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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Come il consumo di krill delle balene può aiutare la sopravvivenza degli oceani

Reading Time: 6 minutes

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livello medio

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ARGOMENTO: ECOLOGIA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANI

parole chiave: Balene
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Un nuovo studio, pubblicato sulla rivista Nature, ha rilevato che misticeti, come le balene azzurre e le megattere, mangiano in media tre volte più cibo ogni anno rispetto a quanto stimato in precedenza dagli scienziati. Avendo sottovalutato quanto mangiano queste balene, gli scienziati potrebbero anche aver sottovalutato la loro importanza per la salute e la produttività degli oceani.

Un problema aggravatosi nel XX secolo
La riduzione del numero di esemplari di balene si aggravò nel XX secolo a causa della caccia indiscriminata effettuata negli oceani di tutto il mondo. Le baleniere incominciarono a dotarsi di armi micidiali sostituendo gli arpioni a mano con quelli  a punta esplosiva che venivano sparati da cannoni. Le navi baleniere cacciavano in maniera industriale appoggiandosi a navi officina che potevano lavorare le carcasse direttamente in mare, macellando  questi giganti del mare per il loro olio, che veniva usato per accendere lampade, lubrificare auto e produrre margarina. In soli sei decenni, all’incirca la durata della vita di una balenottera azzurra, gli esseri umani hanno portato la popolazione di balenottere azzurre da 360.000 a soli 1.000. Si stima che in un secolo i balenieri uccisero almeno due milioni di balene.

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Questa perdita in termini di esmplari ha causato uno squilibrio delel biodiversità. In un ecente studio  Matthew Savoca, un ecologo di Stanford,  e i suoi colleghi hanno, per la prima volta, stimato con precisione la quantità di  krill, piccoli gamberetti che costituiscono il cibo delle balene. Circa 430 milioni di tonnellate ogni anno, circa il doppio di tutto il krill che ora esiste negli oceani,  il doppio in peso di tutto il pesce che la pesca attuale cattura ogni anno. La riduzione nei consumi ha anche causato una diminuzione delle eiezioni di questi animali che, ricche di ferro, agivano come letame, fertilizzando acque altrimenti impoverite e favorendo il  nutrimento delle specie ittiche.

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poiché le balene mangiano più di quanto si pensasse in precedenza, emettono una quantità di feci maggiore di quanto ritenuto.  Espellendo escrementi, le balene aiutano a mantenere i nutrienti chiave vicino alla superficie, alimentando le fioriture del fitoplancton che assorbe il carbonio che costituisce la base delle reti trofiche oceaniche. Senza balene, quei nutrienti affondano più facilmente sul fondo marino, il che può limitare la produttività in alcune parti dell’oceano,  limitando la capacità degli ecosistemi oceanici di assorbire l’anidride carbonica che contribuisce al riscaldamento del pianeta. Credito: Elliott Hazen con permesso NOAA/NMFS 16111

L’uccisione di tutte queste balene ha in qualche modo causato un disastro ecologico. Secondo Savoca la degradazione degli ecosistemi può essere  ripristinata. La valutazione sui quantitativi di krill consumati può essere oggi dedotta grazie alle tecnologie sviluppate nell’ultimo decennio. Grazie ai droni si possono fotografare le balene che si nutrono, consentendo ai ricercatori di valutare le quantità ingurgitate.

Si possono utilizzare sonar per misurare le dimensioni dei branchi di krill e le la marchiatura degli esemplari consente di tracciare le balene in profondità sott’acqua. Usando questi dispositivi, il team di Savoca ha calcolato che questo tipo di balene mangia tre volte di più di quanto i ricercatori avessero precedentemente pensato. Sebbene digiunino per due terzi dell’anno, sopravvivendo grazie ai depositi adiposi,  nei circa 100 giorni in cui si nutrono sono incredibilmente efficienti. Una balenottera azzurra potrebbe inghiottire 16 tonnellate di krill.

