Il blocco navale del Venezuela e la Regia Marina Italiana 1902-1903

Gian Carlo Poddighe

25 Ottobre 2025
tempo di lettura: 10 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: OCEANO ATLANTICO
parole chiave: blocco navale 

 

Tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo in Venezuela vi fu una notevole instabilità politica e numerosi colpi di stato. Nell’ottobre 1899, a seguito della cosiddetta Revolución Liberal Restauradora (Rivoluzione liberale restauratrice), il generale Cipriano Castro prese il potere e s’installò come Presidente e comandante militare supremo. Sotto la sua presidenza iniziò un periodo di saccheggi e disordini politici che coinvolsero cittadini e aziende straniere.

La politica del grosso bastone in una vignetta di William Allen Rogers del 1904, che trae ispirazione da un episodio de I viaggi di Gulliver – sorgente wikipedia – vignetta di William Allen Rogers da  http://americanhistory.si.edu/militaryhistory/exhibition/zoomify.asp?id=1937&type=g&width=640&height=480&hideAlt=1 

Il governo di Castro fu segnato da frequenti ribellioni, assassini e l’invio in esilio dgli oppositori. Castro fu definito dal Segretario di Stato degli Stati Uniti Elihu Root come “un pazzo brutale” e dallo storico Edwin Lieuwen probabilmente il peggiore dei molti dittatori del Venezuela“. Il Paese aveva un forte debito estero, prevalentemente in mani inglesi e tedesche, e nonostante una rinegoziazione dei termini di concessione nel 1896, i pagamenti del debito diventarono irregolari dopo il 1897 e cessarono nell’agosto del 1901. La cosa irritò la Gran Bretagna, che possedeva oltre la metà del debito estero venezuelano (nel 1881 ammontava a 15 milioni di dollari), e la Germania che oltre a possedere una quota rilevante del debito venezuelano aveva effettuato rilevanti investimenti nel Paese. Nel luglio 1901 la Germania esortò il Venezuela, in termini amichevoli, a perseguire la richiesta di arbitrato internazionale attraverso la Corte permanente di arbitrato de l’Aia senza risposta. Tra febbraio e giugno 1902 l’ambasciatore britannico in Venezuela inviò a Castro diciassette verbali circa le preoccupazioni del governo britannico senza ricevere risposta a nessuno di essi.

Castro presumeva che gli Stati Uniti, per seguire la Dottrina Monroe, avrebbero evitato un intervento militare europeo; tuttavia il neo-eletto Presidente statunitense Theodore Roosevelt riteneva che la Dottrina si riferiva solo all’occupazione militare del suolo del paese e quindi di per sé non vietava interventi militari di nazioni europee per proteggere i loro cittadini e le loro proprietà. Roosevelt  commentò pubblicamente: “Se un paese del Sud America si comporta male verso un qualsiasi paese europeo, bisogna lasciare che il paese europeo lo sculacci.” Nel giugno del 1902 Castro ordinò il sequestro della nave britannica The Queen, con l’accusa di portare aiuti ai ribelli impegnati in una nuova fase della guerra civile. Questo, assieme al fallimento della promessa di Castro di impegnarsi per via diplomatica col governo britannico, fece pendere la bilancia a favore di un intervento militare da parte della Gran Bretagna con la cooperazione tedesca. Il 7 dicembre 1902, Berlino e Londra lanciarono un ultimatum che Caracas respinse. Quattro giorni dopo, l’11, anche Roma mandò un ultimatum, e pure questo venne respinto. Fu così che il 16 dicembre 1902 cominciò il blocco navale effettuato da navi italiane, britanniche e tedesche.

L’Italia
L’Italia non aveva molti interessi in Venezuela; il censimento del 1891 registrò 3030 immigrati provenienti dalla penisola, circa il 6 % dei residenti stranieri, la maggior parte dei quali giunti a seguito di un accordo tra Roma e Caracas in base al quale agli emigranti sarebbero state pagate le spese di viaggio e concesse terre incolte. Il principale interesse industriale era la concessione ottenuta nel 1898 dalla ditta Lanzoni, Martini & Co., con sede in Livorno, per la gestione venticinquennale di tre miniere di carbone nello stato di Bermúdezy e della ferrovia Guanta-Barcelona. Obiettivo dell’azienda era la vendita del carbone estratto alla Regia Marina Italiana.

