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livello elementare
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ARGOMENTO: ECOLOGIA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Pesci leone, science, predatori esotici, ecologia delle invasioni, ecologia marina, ecologia della predazione
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Abbiamo già parlato in altri articoli delle specie aliene che stanno entrando nel Mediterraneo e, in particolare del loro grave impatto sugli ecosistemi e sulle attività umane. Tra i problemi ecologici più gravi c’è la perdita di biodiversità locale che causa l’estinzione delle specie autoctone. Ciò è particolarmente rilevante quando esiste un’interazione trofica diretta tra invasore e specie locali come nel caso del granchio blu che sta distruggendo le economie locali di molte aree mediterranee. Parliamo oggi dei pesci leone che si stanno diffondendo in maniera capillare, complice l’aumento delle temperature dei mari.

Pterois miles, Fujaira, Oceano Indiano – photo credit andrea mucedola
In un interessante articolo, “Lionfish (Pterois miles) in the Mediterranean Sea: a review of the available knowledge with an update on the invasion front”, pubblicato da NeoBiota viene dato un aggiornamento sulla presenza dei pesci leoni nel Mediterraneo e delle conseguenze che ne derivano. Negli ultimi 40 anni i pesci leone (Pterois miles e Pterois volitans) hanno invaso numerosi ecosistemi marini, spostandosi verso nuove aree con caratteristiche climatiche più fredde, muovendosi prima dalle acque tropicali indo-pacifiche all’Oceano Atlantico, con effetti dannosi ben documentati sulle comunità ittiche locali. Circa dieci anni fa è iniziata una seconda invasione questa volta verso il Mar Mediterraneo, colonizzato principalmente da Pterois miles. I pesci leone Pterois miles e P. volitans, originari dell’Indo-Pacifico e del Mar Rosso, sono praticamente indistinguibili e mostrano tratti morfologici quasi identici. Nel tempo si sono diffusi in altri bacini a causa di rilasci intenzionali o accidentali da parte di poco attenti acquariofili la cui distrazione ha reato non pochi impatti sugli ecosistemi. I pesci leone furono avvistati per la prima volta nelle acque caraibiche dell’Atlantico nel 1985 e si diffusero massicciamente alla fine degli anni ’90 comportando un notevole impatto ecologico a causa della loro capacità di predazione che ridusse la biomassa delle specie locali fino al 65%.

immagini delle catture in acque libiche – Fonte First record of lionfish (Scorpaenidae: Pterois) from Libyan waters – autori Sara A.A. Al Mabruk 1, Jamila Rizgalla 2*
1 Zoology Department, Faculty of Science, Omar Al-Mukhtar University-Bayda, LIBYA
2 Aquaculture Department, Faculty of Agriculture, University of Tripoli, Tripoli, LIBYA8-2019-251_108-114.pdf (blackmeditjournal.org)
L’ingresso nel Mar Mediterraneo, il più grande mare chiuso della Terra, e la loro diffusione in determinate parti del bacino sta incominciando a farsi sentire. Considerando che il Mediterraneo è caratterizzato da una grande biodiversità, ospitando più di 11.000 specie animali, l’impatto legato alla loro diffusione non sarebbe solo biologico ma anche economico in quanto il mare nostrum fornisce servizi economicamente preziosi a circa 150 milioni di persone nei numerosi paesi sulle sue coste. Di fatto il Mediterraneo è affetto da numerosi fattori di stress di origine antropica ed è il mare più invaso al mondo, in gran parte dovuto all’apertura del Canale di Suez ed ai suoi ampliamenti che hanno favorito la capacità di trasportare propaguli 1 ed hanno ridotto la salinità dei laghi amari (un tempo una barriera che impediva chimicamente lo spostamento delle specie). Da allora, ogni anno, nuove specie (dette lessepsiane 2) entrano nel Mediterraneo per cui il Canale di Suez è ritenuto la fonte di due terzi delle specie esotiche presenti nel Bacino. Tra di essi i pesci leone sembrano aver attraversato nel tempo un processo di selezione naturale che ne ha favorito la sopravvivenza nonostante la provenienza da ecosistemi differenti come il Mediterraneo e l’Atlantico occidentale tropicale.
L’origine e la storia dell’invasione del Mediterraneo
Il primo pesce leone segnalato nel Mediterraneo fu catturato da un peschereccio al largo delle coste di Israele nel 1991 e identificato come P. miles (Golani e Sonin 1992). Da quel momento non furono più segnalati pesci leone fino al 2012, quando furono catturati due esemplari in Libano (Bariche et al. 2013). Subito dopo, pesci leone sono stati segnalati in Turchia, Cipro, Grecia e Italia (Turan et al. 2014; Crocetta et al. 2015; Iglésias e Frotté 2015; Oray et al. 2015; Turan e Öztürk 2015; Azzurro et al. 2017). Secondo lo studio in riferimento, i pesci leone furono considerati “invasivi” nel Mediterraneo dal 2016, quando furono osservati in grandi gruppi a Cipro, e si sono ora diffusi in gran parte del Mediterraneo orientale, continuando ad espandersi verso ovest. Oggi, le popolazioni sono confinate nella parte orientale del Mediterraneo con segnalazioni all’isola di Vis, in Croazia e nel Mar di Alboran, Spagna, che però potrebbero essere il risultato di rilasci occasionali da acquari. Studi genetici hanno rivelato che i pesci leone trovati nel Mediterraneo provengono dal Mar Rosso, per lo più Pterois Miles con assenza di popolazioni stabili di P. volitans. Va detto che il Mar Rosso settentrionale è abitato anche da un’altra specie di pesce leone chiamato Pterois radiata, biologicamente ed ecologicamente simile al P. miles, che convive insieme al P. miles, in abbondanza comparabile, sulle barriere coralline del Mar Rosso settentrionale, ma che non si è mai stabilita nel Mediterraneo. Gli scienziati ritengono che i P. radiata possano essere meno invasivi del P. miles a causa delle loro minori dimensioni, del grado leggermente più elevato di specializzazione dell’habitat e della dieta (Kulbicki et al. 2012; Gavriel e Belmaker 2021).
L’importanza della citizen science nel monitoraggio ecologico
In questi ultimi anni la citizen science, ovvero il coinvolgimento di non addetti ai lavori nella raccolta dei dati scientifici, ha fornito buoni risultati.

