammi di porpora, una quantità che si ricavava da circa quattromila conchiglie.  Nella prima età imperiale romana, anche per i suoi altissimi prezzi, era un stoffa riservata solo agli imperatori ed alle alte cariche religiose, militari e di governo: una balza di porpora (clavus) sovrapposta alla tunica indicava l’appartenenza: se stretta (angusticlavium) all’ordo equester, se larga (laticlavium) all’ordo senatorius. Anche i magistrati, come distinzione del loro ufficio, portavano una striscia di porpora sulla toga. Oltre che nella tintura delle stoffe, la porpora era utilizzata anche nella pittura e nell’arte libraria; non ultimo, nell’antichità classica, il residuo del colorante rimasto nelle caldaie era spesso utilizzato come colore per la pittura e per tingere le pergamene dei codici, opportunamente fissato su farina fossile.

Il monte dei Coccioli di Taranto

Nell’antichità, come testimonia Plinio il Vecchio, solo i più alti rappresentanti delle caste aristocratiche e sacerdotali portavano abiti con la porpora. Di fatto Taranto, fu una formidabile produttrice di porpora come riportato su un’annotazione di Johann Hermann Von Riedesel, barone di Eisenbach che nel 1726, nel corso di un gran tour, visitò la città dei due mari. Di quell’esperienza il barone tedesco lasciò traccia in una lunga lettera indirizzata a Johann Joachim Winckelmann bibliotecario, storico dell’arte e archeologo tedesco, e suo grande amico. Tra le molte cose raccontate, e dopo una serie di belle considerazioni sul clima dolce, l’onestà, l’ospitalità della gente e la bellezza delle donne, il viaggiatore osservava che sulle spiagge del Mare Piccolo, che era l’antico porto della città, si trovavano grandi depositi di gusci di murici che gli operai delle tintorie gettavano dopo aver estratto il mollusco. Queste colline artificiali aumentarono negli anni tanto da formare un zona chiamata “monte dei coccioli”, formato dai gusci scaricati dalle officine vicine agli “orti degli Alcantarini”, cioè proprio nella zona del convento dei Frati Minori e della chiesa di San Pasquale Baylon, nella zona dell’attuale Museo Archeologico di Taranto. Questa collinetta artificiale si troverebbe quindi nell’area oggi occupata dalla Villa Peripato (i bellissimi giardini pubblici tarantini), situati accanto al circolo Ufficiali della Marina Militare.

Così si legge in una guida di Taranto del 1901: “Villa Peripato, venne realizzata sul cosiddetto Monte Testaceo, consistente nella massima parte di avanzi di bivalvi e di murici. Nella zona bassa c’erano le tintorie e in quella alta venivano accumulati gli scarti della produzione, i gusci dei Coccioli”. Di fatto nel corso degli anni, durante lavori e scavi effettuati nell’Arsenale Militare, sono venuti alla luce i resti delle tintorie e moltissimi gusci di murici. Le officine della porpora sorgevano quindi lungo la spiaggia orientale del Mar Piccolo, lontano dal centro abitato che si trovava nell’isola, l’attuale città vecchia.

Le officine della porpora erano situate lungo la spiaggia orientale del Mar Piccolo; nell’illustrazione di Filippo Girardi, è riportato il classico schema con la presenza delle sorgenti (sparse per tutta la città)

Nella Taranto antica, l’industria della porpora ebbe un grande sviluppo per due motivi principali: l’enorme quantità delle specie che vivono nella città dei due mari e il lusso smodato dei Tarantini. Possiamo ipotizzare che erano necessari circa 300 murici per ottenere un solo grammo di porpora, ricavato da un liquido giallastro, estratto dalle ghiandole del murice, che diventava violaceo sotto il sole. si otteneva un composto, inizialmente incolore, che, per una reazione fotochimica diventava color porpora non appena veniva lasciato all’aria e alla luce del sole. L’esposizione del liquido alla luce, assieme all’uso prolungato del calore, provocava un odore talmente nauseabondo di ammoniaca da rendere irrespirabile l’aria nei dintorni, anche a grande distanza per cui la maggior parte delle officine per la produzione, con questi accumuli di conchiglie in putrefazione, si trovavano fuori dalle città e sottovento rispetto alle zone residenziali. Ovviamente quando c’era un cambio di direzione del vento l’odore doveva essere però insopportabile.

mh sgr (in caratteri fenici). Delfino a destra, su due linee d’acqua; nel campo inferiore, un murice Moneta 1 4 di siclo – Tyro (Phénicie).jpg – Wikimedia Commons

Taranto era già famosa per la sua lana di pregio e la sua posizione strategica nel Mediterraneo. Inoltre, la fama di Taranto nella lavorazione dei materiali di lusso era conosciuta in tutto il mondo romano. I Tarantini acquisirono la capacità di produrre la porpora, spesso chiamata anche “porpora di Tiro”, proprio dai Fenici che colonizzarono la città facendola diventare un famoso polo industriale, punto di riferimento per i beni di lusso nel mondo greco-romano, tra i quali i suoi tessuti, famosi per la loro morbidezza e qualità. In realtà, le attività artigianali erano pilastri dell’economia tarantina già nel IV-III secolo a.C., e la porpora, “purpura rubra Tarentina”, seconda solo a Tiro, fu uno dei simboli più potenti dell’opulenza, del prestigio e della ricchezza della Tarentum nel Mediterraneo. La produzione della tintura continuò nell’impero romano d’Oriente fino a quando gli imperatori bizantini non ebbero più le risorse economiche per portare avanti una simile dispendiosa attività. Mala porpora continuò anche a essere il simbolo della regalità per molti secoli sia in Oriente sia in Occidente.
Vincenzo Popio
.
in anteprima Murex – autore Judy Gallagher, 2017  Murex shell and shadows (39032600172).jpg – Wikimedia Commons

.

PAGINA PRINCIPALE - HOME PAGE
.

Alcune delle immagini possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

 

(Visited 121 times, 1 visits today)
Share

Lascia un commento

Share
Traduci l'articolo nella tua lingua