L’attrezzatura e i sistemi di accensione dei cannoni navali del XVIII- XIX secolo

Davide Villa

31 Ottobre 2025
tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVIII SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Francia, Gran Bretagna
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La messa in opera di ogni pezzo (svuotamento della culatta, caricamento, messa in batteria e fuoco) richiedeva una mole di strumenti non indifferente, ognuno con un suo preciso ruolo e funzione. A scopo puramente descrittivo, li elenco uno ad uno: un cuscinetto, il cuneo di mira graduato, due manovelle, un piede di porco, un corno da polvere, un cavastracci, uno scovolo, un calcatoio (questi ultimi due spesso sulla medesima asta), un alzo di mira, una massa di mira, due calzatoie, un porta cannelli, uno sfondatolo, un succhiello, un trapano, un ditale, un copri focone, un tappo, due cartoccieri, un serba miccia, una tinozza da combattimento, una redazza, un bugliolo, un fanale da combattimento posto sulla murata, un buttafuoco e degli stoppacci.

Affusti navali inglesi e francesi [Giovanni Santi Mazzini, pag. 225]

Senza avere la necessità di spiegarne la funzione singolarmente, ricordiamo solo che intorno al 1850 la maggior parte di tali strumenti scomparì, sostituiti da mezzi idraulici.
Tipici restarono però per esempio il tappo del cannone, o la baia di combattimento con relativa redazza, con il compito di contenere acqua di mare e aceto necessari a bagnare ciascun cannone in combattimento quando questi si surriscaldavano, o per spegnere eventuali residui accesi o infiammabili che inevitabilmente cadevano sul ponte. Ogni pezzo aveva poi a disposizione delle rastrelliere contenenti delle piccole riserve di proiettili;  tali rastrelliere potevano essere sia a parete, sia a cassonetto; la maggior parte delle cariche di lancio era invece contenuta nella Santabarbara, e durante il combattimento un mozzo provvedeva a rifornire gli uomini ai pezzi in modo continuo; le cariche di lancio singole, per evitare il danneggiamento dell’involucro o della polvere all’interno, venivano consegnate in appositi cartoccieri di legno.

Un ruolo fondamentale era ricoperto da un trio di strumenti montati su aste: il cavastracci, la cucchiaia e lo scovolo-calcatoio. Il cavastracci serviva per ripulire la canna del cannone dopo l’atto di sparo, operazione fondamentale per il caricamento successivo e la sicurezza della squadra addetta al pezzo. La cucchiaia veniva utilizzata per estrarre dalla canna la palla caricata e la carica di lancio, nel caso di inceppamento dell’arma o cambio di munizione. Infine, lo scovolo-calcatoio: esso era composto da due estremità, lo scovolo appunto, che serviva per ripulire e raffreddare dall’interno la canna dopo ogni sparo, tramite una spugna imbevuta di acqua di mare e aceto, e il calcatoio, che al contrario permetteva al cannoniere di pressare bene sia la palla che la carica di lancio, affinché il contatto con la culatta fosse il maggiore possibile. Data la notevole lunghezza dell’asta, lo scovolo-calcatoio doveva essere utilizzato dal servente sporgendosi dalla murata della nave, in un’operazione poco agevole; ecco che già dal XVIII secolo gli inglesi idearono uno scovolo-calcatoio con manico di corda, flessibile ma sufficientemente rigido da permetterne l’utilizzo. Tuttavia tale mezzo rimase raro nella flotta, e lo scovolo-calcatoio classico sopravvisse senza particolari modifiche fino a metà XIX secolo inoltrato.

La cucchiaia veniva utilizzata per estrarre dalla canna la palla caricata e la carica di lancio, nel caso di inceppamento dell’arma o cambio di munizione. Infine, lo scovolo-calcatoio: esso era composto da due estremità, lo scovolo appunto, che serviva per ripulire e raffreddare dall’interno la canna dopo ogni sparo, tramite una spugna imbevuta di acqua di mare e aceto, e il calcatoio, che al contrario permetteva al cannoniere di pressare bene sia la palla che la carica di lancio, affinché il contatto con la culatta fosse il maggiore possibile. Data la notevole lunghezza dell’asta, lo scovolo-calcatoio doveva essere utilizzato dal servente sporgendosi dalla murata della nave, in un’operazione poco agevole; ecco che già dal XVIII secolo gli inglesi idearono uno scovolo-calcatoio con manico di corda, flessibile ma sufficientemente rigido da permetterne l’utilizzo. Tuttavia tale mezzo rimase raro nella flotta, e lo scovolo-calcatoio classico sopravvisse senza particolari modifiche fino a metà XIX secolo inoltrato.

Visti tali strumenti, occupiamoci ora dei metodi di accensione della polvere. Ricordiamo che il focone è quel canaletto che collega la parte superiore del cannone al fondo dell’anima; gli inglesi lo chiamavano touch hole, dal momento che, all’atto dell’accensione, lo si tocca con la miccia. Tale metodo, utilizzato fino alla fine del XVIII secolo, presentava però un alto tasso di errore, data la possibilità che la miccia fosse bagnata o la carica di lancio mal sistemata all’interno. Nel 1779 il capitano di vascello Sir Charles Douglas dell’HMS Duke fu il primo ad applicare ai suoi pezzi il metodo che sarebbe divenuto comune dal secolo nuovo, ossia l’accensione ad acciarino.

Douglas ottenne il riluttante permesso dell’Ammiragliato britannico a montare sui suoi cannoni acciarini a pietra focaia, il tutto di tasca propria (25 sterline), anche se la spesa si rivelò ben utile nello scontro contro l’ammiraglio francese De Grasse nel 1782. Il sistema in questione non era molto dissimile dai suoi corrispettivi terrestri in uso su moschetti e pistole già dal 1640; un cordino, opportunamente collegato con la molla dell’acciarino, quando tirato dal cannoniere faceva scattare in avanti la pietra focaia, la quale colpiva la cosiddetta martellina posta di fronte al focone, provocando scintille che facevano incendiare la polvere che collegava il touch hole con la carica di lancio. Il tutto innescava la polvere della carica e la partenza del colpo. L’innovazione fruttò risultati molto soddisfacenti, tanto che nel 1790 la Royal Navy adottò ufficialmente l’acciarino a martellina, mentre la riluttante Marina francese lo fece solo nel 1803.

Fine V parte – continua
Davide Villa
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in anteprima un cannone francese in batteria; nell’immagine si possono notare molti degli strumenti utilizzati [Giovanni Santi Mazzini, pag. 228]

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