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L’Assedio di Malta del 1565: dall’Assalto della Senglea all’Arrivo del Gran Soccorso Parte VII

Reading Time: 9 minutes

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livello elementare 
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVI SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Malta, Ottomani
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Nei giorni successivi, il morale dei difensori scende. Le batterie turche martellano notte e giorno, uccidendo molti armati e civili, e proprio questi ultimi pensano che sarà difficile sfuggire a un futuro di schiavitù. Il 14 agosto si verifica un buon presagio, ossia una colomba si posa e indugia sull’immagine della Madonna di Filermo. Il Gran Maestro, ormai disposto a far leva su qualsiasi cosa pur di restituire vigore ai suoi, dice che il Gran Soccorso è in arrivo, e di aver ricevuto numerose missile al riguardo. Ordina addirittura dei modesti festeggiamenti per dare forza alla sua bugia. È difficile però distogliere l’attenzione dalle palle di ferro che, fra 13 e 16 agosto, piovono su Borgo e Senglea con particolare vigore. Il risultato è che le brecce diventano talmente larghe da destare paure sempre maggiori fra i Cavalieri. Mustafà e Pialì, d’altro canto, non gioiscono. In tre mesi di sforzi sono riusciti a prendere solo S.Elmo e il prezzo pagato, in termini di uomini e materiali, è stato altissimo. Si sono addirittura arrischiati a chiedere rinforzi a Solimano, cosa che il Sultano non ha preso bene.

Nel tentativo di intimorire ulteriormente i Cavalieri, i generali turchi tentano anche uno stratagemma teatrale; fingono infatti l’arrivo di 30 galere, scelte fra quelle all’ancora a Malta o in pattugliamento, con tanto di sbarco di Giannizzeri (in realtà sono manovali e semplici soldati truccati e agghindati per l’occasione) sullo Sceberras. Il 18 Agosto, alla vigilia del nuovo attacco, il comando delle forze del Borgo è direttamente nelle mani del Gran Maestro, quello della Senglea è affidato al Cav. Coupier, che prende il posto del defunto Robles. La posta di Castiglia, nel Borgo, sostiene l’aggressione più dura. Nel momento di massimo sforzo, il Gran Maestro lascia la postazione di osservazione e, per l’ennesima volta, si presenta sulle mura, dove trova una situazione disperata. Poco dopo il suo arrivo, cade trafitto il Cav. Burlò, mentre gli altri Cavalieri, alcuni di loro molto anziani, si stringono in difesa del Gran Maestro e cercano di tirarlo fuori dalla mischia. Il Cav. Mendoza, anch’egli oltre i settanta, si inginocchia addirittura davanti a La Valette e pronuncia queste parole:

Maestro, finito voi, finiti tutti! Deh, riducetevene al chiuso!

I difensori respingono diversi assalti, fra cui uno in piena notte. Fra questo e il primo assalto del 19 Agosto, i Turchi danno ai Cavalieri solo un’ora di riposo. Tornato alla posta di Castiglia, La Valette viene ferito alla gamba da una scheggia di pietra, ma rimane sul posto. Dopo quasi 48 ore di assalti continuati, i Turchi si ritirano la sera del 19, lasciando sotto le mura un quantitativo enorme di cadaveri. La mattina del 20 agosto però, riprendono l’assalto. La loro costanza e perseveranza suscita l’ammirazione anche dei cronisti dell’epoca. Per tutta la giornata e per quella successiva, i difensori continuano a resistere. Il Bosio, nella sua cronaca, scrive:

Et era cosa maravigliosa il vedere, che fin le donne, et i fanciulli havessero perduto e lasciato affatto ogni timore dell’archibusate, delle cannonate, e dei fuoci artificiati, e che non mostrassero avere horrore, o abigottimento alcuno, di veder cadersi a lato e vicino tanti morti, smembrati, e stranamente feriti. Anzi ch’arditamente se non mostrassero in continuo essercitio di lavorar intorno a’ripari, o di tirar sassate contra nemici, o di ritirar morti, e d’ajutar feriti, o di portar rinfrescamenti a combattenti; intrepidamente accostandosi a’parapetti, ancorche danno, ferite e morte ne ricevessero.

I maltesi arrivano a urlare ai Turchi di provare altri assalti, così da aumentare il numero dei loro morti, che già si aggira fra i 18.000 e i 20.000. La Valette non rinuncia alla corrispondenza con il Vicerè, che deve anche fronteggiare le maldicenze su di lui. Filippo II infatti gli ordina di raggiungere Malta a costo di perdere l’intera armata. Don Garcia vuole invece una vittoria schiacciante e continua a radunare forze. Se anche Malta dovesse cadere, immagina di poter scacciare i pochi turchi rimasti e impossessarsene. Ma ormai Siracusa è piena di uomini d’arme, e rimandare diventa quasi impossibile. Il 25 Agosto, a tre mesi dall’inizio dell’Assedio, partono dalla Sicilia 58 galee cristiane.