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Misurazioni sul campo che informano il consumo di prede da parte dei balenotteri ed il riciclaggio dei nutrienti. Foto scattate con i permessi NOAA 16111, 14809, 23095 e ACA 2015-011 e 2020-016. Credito: Alex Boersma

Considerando che i balenieri dell’era industriale hanno massacrato questi giganti del mare, la quantità di krill non consumata dovrebbe aggirarsi intorno a 380 milioni di tonnellate. Paradossalmente studi successivi hanno dimostrato che il numero di krill era invece crollato di oltre l’80%. La spiegazione di questo paradosso coinvolge il ferro, un minerale di cui tutti gli esseri viventi hanno bisogno in piccole quantità. L’oceano atlantico settentrionale riceve ferro dalle sabbie del Sahara, cosa che non avviene in quello antartico dove il ghiaccio ricopre le terre immerse. Gran parte del ferro è contenuto all’interno del krill e le balene, quando mangiano,  lo assimilano e poi lo rilasciano nei loro escrementi. Il ferro defecato stimola quindi la crescita del fitoplancton, che a loro volta alimentano il krill, che a sua volta nutre le balene, e così via.

Il team di Savoca stima che la morte di alcuni milioni di balene dell’era industriale abbia privato gli oceani di centinaia di milioni di tonnellate di escrementi, circa 12.000 tonnellate di ferro. Secondo Kelly Benoit-Bird, biologa marina del Monterey Bay Aquarium Research Institute, California, è un importante promemoria di come “le specie sfruttate fanno parte di una rete complessa, con molti effetti a cascata dalle nostre azioni”. Uccidere una balena lascia un buco nell’oceano che è molto più grande della creatura stessa”.

 

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a. Visualizzazione di un esempio di balena bowhead (Ba. mysticetus) che mostra come è stata calcolata la filtrazione dell’acqua. b. Acqua filtrata al giorno per un singolo bowhead (Ba. mysticetus) e balena franca nordatlantica (Eu. glacialis). I grafici della densità illustrano l’intero ambito di tutte le simulazioni giornaliere con l’altezza che rappresenta la probabilità relativa di ciascun output; i boxplot mostrano i quartili di questi output con la linea spessa che rappresenta la mediana e la regione ombreggiata che rappresenta l’intervallo Q1-Q3 (25°-75° percentile) di tutte le tariffe giornaliere modellate. Per ogni specie, la distribuzione più bassa rappresenta un giorno di foraggiamento a basso sforzo (10 h di alimentazione) e la distribuzione più alta rappresenta un giorno di foraggiamento ad alto sforzo (15 h di alimentazione). c. Preda consumata al giorno per un singolo bowhead e balena franca nordatlantica. I grafici di densità illustrano l’intero ambito di tutte le simulazioni giornaliere con l’altezza che rappresenta la probabilità relativa di ciascun output; i boxplot mostrano i quartili di questi output con la linea spessa che rappresenta la mediana e la regione ombreggiata che rappresenta l’intervallo Q1-Q3 (25°-75° percentile) di tutte le tariffe giornaliere modellate. Per ogni specie, la distribuzione più bassa rappresenta un giorno di foraggiamento a basso sforzo (10 h di alimentazione) e la distribuzione più alta rappresenta un giorno di foraggiamento ad alto sforzo (15 h di alimentazione).

Sebbene all’inizio del 2020, siano state avvistate 58 balene blu nelle acque sub-antartiche, con un significativo aumento rispetto agli anni precedenti, il loro  numero è ancora basso. Nel 1990, l’oceanografo John Martin propose di seminare l’oceano antartico con minerali di ferro per consentire al fitoplancton di crescere, aumentando l’assorbimento dell’anidride carbonica che favorirebbe il  raffreddamento del pianeta,  rallentando il ritmo del riscaldamento globale. I ricercatori hanno testato questa teoria in ben tredici esperimenti, “seminando” ferro in piccole aree oceaniche, dimostrando la conseguente crescita del plancton.

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Savoca e i suoi colleghi pensano che lo stesso approccio potrebbe essere utilizzato per la conservazione degli oceani. Il team ha intenzione di testare gli effetti della fertilizzazione del ferro sulle reti alimentari delle balene. Un’idea che non piace ad alcuni scienziati e gruppi ambientalisti per timore che il ferro potrebbe innescare fioriture di alghe tossiche. Savoca è convinto invece che svolgendo in maniera artificiale il ruolo che le balene facevano prima di essere cacciate fino quasi all’estinzione, si potrebbero ripristinare ecosistemi perduti da tempo, come quelli che sono scomparsi quando i mammut e altre megafauna terrestri si estinsero decine di migliaia di anni fa. 

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