Mappe degli avvistamenti di pesci leone. Il riquadro A mostra i dati del sondaggio del 2023. Ogni punto rappresenta un centro immersioni che abbiamo contattato, con punti arancioni che rappresentano i centri immersioni che hanno risposto e punti neri che rappresentano i centri immersioni che non hanno risposto. Il pannello B mostra le risposte al sondaggio nel 2023. Ogni punto rappresenta un centro immersioni che ha risposto al nostro sondaggio nel 2023 con punti arancioni che rappresentano i centri di immersione che hanno segnalato avvistamenti di pesci leone e punti neri che rappresentano i centri di immersione che non hanno riportato avvistamenti. Il pannello C mostra le risposte al sondaggio nel 2021 (Phillips e Kotrschal 2021). Ogni punto rappresenta un centro immersioni che ha risposto al sondaggio nel 2021 con punti arancioni che rappresentano i centri immersioni che hanno segnalato avvistamenti di pesci leone mentre i neri rappresentano quelli che non hanno segnalato avvistamenti. – da studio citato
Gli autori dello studio hanno coinvolto 996 centri di immersione ottenendo 326 risposte (Fig. 1A) solo da 82 centri di immersione, principalmente nel Mediterraneo orientale (Fig. 1B). Confrontando i dati raccolti con quelli precedenti in Fig. 1C, Phillips e Kotrschal (2021), sembrerebbe che in soli due anni i pesci leone abbiano ampliato il loro areale invasivo nel Mediterraneo su due fronti: il Mar Egeo settentrionale e, limitatamente anche l’Adriatico meridionale, dove due centri di immersione hanno segnalato avvistamenti di pesci leone nel 2023.

Figura 2. Mappa degli anni del primo avvistamento. Ogni punto rappresenta un centro immersioni che ha segnalato avvistamenti di pesci leone nel 2021 o nel 2023 e ha incluso nella risposta l’anno in cui i pesci leone sono stati avvistati per la prima volta. L’oscurità dei punti mostra l’intervallo di anni in cui i pesci leone furono avvistati per la prima volta.
Qual è la situazione attuale?
I risultati dimostrano che l’invasione mediterranea dei pesci leone stia seguendo un andamento simile a quello di altre specie lessepsiane, che tipicamente si espandono nel Mediterraneo a partire dal Mar Levantino e si diffondono gradualmente verso ovest e nord verso l’Egeo e il Mar Ionio (Azzurro et al. 2013), favorita dal forte effetto termico legato al cambiamento climatico. La cosa sorprendente è che essi riescono a sopravvivere in acque più fredde cosa che rende più complesso distinguere gli effetti dei fattori che contribuiscono alla loro diffusione, essendo in gioco molteplici fenomeni antropici e climatologici. Un fattore da considerare è la mancanza di predatori naturali (sembra improbabile che qualche predatore si nutra costantemente del pesce leone adulto velenoso e spinoso per cui gli eventi di predazione rimangono sporadici e aneddotici).