A bordo ci sono:

  • 250 Cavalieri di Malta e 100 uomini al loro seguito;
  • 40 Cavalieri di Santo Stefano;
  • 104 uomini condotti dai fratelli Pompeo e Prospero Colonna;
  • 100 da Ascanio della Corgna;
  • 80 da Cesare e Giovanni D’Avalos;
  • 47 dal Conte De Cefuentes;
  • 36 dal Marchese Pallavicino;
  • 36 da Enea Pio;
  • 31 da Paolo Sforza;
  • 28 da Don Bernardo de Cardenas;
  • 21 da Chiappin Vitelli;
  • 20 da Alessandro Pallavicino

Contando anche gli avventurieri in proprio di ogni nazione, il conto totale arriva a 1.800. A questi si aggiungono 5.000 soldati di Lombardia, Napoli e Corsica, e 1.700 italiani scelti dal Colonnello Vincenzo Vitelli. Nel frattempo, i Turchi sono sempre più furiosi. Ormai limitano al minimo l’uso dell’artiglieria e lavorano “con pala e zappa” sotto le poste del Borgo. Mustafà giunge alla follia di costruire una torre d’assedio in legno, di quelle utilizzate prima dell’avvento della polvere da sparo, per fare fuoco con gli archibugeri sui difensori di S.Michele. L’insolita costruzione all’inizio desta meraviglia, ma i Cavalieri la distruggono senza troppi problemi con cerchi e pignatte incendiarie. Tuttavia, la posta di Castiglia (Borgo) torna a essere battuta dall’artiglieria e le posizioni turche arrivano così vicini alle mura da renderne quasi impossibile la difesa. La maggior parte dei Cavalieri propone di evacuare tutti i superstiti del Borgo all’interno di S.Angelo, che è ancora intero, ma il Gran Maestro non vuole nemmeno considerare questa opzione. Gli chiedono quindi di rinchiudersi almeno lui nel forte, assieme ai libri dell’Ordine. A questo punto, La Valette va su tutte le furie:

Che non mi si parli più di ritirate! Io combatterò primiero alla posta di Castiglia, morirò ivi, sarò ivi sepolto!

Prende poi quasi tutti gli uomini disponibili e si dirige alla posta di Castiglia, ordinando di bruciarne il ponte. I nemici ora occupano il piccolo sprone della posta: bisogna riprenderlo.

ottomani guastatori
Guastatori, minatori e operai turchi ebbero un ruolo fondamentale durante l’Assedio.

La Valette incarica dell’impresa il Cav. Clairmont, che il 26 agosto opta per una sortita notturna. Il trambusto e le urla del contingente cristiano sono talmente forti che i Turchi pensano di essere assaliti dall’intera popolazione del Borgo, quindi battono in ritirata abbandonando armi e opere di difesa. I Cavalieri le convertono subito in materiale da adoperare contro il nemico e fortificano lo sperone talmente bene che i Turchi non riusciranno più a riprenderlo. Nell’azione di distinguono in particolare due maltesi, Agostino Tabone e Giacomo Bonnici. Ancora più scoraggiati, il 28 agosto i Turchi sparano sul Borgo, ma non tentano assalti. Ne approfittano i Cavalieri, che effettuano una fruttuosa sortita fuori dalla Senglea. Tutti i lavori dei turchi vengono distrutti, e gli incursori sottraggono anche un enorme quantitativo di pale, zappe e altri attrezzi. In completo delirio mistico, il 29 agosto Fra Roberto, considerato quasi come un santo dalla popolazione maltese, confida al Gran Maestro di aver avuto una visione: entro pochi giorni, la benevolenza divina avrebbe concesso una gloriosa vittoria agli assediati, liberandoli definitivamente dall’assedio. Di certo la suddetta benevolenza non sembra essere dalla parte dei difensori la mattina seguente, quando Mustafà si presenta sotto le brecce del Borgo con 6.000 uomini, la metà dei quali posizionati sotto la posta di Castiglia, dove ci sono probabilmente meno di 200 difensori. In realtà, si tratta di un diversivo. I Turchi infatti vogliono solo tenere occupati i difensori del Borgo mentre un altro contingente prova l’attacco alla Senglea, i cui bastioni erano ridotti a un colabrodo. Una delle brecce è talmente ampia che le due parti si fronteggiano solo da una grande tavola di legno messa di traverso sulla breccia. Le donne e i fanciulli sono ai lati, tirando pietre e qualsiasi cosa capiti loro in mano.

