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Avvento e caduta del potere marittimo romano – parte I

tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: dal II SECOLO AVANTI CRISTO 
AREA: MEDITERRANEO
parole chiave: Roma, Cartagine, potere marittimo
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Il potere di Roma sul mare
Nel II secolo avanti Cristo Roma, avendo raggiunta una stabilità politica con le popolazioni limitrofe, si rese conto che per estendere la propria egemonia politica ed economica sui Paesi rivieraschi del Mediterraneo avrebbe dovuto ottenere il controllo dei mari circostanti. Ciò avrebbe permesso di debellare sia i numerosi pirati presenti lungo le coste della penisola sia di porre un limite all’incontrastata supremazia marittima cartaginese.

II secolo avanti Cristo – Roma assume il controllo dell’Italia centrale e si spinge verso Sud. E’ l’inizio dell’espansione romana nel Mar Mediterraneo ma solo Cartagine è in grado di opporsi alla sua potenza.

Cartagine grazie alla sua abilità politico – commerciale, sostenuta da una flotta imponente, dominava all’epoca buona parte delle coste occidentali del Mediterraneo, esercitando un vero e proprio controllo del traffico mercantile. Il popolo cartaginese, di origini fenicie, grazie ad un’esperienza marinara secolare, inviava le sue navi sulle rotte di tutto il Mediterraneo, oltrepassando le mitiche Colonne  d’Ercole verso nord fino all’odierno Portogallo e verso Sud lungo le coste dell’attuale Marocco. Per proteggere i propri traffici marittimi dai pirati greci ed etruschi, Cartagine si era munita di una flotta imponente, composta da cinquecento quinqueremi, veloci e ben armate, condotte da abili ed esperti marinai. Ad una flotta efficiente corrispondeva un supporto logistico tramite le numerose colonie in Sardegna ed in Sicilia che erano dotate di magazzini ed attrezzati cantieri navali.

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Mozia, Sicilia, il porto interno (cothon), autore Sandro Baldi, Bologna, Italia, estate 1984-Public Domain File:Il cothon.jpg – Wikimedia Commons

Un tipico esempio di tali strutture è ancora visibile sull’isolotto di Motya, nello Stagnone a nord di Marsala che, seppure distrutto nel IV Secolo avanti Cristo da Dionisio, tiranno di Siracusa, conserva ancora l’antico bacino di carenaggio (kothon) usato dalle navi fenicie.

Situazione politica nel III secolo a.C.
Tuttavia per meglio comprendere gli eventi che portarono alla prima guerra punica bisogna risalire alla situazione politica della penisola italica del terzo secolo. I Romani, avevano sconfitto nel 290 a.C. i Sanniti ed i Sabini, ultimi alleati della Lega italica composta anche da Etruschi, Lucani ed Umbri, e per ampliare il proprio “spazio vitale” e le proprie risorse economiche, si spinsero verso il Sud della penisola.

Con una brillante mossa strategica, Roma inviò alcune navi nello Ionio per soccorrere la città ionica di Thurii, insidiata dai Lucani, attraversando il confine proibito di Capo Colonne. Tale limite geografico era stato stabilito nel 303 a.C. in un trattato di amicizia e mutua non interferenza con una delle città più ricche della Calabria greca, Tarentum, l’odierna Taranto. Dell’episodio Appiano di Alessandria racconta di dieci triremi romane che, al comando del Console Cornelio, dopo aver oltrepassato Capo Colonne, si erano dirette in ricognizione nella rada di Taranto. Un primo nucleo navale era stato creato nel 348 a.C., dopo la cattura delle triremi degli Anziati, e dal 312 a.C. era stata creata una struttura navale in mano ai Duumviri navali (Duumviros navales), incaricati dell’allestimento e della logistica della flotta. Le navi utilizzate per la missione furono probabilmente delle triremi adattate al trasporto delle truppe e delle armi necessarie per portare soccorso alla città costiera di Thurii (Livio).

La beffa di Taranto: come Roma trovò un motivo per espandersi verso Sud … la nascita della flotta romana

Appiano ci riporta che alla vista delle navi Romane, i cittadini di Taranto intenti ad osservare uno spettacolo teatrale insorsero in armi distruggendo ben quattro triremi e catturandone una. La risposta romana non si fece attendere. Il Console Emilio, sebbene impegnato nella guerra contro i Sanniti, fu richiamato dal Senato e gli fu ordinato di invadere il territorio di Taranto. I Tarantini, non essendo in possesso di un esercito capace di opporsi ai Romani, chiesero aiuto a Pirro, re dell’Epiro. Tale abitudine non era nuova agli abitanti della città che in passato avevano già ricorso a condottieri greci per la loro sicurezza nel 314 con Alessandro il molosso d’Epiro e nel 302 con Cleonimo lo spartano. La campagna militare fu sanguinosa per ambedue le parti e terminò tragicamente nel 275 a.C. presso Malevento (l’odierna Benevento), lasciando l’Urbe padrona incontrastata di tutta la penisola.

Sicilia
Roma, vedendo ormai così vicina la ricca Sicilia, decise che era giunto il momento di impossessarsene (Floro). Nel 267 a.C., nonostante la presenza della flotta cartaginese, attraversarono lo stretto in soccorso dei Mamertini, una tribù di mercenari campani, assediati dalle truppe di Gerone di Siracusa.