È stato segnalato che il pesce cornetta, Fistularia commersonii, e le cernie Epinephelus striatus e Mycteroperca tigris si nutrono di pesci leone. Inoltre, le larve dei pesci leone sono pelagiche e probabilmente meno difese degli adulti e potrebbero essere preda di mangiatori di plancton. Nel Mediterraneo, l’unico esempio convincente di predazione è quello di un polpo (Octopus vulgaris) filmato mentre catturava e trasportava un pesce leone a Cipro. Un altro fattore da considerare è la loro resistenza ai parassiti.

Cernia tropicale caraibica (Epinephelus striatus) Cuba, jardines aggressor, los indios, nassau grouper maw (36883128693).jpg – Wikimedia Commons
Impatto sugli ecosistemi invasi
L’elevata efficacia dei pesci leone come predatori implica che rappresentano una potenziale minaccia per la comunità ittica nativa delle aree che stanno invadendo. Sembrerebbe che i pesci leone stiano riducendo l’abbondanza di alcune specie autoctone e, quindi, alterando la composizione della comunità del Mediterraneo. Gli elevati tassi di predazione hanno sollevato preoccupazioni circa i loro potenziali effetti sulle specie economicamente preziose e sull’industria della pesca del Mediterraneo. È ormai accertato che P. miles si nutre di specie economicamente preziose come i picarelli chiazzati (Spicara spp.) e i pesce pappagallo del Mediterraneo (Sparisoma cretense).

pesce pappagallo del Mediterraneo (Sparisoma cretense), Malta – photo credit andrea mucedola
Un altro aspetto non trascurabile è la velenosità delle loro spine per cui questi pesci potrebbero diventare un pericolo per i bagnanti incauti. Va però compreso che la direzione delle spine sul corpo di un pesce leone non consente loro di attaccare attivamente e pungere come fanno le vespe o le api. Pertanto, a meno che non vengano toccati con sufficiente pressione, è improbabile che le spine dei pesci leone possano penetrare nei tessuti umani. Inoltre, i pesci leone tendono ad allontanarsi quando un nuotatore si avvicina a loro sott’acqua e questo spiegherebbe il motivo per cui sono stati segnalati solo pochi episodi di avvelenamento in natura.
Nei Caraibi sono sponsorizzate attività di pesca per limitare le popolazioni di pesci leone che, sebbene abbiano avuto effetti benefici sulla conservazione delle specie locali, non ne hanno consentito l’eradicazione per diversi motivi: la limitazione fisica delle aree coinvolte, della profondità di caccia effettuata in acque relativamente poco profonde (0-40 m) mentre i pesci leone possono vivere in acque molto più profonde, (sono stati scoperti branchi di lion fish anche oltre i 300 m di profondità), e non ultimo, il fatto che questi pesci si adattano alla pressione venatoria diventando più cauti nei confronti dei subacquei che si avvicinano.
Per quanto sopra i scienziati ritengono che queste attività venatorie abbiano solo un valore di contenimento e, sebbene il monitoraggio della loro invasione possa essere perseguito grazie alla citizen science, ci sia molto da fare per valutare lo studio dell’ecologia della predazione dei P. miles per comprendere come mitigarne la diffusione. Come sempre si consiglia la lettura integrale dello studio che offre molti spunti di approfondimento ed un ricca bibliografia.
in anteprima pesce leone, Key West, Oceano Atlantico – photo credit andrea mucedola
Nota
1. si definiscono propaguli gli organismi in grado di svilupparsi separatamente per dare vita a un nuovo organismo
2. Il nome deriva da quello di Ferdinand de Lesseps, promotore ed esecutore del canale di Suez che collega il mar Rosso e il Mediterraneo.
Riferimento
“Lionfish (Pterois miles) in the Mediterranean Sea: a review of the available knowledge with an update on the invasion front” di Davide Bottacini, Bart J. A. Pollux, Reindert Nijland, Patrick A. Jansen, Marc Naguib, Alexander Kotrschal
Lionfish (Pterois miles) in the Mediterranean Sea: a review of the available knowledge with an update on the invasion front (pensoft.net)
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