Le tradizioni per il varo di una nave

Paolo Giannetti

29 Settembre 2020
tempo di lettura: 5 minuti

 

livello elementare
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ARGOMENTO: NAUTICA
PERIODO: NA
AREA: MONDO
parole chiave: varo delle navi, cerimonie, tradizioni e superstizioni

 

Capita spesso di leggere la notizia del varo di qualche grossa nave da crociera ma raramente, viene descritta l’antica “cerimonia della moneta” che spesso precede l’evento. È una tradizione meno nota rispetto a quella della bottiglia di spumante (una volta di vino) che si fa infrangere sul nuovo scafo, sia esso di una piccola imbarcazione o di una grande unità. Come per le importanti costruzioni edili, dove si pone la “prima pietra” con una cerimonia ufficiale, anche sulle navi si compie un particolare gesto all’inizio dei lavori di costruzione.

moneta romana di Domiziano ritrovata nello scafo di un relitto del 2 secolo dopo Cristo – photo credit Museo archeologico di Londra

Quando le navi erano costruite in legno, si infilava una moneta tra lo scafo e la chiglia, proprio nel momento in cui avveniva la prima posa di quest’ultima. Queste monete a volte venivano trafugate e, per evitare questa eventualità, in tempi più recenti si cominciò a saldarle sulle parti metalliche. Nei velieri la moneta era posta alla base dell’albero di maestra al momento del suo fissaggio nella scassa (chiamato “mast stepping“) così da renderla irraggiungibile, se non in caso di demolizione della nave.

Nel 1994, durante dei lavori di manutenzione, furono trovati alla base dell’albero di maestra della USS Constitution delle monete perfettamente alloggiate nel legno. Le monete furono poi sostituite con monete più recenti

Ancora oggi in qualche cantiere si usa augurare buona fortuna infilando in qualche posto nascosto (sotto l’albero del radar o sotto l’ultimo ponte) una moneta dell’anno in corso che ricordi per sempre, in maniera celata, l’epoca del varo della nave o dell’imbarcazione. Chi si occupa di archeologia marina e recupero di relitti sul fondo del mare, sa che il ritrovamento di tali monete spesso ha fornito informazioni utili sull’età dei resti recuperati.

Una tradizione antichissima
Ma torniamo al varo, quell’evento che segna per una nuova nave la sua prima entrata in mare. Una sorta di battesimo (con tanto di madrina) con il quale viene data un’anima alla nave, se ne proclama il nome, la si benedice e da quel momento la si affida alle forze benevole per il suo equipaggio. In Italia, la frase cruciale è la seguente: “Che Dio benedica questa nave e tutti coloro che vi navigheranno – Madrina, in nome di Dio, taglia!”

Sembrerebbe che originariamente, nei tempi antichi,  il rito prevedesse il sacrificio di un animale, solitamente un agnello, per invocare la protezione degli dei dalle avversità delle navigazioni future. In quei tempi andare per mare era una scommessa e ogni scusa era buona per invocare a protezione degli dei contro il malocchio.Il sangue si cospargeva sulla prua e si manteneva sulla prua la pelle dell’agnello sacrificato al momento del varo; pelle, poi, riprodotta in scultura di legno nella forme di riccioli e volute. 

Non a caso venivano dipinti o scolpiti degli occhi sulla prua, gli “oftalmoi” (dal greco “ophtalmos”, che significa “occhio”) elementi figurativi con una funzione protettrice della barca e dell’equipaggio contro la sfortuna. Al momento del varo, gli antichi greci usavano sacrificare dio del mare Poseidone un toro e gli occhi disegnati sulle prore volevano ricordare gli occhi del povero animale che simboleggiava la forza ed il coraggio contro le avversità. Per altri la nave era assimilata ad un essere vivente, che aveva bisogno di occhi per guardare il cammino in mare davanti a sé.  Conosciuti anche come occhi di Horus, secondo la mitologia fenicia, quegli occhi ricordavano la terribile battaglia tra Horus e suo zio Seth, in cui il dio aveva perso l’occhio sinistro. Da allora il suo occhio è considerato simbolo di prosperità, di potere e buona salute e veniva posto sulle navi come amuleto protettivo per scongiurare tempeste e augurare una pesca quanto più prosperosa. Questa tradizione si mantiene sui bragozzi  (tradizionali barche da pesca adriatiche) e sui luzzi dell’isola Malta.

Negli anni questo rito ha assunto connotati diversi e si conclude con l’infrangimento di una bottiglia di vino contro la prua in cui è chiaro il richiamo al sangue dell’animale sacrificato in origine. Oggigiorno il varo è molto più “spettacolare”: vi partecipano tante autorità e personaggi famosi e la bottiglia di vino rosso è stata sostituita dalle più spumeggianti “bollicine”, ed in particolare dallo champagne.

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Varo dell’USS Texas (CGN-39), 9 agosto 1975. La signora Dolph Briscoe, moglie del governatore del Texas, rompe la bottiglia di champagne sullo scafo dell’incrociatore americano durante la cerimonia del varo. Fotografata da PHAN William F. Flynn. Fotografia ufficiale della Marina degli Stati Uniti 428-GX-K-110039 (37878126606).jpg – Wikimedia Commons

Sebbene le superstizioni devono essere viste come giochi curiosi, nei vecchi marinai è ancora radicata la convinzione che la rottura della bottiglia sia di buon auspicio circa il destino della nave stessa: in caso contrario, la non rottura potrebbe essere foriera di problemi. Questa credenza è stata spesso richiamata da svariati tragici eventi: nel 1912, al momento del varo del Titanic, la bottiglia di vino usata per il battesimo non si ruppe. Quello che accadde dopo è ben noto e qualcuno se ne ricordò sottolineandone il fatto. Medesima situazione si verificò anche alla nave da crociera Costa Concordia; la bottiglia lanciata dalla modella Eva Herzigova al momento del battesimo non si ruppe, e la nave, in seguito non conobbe sorte migliore (certo non per colpa della bottiglia).

Di fatto in entrambi i casi le colpe furono ben identificate e le povere bottiglie non centravano più di tanto se non causalità non tanto remote (spesso dovute ad una cattiva incisione della bottiglia per facilitarne la rottura). Si sa che le superstizioni sono frutto della fantasia e vanno prese per quello che sono … Come disse ironicamente Umberto Eco “La superstizione porta sfortuna.”

Cieli sereni … non guardare fuori porta male.

Paolo Giannetti

 

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