Mustafà arriva giusto in tempo per ricevere una pietra in faccia e ritirarsi, ma lo scontro va avanti per due ore. Il tempo di riorganizzarsi, e i Turchi riprendono a spingere sulla breccia. Mustafà utilizza anche moltissimi arcieri per creare un vero e proprio “fuoco di copertura” all’avanzata dei suoi, ma niente, al tramonto deve ritirarsi come ogni sera dei precedenti tre mesi. La mattina del 31 agosto, Mustafà capisce di dover fare i conti con il malcontento quasi ingestibile dei suoi. Per alzare il morale della truppa, ordina a 4.000 soldati di seguirlo alla Notabile, promettendogli il saccheggio della città. Mesquita però fa trovare tutti i Cavalieri e buona parte dei cittadini (vestiti e armati a guisa di Cavalieri) sugli spalti. Mustafà temporeggia, anche perché non ha portato artiglieria pesante, e poi desiste. È decisivo, in questo caso, lo stratagemma di Mesquita, che fa sparare i cannoni anche se i Turchi sono fuori tiro. Questi ultimi infatti pensano che la Notabile sia talmente ben equipaggiata da potersi permettere di sprecare colpi, e si ritirano definitivamente. Mesquita, ovviamente, aspetta che il grosso della forza nemica si sia messa in moto e poi sguinzaglia la cavalleria, che raggiunge la retroguardia e uccide una trentina di Turchi. Nel frattempo, la guerra di mina, ossia lo scontro che si svolge sottoterra fra gallerie turche (il cui fine è far brillare barili di esplosivo sotto le mura) e maltesi, volge a favore di questi ultimi. Fra i difensori, si distingue in particolare “Maestro Giovanni, inglese bombardiero”.

Fallita la sortita sulla Notabile, Mustafà decide di far costruire un’altra torre d’assedio, questa volta molto più alta e resistente. La torre supera di alcuni metri i parapetti, e decine di difensori cadono sotto i colpi degli archibugi ottomani. Le pignatte infuocate questa volta non hanno effetto. Andare sui parapetti diventa impossibile: la situazione precipita velocemente.

Ancora una volta, La Valette si affida ai suoi ingegneri. La soluzione viene proposta dal maltese Andrea Cassar, fratello di Girolamo. Ed è una soluzione rischiosa, già sperimentata con il ponte di legno gettato dai Turchi qualche settimana prima: aprire un buco nei bastioni e portarci un pezzo di artiglieria, in modo da avere una linea di tiro diretta sulla Torre. I lavori sono frenetici; i Cavalieri sanno di avere una sola possibilità prima di ricevere un massiccio fuoco nemico. Al tramonto, con il pezzo in posizione, è proprio Andrea Cassar a consigliare di aggiungere alla palla pezzi di catene e ferraglia. La torre è li davanti, e la mattina dopo servirà come testa di ponte per un assalto cui nessuno potrà opporsi. Oltre ad aver ideato la contromossa, Cassar si prende anche la responsabilità di accendere la miccia. Il cannone fa fuoco. La palla colpisce la torre a mezza altezza, mentre le catene e i pezzi di ferro tranciano legno e carne. È un vero massacro, la torre crolla con tutti gli occupanti. Maltesi e Cavalieri tornano sui parapetti urlando come ossessi.

siege malta 1565 posta di castiglia

La posta di Castiglia subì attacchi pesantissimi; qui un bel particolare.

Il 4 Settembre, arriva il Gran Soccorso. Ma il Vicerè non fa sbarcare le truppe e sembra allontanarsi da Malta. Mustafà e Pialì sguinzagliano uomini e flotta per capire se qualcuno sia effettivamente sbarcato, e dopo due giorni di ricerche per terra e mare capiscono di no. Mustafà, nella disperazione più completa, decide di tentare un ultimo assalto a tutte le poste. Si dice che volesse a tutti i costi morire lì, guidando l’assedio, per non presentarsi davanti a Solimano a mani vuote e con 20.000 morti. In realtà, la situazione dell’esercito ottomano non è delle migliori, visto che iniziano a mancare anche la polvere per gli archibugi e le armi. I suoi ufficiali cercano quindi di farlo desistere, ma lui li alletta con promesse di saccheggio e vendetta, rianimando anche il bey di Algeri, che si offre di guidare l’assalto. Il 7 settembre però, mentre i Turchi si preparano sotto le mura, il Gran Soccorso, 8.300 uomini, sbarca a Melleha e si mette in marcia verso la Notabile. Quando la notizia arriva nei pressi della Senglea, sui soldati turchi cala un silenzio di tomba.

Fine VII parte – continua

Gabriele Campagnano 

Il dottor Gabriele Campagnano, prolifico divulgatore di storia ma non solo. Dopo duecentocinquanta articoli specialistici e tre libri, tra cui “I Padroni dell’Acciaio”, non si è ancora stancato di scrivere. È convinto che recuperare i testi antichi, arricchirli e renderli fruibili al lettore odierno sarà sempre più parte integrante del mestiere dello storico; le attuali tecnologie informatiche gli mettono a disposizione migliaia di testi che attendono solo un paziente lavoro di restauro. Lavorando su diverse fonti, specie ottocentesche, ha riportato alla luce la storia di alcuni personaggi storici di eccezionale interesse, quali Pier Gerlofs Donia e Pregent de Bideoux. Scrive regolarmente per la rivista Medioevo Misterioso e altre pubblicazioni. Il ricco sito, dal quale sono stati tratti i suoi articoli, è http://zweilawyer.com
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