Willy Stöwer (1864-1931) da Kriegsspiele um Venezuela | Linke Zeitung

Coinvolta dalle violenze che sconvolgevano il paese, la comunità italiana sollecitò la diplomazia italiana per ottenere risarcimenti per i danni e le violenze subite, lamentando 123 incidenti, nella maggior parte dei casi inerenti a violenze contro singoli emigranti, senza ottenere soddisfazione. Il Governo italiano, che dal 1901 aveva iniziato a sospettare l’esistenza di piani anglo-tedeschi per costringere il Venezuela a pagare i debiti, cercò di farsi coinvolgere nelle trattative. La partecipazione del Regno d’Italia fu infine concordata con i britannici, questo dopo che Roma aveva astutamente sottolineato che avrebbe potuto restituire il favore in Somalia dove all’epoca gli Inglesi avevano difficoltà nella repressione della rivolta del Mad Mullah e dei suoi dervisci. La partecipazione italiana, voluta da Giuseppe Zanardelli e da Vittorio Emanuele III, fu motivata dalla volontà della classe politica italiana di non rimanere inerti in una crisi nella quale avremmo potuto agire di concerto con altre grandi potenze navali dell’epoca, proprio come era successo ai tempi della rivolta dei Boxers in Cina, ed evitare che i propri crediti venissero pretermessi a quelli anglo tedeschi. Gli articoli della Stampa, il primo giornale che si occupò della vicenda, inizialmente apparvero molto più attenti alle iniziative militari delle due potenze maggiori, rispetto a quelle italiane. Comunque l’escalation fu chiara. «L’Italia chiede tre milioni di lire al governo del Venezuela», scrisse La Stampa del 15 dicembre 1902. Il giorno dopo il ministro degli Esteri italiano, Giulio Prinetti, assunse una posizione durissima. Parlò di «offese ai cittadini», di «violazioni» di vascelli mercantili, di «mancati pagamenti» protratti per anni dei crediti contratti da Caracas, di inadempienza nei contratti governativi, di «danni alle proprietà di cittadini italiani durante le insurrezioni» e così via.

Insomma una lista lunghissima di lamentele riguardo alle quali l’Italia si attese «giuste compensazioni». Il quotidiano romano La Tribuna lodò la durezza del Prinetti, e affermò che la presa di posizione del Ministro degli Esteri «tende a rassicurare, con la colonia del Venezuela, tutte le nostre colonie, quasi sempre lasciate in colpevole abbandono». E così La Stampa del 18 dicembre titolò: «La rottura delle relazioni diplomatiche tra l’Italia e il Venezuela. L’Italia si unisce all’Inghilterra e alla Germania». E più sotto precisò che Roma aveva ricevuto la benedizione di Washington: «L’attitudine dell’Italia è cordialmente approvata dal dipartimento di Stato».

Il blocco
La squadra navale, che attuò il blocco dei principali porti venezuelani, era così costituita: otto navi britanniche, quattro navi tedesche e tre unità italiane ed agli Italiani fu affidato il compito di bloccare il porto di Vela de Coro (Estado de Falcón).

L’ariete torpediniere RN Giovanni Bausan nel porto di La Spezia al suo rientro nel 1904
Etna class protected cruisers (1885) (naval-encyclopedia.com)

La prima unità ad arrivare fu l’ariete torpediniere Giovanni Bausan, al comando del capitano di vascello Francesco Orsini che, dopo il suo arrivo, catturò alcune imbarcazioni venezuelane. Successivamente arrivarono l’incrociatore corazzato Carlo Alberto, comandato dal capitano di vascello Martini, comandante del gruppo navale italiano, e l’incrociatore protetto Elba, comandato dal capitano di fregata Raffaele Borea Ricci D’Olmo. Era previsto l’invio anche dell’ariete torpediniere Agordat che però non poté giungere in tempo dato che, al sorgere della crisi, si trovava ancora ai lavori. In un paio di giorni tutte le navi della piccola marina militare venezuelana vennero catturate; seguì lo sbarco per mettere in salvo i cittadini stranieri e tre bombardamenti costieri. Il 13 dicembre 1902, dopo che un’imbarcazione mercantile britannica era stata abbordata e il suo equipaggio, sebbene per breve tempo arrestato, gli Inglesi chiesero delle scuse ufficiali ma, non riuscendo a riceverle, iniziarono un bombardamento del forte venezuelano di Puerto Cabello, assistite dal SMS tedesco Vineta.

Il 17 e il 21 gennaio iniziò da parte di unità tedesche un bombardamenti contro il forte di San Carlos che distrusse la fortezza. Nel gennaio 1903, il boicottaggio aveva devastato l’economia venezuelana ed un disperato Castro chiese al presidente Roosevelt di negoziare un accordo.

