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Roma sul mare, l’importanza del Mare Nostrum per la sopravvivenza dell’Impero di Andrea Mucedola

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livello elementare 
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: I – IV SECOLO d.C.
AREA: ROMA
parole chiave: Mare nostrum, impero romano


Mare Nostrum
era il nome romano per il Mar Mediterraneo. Il termine rappresentava una dichiarazione del potere che i Romani avevano acquisito sul mare grazie ad una flotta potente che proteggeva la flotta commerciale dai nemici dell’Impero. Il connubio politico tra flotta e commercio era la chiave della prosperità del popolo romano la cui sopravvivenza derivava dal flusso di merci verso Roma. Dopo duemila anni quest’equazione non è cambiata.


La flotta mercantile di Roma

All’epoca di Nerone, l’arrivo della flotta del grano da Alessandria, nel corso del mese di giugno, era salutata come un avvenimento di grande importanza. Secondo una fonte anonima del IV secolo d.C., sotto Augusto, l’Egitto inviava ogni anno a Roma 20.000.000 modii di grano, vale a dire circa 140.000 tonnellate.

Flavio Giuseppe scrisse che, all’epoca di Nerone, il grano egiziano nutriva Roma per quattro mesi. E’ stato stimato che annualmente dovevano arrivare a Roma, solo per mare, 60.000.000 modii di grano, circa 420.000 tonnellate. Le navi commerciali erano scortate da imbarcazioni da guerra e venivano precedute da naves tabellariae che annunciavano l’arrivo della flotta. Un evento da tutti aspettato con ansia.

Seneca ci ha lasciato una descrizione impressionante dell’agitazione che si impadroniva della folla nel porto di Pozzuoli in Campania all’arrivo delle navi. Oltre al grano, il vino rappresentava un altro prodotto di largo consumo, così come l’olio, utilizzato non solo per l’alimentazione, ma anche per l’illuminazione e le frizioni nei bagni pubblici. Inoltre, si faceva grande uso in cucina di una salsa di pesce, il garum. A questi prodotti alimentari, si aggiungevano i materiali necessari per le lavorazioni come le barre di ferro oppure lingotti di rame o piombo. Non ultimi prodotti di lusso: animali rari per i giochi del circo, marmi policromi dall’Africa e dall’Asia Minore ed i  graniti dall’Egitto trasportati dalla lapidariae e le spezie dall’estremo Oriente.

Ma come venivano trasportate queste merci?
Erano impiegati contenitori indistruttibili di terracotta: le anfore. Questi oggetti, duraturi nel tempo, hanno consentito di risalire a numerose informazioni grazie ai marchi che identificavano i proprietari o i costruttori. Inoltre, la loro forma era diversa in funzione dell’origine geografica. Questo ha consentito quindi di comprendere la rete marittima romana. Dalle fonti emerge che in epoca imperiale, le anfore provinciali iniziarono ad affluire al porto di Ostia. Intorno al I secolo, il vino proveniva principalmente dalla Catalogna mentre dal sud della Spagna il tanto desiderato garum.

Le anfore olearie della Betica, dopo essere arrivate a Roma, erano svuotate e poi gettate. La testimonianza la si ritrova al Testaccio, sulla riva destra del Tevere, un monticello formato solo dai resti di anfore. Le anfore della Betica, che formano la maggior parte delle 50.000.000 del Monte Testaccio, sono vasi molto grandi che pesavano a pieno carico circa 90 kg. Tenendo conto che ogni nave poteva trasportarne più di tremila il guadagno per ogni carico era notevole. Dall’analisi incrociata di reperti fittili, si scopre che nel II secolo la Gallia divenne la maggiore rifornitrice di vino mentre l’olio proveniva dalle coste africane.

Durante tutta l’epoca imperiale  il mare nostrum  orientale divenne fornitore non solo del grano vitale per la sopravvivenza del popolo. A Roma giungevano in un anno 60.000.000 modii di grano, ovvero 1200 grosse imbarcazioni trasportanti 350 tonnellate. Essendo queste merci dirette principalmente a Roma sorse il problema di come trasportare le merci sbarcate dal mare da queste pesanti imbarcazioni. Tenendo conto dei periodi di secca o di troppa piena fu quindi necessario creare un hub marittimo sulla costa dove costruire depositi e moli per le imbarcazioni di transito ovvero necessarie per il prelievo dalle grandi navi dei materiali ed il trasporto al porto fluviale di Ostia. Operazioni non semplici considerando i bassi fondali ed il moto ondoso che non rendeva facili i movimenti.

La nascita della portualità
Alla fine della Repubblica, la crescita demografica di Roma rese necessario lo sviluppo delle strutture che culminarono nel I secolo con le opere mirabili ancor oggi ammirabili del porto di Traiano ad Ostia, una struttura funzionale e più arretrata rispetto a quella del porto di Claudio troppo esposto alle condizioni meteo marine. I lavori durarono dal 100 al 112  a.C.  con la creazione di un caratteristico bacino di forma esagonale collegato al mare da un canale.
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portus Julius di Pozzuoli

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L’altro importante porto di Pozzuoli, situato a ovest della baia di Napoli, aveva un’importanza strategica raccogliendo i carichi di grano dalla Sardegna e dalla Sicilia, in epoca repubblicana, e successivamente da Alessandria. Anche in questo caso naviculae venivano caricate con le merci e facevano la spola con Ostia. Una flotta di circa novanta imbarcazioni per il trasporto del  grano che in due giorni giungevano ad Ostia dove una perfetta organizzazione regolata da leggi che consentiva l’effettuazione delle operazioni di carico e scarico.
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naves caudicariae

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La merce era trasferita sulle naves caudicariae che venivano a loro volta trainate dalla riva destra del fiume da animali da soma oppure da schiavi. I relitti delle onerarie maggiori Fiumicino 1 e 2 rappresentano la testimonianza archeologica di queste imbarcazioni. Esse vennero a seguito dei lavori per la costruzione dell’aeroporto di Fiumicino. Questi relitti erano posizionati a ridosso del molo destro del porto di Claudio in un’area marginale del bacino, facilmente soggetta ad insabbiamento. 