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Asse anonimo (Roma repubblicana). Circa 240-225 BC. Æ Aes Grave (259.53 grammi). testa barbuta di Janus; prua di galea verso destra; riferimenti Crawford 35/1; Vecchi, ICC 74; Haeberlin pl. 12-13File:Vecchi 051 – transparent background.PNG – Wikimedia Commons

Non possedendo un numero sufficiente di navi da guerra, i Romani allestirono delle pesanti zattere e delle vecchie triremi da carico sequestrate a Locri ed a Taranto.

I primi mezzi da sbarco furono pesanti zattere per il trasporto di soldati  e vecchie triremi, mezzi ancora insufficienti per contrastare la flotta punica

I Siracusani, incapaci di opporsi ad un esercito così agguerrito, si ritirarono disordinatamente, incalzati dalle legioni romane. Tale situazione di estrema tensione precipitò con l’assedio di Agrigento e la caduta delle città costiere della Sicilia occidentale. Un’azione provocatoria che Cartagine, di fronte allo sconfinamento romano nella sua area di influenza, non poteva trascurare. Rapidamente Cartagine decise di potenziare la sua flotta in Sicilia, stanziandola al largo di Capo Peloro.

Akragas
Dopo la caduta di Agrigento (262 a.C.) il Senato Romano incominciò ad accarezzare l’ipotesi di potersi impossessare di tutta la Sicilia, in modo da creare uno stato cuscinetto tra l’area di influenza Cartaginese e quella Romana. Ma eisteva in gap tecnologico e culturale tra i potenti Cartaginesi ed i Romani. Sebbene la tattica terrestre romana non avesse uguali, in mare le lente e poco manovriere triremi romane non potevano competere con le agili quinqueremi Cartaginesi. Uno scontro in mare sarebbe stata una tragedia annunciata. Per Roma la battaglia doveva svolgersi a terra. Intanto il generale Annibale il Vecchio, comandante supremo delle forze navali e terrestri cartaginesi, sfruttando la superiorità marittima, poté così sbarcare truppe e rifornimenti alle spalle delle forze dell’Urbe, contribuendo a mantenere una situazione di stallo tra le due forze.

Nascita del potere marittimo romano
Solo allora Roma si rese conto della necessità di dover sviluppare una flotta navale in grado di competere con quella punica e di assicurare il controllo delle acque circostanti la Sicilia. Fu un fortuito incidente ad una pentera avversaria, arenatasi lungo le coste orientali sicule, a fornire la possibilità di acquisire il “Know-how” necessario alla costruzione di una vera e propria Marina da guerra.

Come da una nave arenata, Roma si costruì una flotta potente ed addestrata

Polibio racconta che i Romani costruirono, imitando la struttura della nave catturata, una flotta composta da più di 100 quinquiremi; nel frattempo, sotto la guida di esperti navigatori greci, addestrarono i propri equipaggi costruendo a terra delle impalcature in legno del tutto simili ai posti di manovra di bordo. In altre parole, dei veri e propri “simulatori di manovra” dove i rematori (remiges) vennero preparati alle varie andature di navigazione. I soldati dell’Urbe, abituati ad una guerra prevalentemente terrestre, avevano poca esperienza di guerra navale e gli stessi Comandanti erano per lo più liberti che impiegavano le tattiche navali tramandate dalla tradizione greca. La tecnica di combattimento prevedeva lo speronamento delle unità nemiche grazie al potente rostro prodiero, preceduto da veloci manovre di aggiramento ravvicinato degli scafi avversari per causarne la rottura dei remi.

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la nave punica di Marsala conservata al baglio Anselmi – autore foto Sarah Murray https://www.flickr.com/photos/sarah_c_murray/5552069067/ File:Marsala ship 4.jpg – Wikimedia Commons

Dopo un primo sfortunato evento nelle acque antistanti Lipari, in cui il comandante della flotta romana Gneo Cornelio Scipione fu fatto prigioniero da Annibale (anche se con l’inganno), il Console Caio Duilio, Comandante della fanteria, assunse il pieno Comando della flotta. Resosi conto della limitata esperienza navale degli equipaggi ideò una rivoluzionaria attrezzatura marinaresca che cambio le regole del gioco nel combattimento in mare, “il corvo”.

 

I “corvi” erano costituiti da pesanti passerelle uncinate che permettevano alla nave attaccante di unirsi solidamente a quella attaccata, creando delle solide piattaforme di combattimento. I soldati romani potevano così arrembare la nave nemica, ormai incapace di manovrare, con le stesse regole del combattimento terrestre (Tito Livio).

Per mezzo di questa geniale invenzione, nel 260 a.C. con la grande vittoria navale di Milazzo, Roma conquistò il potere marittimo delle acque circostanti la penisola e pose le basi del suo impero sui mari ma, soprattutto cambiò il modo di fare la guerra in mare … era nato l’arrembaggio.

fine I parte – continua

in anteprima rostro – Sovrintendenza del mare della Sicilia

 

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PARTE I PARTE II

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