Epilogo
Dopo aver accettato l’arbitrato di Washington, il 13 febbraio 1903 Gran Bretagna, Germania e Italia raggiunsero un accordo con il Venezuela, riportato nel Protocollo di Washington.

vignetta satirica sulla dottrina di Monroe da https://www.escuelapedia.com/doctrina-monroe/

I debiti del Venezuela erano molto superiori al reddito del paese, nello specifico 120 milioni di Bolívar con 46 milioni di interesse; ad essi si sommavano i 186 milioni chiesti come risarcimento per danni di guerra per un totale di 352 milioni, a fronte di un reddito annuo di 30 milioni. L’accordo ridusse il debito complessivo da pagare a 150 milioni e creò un piano per il pagamento che teneva conto del reddito del paese.

Il Venezuela accettò in principio di versare alle nazioni creditrici il 30% delle entrate dovute ai dazi doganali dei suoi due maggiori porti, La Guaira e Puerto Cabello. Ognuna delle nazioni europee coinvolte ricevette inizialmente 27.500 dollari, in aggiunta alla Germania furono promessi altri 340.000 dollari entro tre mesi. Al Regno d’Italia venne riconosciuta una prima indennità di 5.500 dollari, da pagare entro 60 giorni dalla firma dell’accordo, più 2.810.265 di lire motivati come danni di guerra. Con questa loro azione militare, Roma, Berlino e Londra avevano fatto però anche un favore alle imprese e ai cittadini degli Stati Uniti e di tutte le altre nazioni aventi interessi in Venezuela, poiché Castro, piegandosi ad accettare di pagare i reclami anglo-tedesco-italiani, aveva dovuto dare il suo assenso affinché anche tutti gli altri reclamanti stranieri godessero dello stesso trattamento.

Blocco navale: un aspetto poco conosciuto del Diritto internazionale
Secondo il diritto internazionale, all’art. 19 della Convenzione di Montego Bay del 1982, ratificata anche dall’Italia, ogni nave ha il diritto al passaggio inoffensivo attraverso il mare territoriale di un altro Stato a meno che il passaggio secondo arrechi pregiudizio al buon ordine e alla sicurezza dello Stato costiero.  Secondo tale norma, può essere applicato anche nel caso in cui una nave straniera sia impegnata nello sbarco di persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero.
Secondo
il Diritto internazionale dei conflitti armati (DIU), un belligerante che abbia imposto un blocco legittimo ha il diritto di farlo rispettare anche in alto mare. Un blocco deve soddisfare una serie di requisiti legali, tra cui: notifica, applicazione efficace e imparziale e proporzionalità. In particolare, secondo il Manuale di San Remo sul diritto internazionale applicabile ai conflitti armati in mare (1994), un blocco può essere utilizzato in tempo di guerra, ma solo se sono soddisfatte cinque condizioni legali:

deve essere formalmente dichiarato e pubblicamente notificato;
deve essere effettivamente applicato nella pratica;
deve essere applicato in modo imparziale a tutte le navi;
non deve bloccare l’accesso a porti o coste neutrali;
non deve impedire la consegna di aiuti umanitari ai civili.
In caso contrario il blocco può essere considerato illegale ai sensi del diritto internazionale umanitario consuetudinario.
Al di là di questi aspetti, è generalmente riconosciuto che le navi e gli aeromobili che violano o tentano di violare un blocco navale sono passibili di cattura (art. 20 della Dichiarazione di Londra del 1909; Manuale di Sanremo, paragrafi 146 f, 153 f). Secondo il diritto tradizionale (art. 21 della Dichiarazione di Londra del 1909), una nave ritenuta colpevole di violazione del blocco navale può essere condannata, ovvero soggetta alla decisione di un tribunale competente, e i beni della nave o dell’aeromobile possono essere trasferiti allo Stato che ha effettuato la cattura. In ogni caso, lo Stato che ha effettuato la cattura ha il diritto di reprimere l’aeromobile o la nave per tutta la durata del conflitto armato internazionale.

Il blocco navale (Naval Blockade), oggetto di questo articolo, effettuato da parte di altre marine al di fuori o all’interno delle acque costiere di uno Stato, è invece inteso a costringere lo Stato in oggetto ad accettare determinate azioni. Secondo i criteri delle Convenzioni di Ginevra deve attenersi ai seguenti criteri:
– la forza navale che lo attua ha l’obbligo di comunicare alle nazioni terze non belligeranti la definizione geografica della zona soggetta al blocco stesso;

– deve essere imparziale nei confronti delle nazioni non belligeranti;
– può catturare qualsiasi nave mercantile che cerchi di violarlo, deferendola al tribunale delle prede;
– può attaccare qualsiasi imbarcazione mercantile nemica che opponga resistenza al blocco navale;
– deve permettere il passaggio di carichi contenenti beni di prima necessità e medicinali per la popolazione locale.