La flotta militare
Se i Romani possono essere ricordati come grandi soldati e ingegneri, non si può dire che all’inizio fossero dei grandi navigatori. Nei primi anni si servirono di piloti greci e solo durante la guerra punica dovettero modificare la loro policy navale. Roma aveva impiegato navi militari dalla prima Repubblica nel IV secolo avanti Cristo  in risposta alla minaccia dei pirati nel Mar Tirreno, ma fu nel 260 a.C. che costruirono, in soli 60 giorni, la  prima flotta degna di questo nome. Una flotta di 100 quinqueremi e 20 triremi fu assemblata in risposta alla minaccia di Cartagine. In modo tipicamente romano, gli ingegneri romani copiarono e migliorarono un quinquereme cartaginese che si era arenato sulla costa.

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Gli equipaggi vennero addestrati alle manovre impiegando delle panche  simili alle navi  e furono scelti abili naviganti greci come piloti. Con il declino di Rodi la pirateria divenne nel I secolo a.C. una minaccia crescente diffusa in tutto il Mediterraneo. Più di 1.000 navi pirata, talvolta organizzate con flotte e ammiragli, divennero il flagello del commercio marittimo. Arrivarono a razziare anche Ostia sconvolgendo l’importantissima fornitura di grano. Nel 67 a.C.  Roma, mise insieme una flotta ed assegnò a  Pompeo Magno carta bianca per liberare il mare. Con 500 navi, 120.000 uomini e 5.000 cavalieri a sua disposizione, Pompeo divise la sua forza in 13 zone e, liberò prima la Sicilia, poi il Nord Africa, la Sardegna e la Spagna. Alla fine, salpò per la Cilicia in Asia Minore, dove i pirati avevano le loro basi per un’ultima battaglia decisiva.

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Attaccando per mare e terra nella battaglia di Coracesio, Pompeo Magno negoziò la resa incondizionata dei pirati in cambio di un pezzo di terra per coloro che si arrendevano pacificamente. Scomparve cosi l’ultima minaccia al completo controllo di Roma sul Mar Mediterraneo. Di fatto quando Roma raggiunse la supremazia nel mare nostrum la flotta si distribuì in tutte le Province ed assicurò la tranquillità della navigazione della flotta mercantile dai nemici di Roma per oltre tre secoli.

In relazione alla velocità e all’utilizzo le navi militari potevano essere suddivise in:
Naves praetoriae (ammiraglie)
Naves longae (da guerra velocissime)
Naves liburnicae (molto veloci anche a 10 ordini di remi)
Naves actuariae (leggere da vedetta e per trasporto truppe)
Naves speculatoriae (da ricognizione per spiare le mosse del nemico)
Naves tabellariae (piccole unita per portare messaggi).

Il Capo supremo della flotta militare era il dux (generale dell’esercito), che in qualità di comandante della marina da guerra era denominato praefectus classis e veniva nominato dall’imperatore. Il capitano di una singola nave era il navarchus o praefectus navis o magister navis. Con la riforma augustea dell’esercito romano, il comandante  veniva chiamato centurio classiarius, equivalente al centurione delle forze terrestri.

Alle sue dipendenze aveva cento soldati specializzati al combattimento in mare chiamati miles classiarii. Il miles classiarius indossava una tunica di colore bruno-ferroso o blu mare ed era munito di armatura o corazza, elmo e persino gambali. Gli scontri erano sanguinosi e i militi dovevano impiegare armi anche molto pesanti. Nel periodo augusteo furono dotati di un elmo di provenienza celtica chiamato Montefortino che si prestava a difendersi da colpi dall’alto. Gli equipaggi venivano reclutati localmente e prelevati dalle classi più povere ma potevano anche includere reclute provenienti da stati alleati, prigionieri di guerra e schiavi. Gli equipaggi militari venivano addestrati nei porti di dislocazione al combattimento navale anche se, secondo la dottrina romana, erano considerati più fanti di marina che marinai. I miles classiarii nei documenti e monumenti funebri, ricevevano lo stesso stipendio degli ausiliari di fanteria ed erano analogamente soggetti alla legge militare romana. Gli scontri avvenivano a seguito degli arrembaggi con le modalità delle truppe di terra.

I classiarii convivevano con i veri marinai, ovvero con i remiges, addetti ai remi, con i nautae, marinai specializzati addetti alle vele ed alle manovre, e con i mesonautae addetti alle pompe di sentina. L’addestramento era ovviamente un requisito cruciale per l’efficienza della flotta. Di fatto, una caratteristica che si è tramandata nel tempo. La sua efficienza durò fino al collasso dell’Impero quando il mare nostrum diventò di nessuno. Ma questa è un’altra storia.

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