Il blocco navale fu infine tolto il 19 febbraio 1903 all’entrata in vigore degli accordi. Il Giovanni Bausan rimase in acque venezuelane fino al luglio 1903 per accertarsi del pagamento della somma concordata. Tuttavia, i vari contenziosi tra il Venezuela e il mondo “civile” non si risolsero dato che Castro continuò a provocare Regno Unito, Stati Uniti, Francia e Olanda e anche l’Italia (dato che nel 1908, negò ad alcuni emigranti dalla Penisola di entrare in Venezuela). Alla fine del 1908, sfruttando anche la momentanea assenza di Castro dal Venezuela, recatosi in Germania per curarsi, la marina da guerra olandese mise in atto un nuovo blocco navale davanti alle coste dello Stato latinoamericano, blocco che portò all’ennesimo colpo di stato e alla nomina di un nuovo presidente che porrà fine alla crisi.

Conseguenze
La partecipazione italiana al blocco – condotta in maniera meno aggressiva rispetto alle altre marine in quanto le navi italiane di fatto non parteciparono ai bombardamenti costieri e il comandante in mare italiano si impegnò a proteggere dal sequestro da parte degli anglo tedeschi le navi neutrali olandesi e statunitensi – fu comunque utile all’Italia. Non solo i crediti italiani furono riconosciuti in ampia misura ma furono anche privilegiati dato che l’Italia, come le altre due nazioni europee autrici del blocco, ottenne un trattamento preferenziale ai suoi crediti, cosa che era respinta dal Venezuela e osteggiata dagli Stati Uniti. Il 7 maggio 1903 un totale di dieci nazioni, compresi gli Stati Uniti, sporsero rimostranze contro il Venezuela e sul fatto che vi fossero trattamenti preferenziali, rivolgendosi alla Corte permanente di arbitrato dell’Aia. La Corte si pronunciò il 22 febbraio 1904, dichiarando che le tre nazioni autrici del blocco avevano diritto a un trattamento preferenziale nel pagamento dei loro crediti.

Gli Stati Uniti furono per principio in disaccordo con la decisione, temendo che tale sentenza avrebbe potuto incoraggiare futuri interventi europei in situazioni analoghe. La conseguenza fu la stesura del Corollario Roosevelt alla Dottrina Monroe, descritto da Theodor Roosevelt in un messaggio al Congresso del 1904 “All’interno dell’emisfero occidentale l’adesione degli Stati Uniti alla dottrina Monroe li può forzare, ancorché con reticenza, all’esercizio di un potere di polizia internazionale in caso flagrante di disordine cronico o di crisi di potere”.
In pratica, il corollario stabiliva il diritto degli Stati Uniti a intervenire con la forza per stabilizzare gli affari economici e politici dei piccoli Stati dei Caraibi e dell’America Centrale nel caso questi non fossero stati in grado di far fronte al debito estero o di garantire la sicurezza dei residenti stranieri e dei loro beni, in modo da scongiurare futuri interventi europei.

Con questo gli Stati Uniti passarono dal mero contrasto alle iniziative coloniali europee nelle Americhe al diritto di intervento con la forza negli affari interni dei paesi latino americani se nel caos o mal amministrati. Questo, ufficialmente, era per prevenire legittimi interventi di paesi europei a tutela di propri cittadini e dei loro beni che fossero minacciati in Sudamerica ma, in pratica, si trattava di passare dal ruolo di fratello maggiore a quello del poliziotto che tiene l’ordine con le buone o con le cattive nel proprio quartiere.

Gian Carlo Poddighe

Fonti
– Crisi in Venezuela e la lezione del passato di Alessandro Maria Raffone
– L’Italia e l’ascesa degli Stati Uniti al rango di potenza mondiale, 1896-1909: diplomazia, dibattito pubblico, emigrazione durante le amministrazioni di William McKinley e Theodore Roosevelt di Giampaolo Ferraioli
– L’Italia e l’ascesa degli Stati Uniti al rango di potenza mondiale (1896-1909). Diplomazia e dibattito pubblico, emigrazione durante le amministrazioni di William McKinley e Theodore Roosevelt’, di Gian Paolo Ferraioli
– Il colonialismo popolare. L’emigrazione e la tentazione espansionistica italiana in America latina di Stefano Pelaggi
– Italia y el bloqueo naval de Venezuela (1902-1903) di Erminio Fonzo
– Wikipedia la crisi venezuelana del 1902-1903
– L’Italia ed il blocco navale del Venezuela nel 1902-3  di Leonardo Sunseri pubblicato da L’Italia Coloniale

 

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