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Esiste una relazione tra le zone morte e l’aumento di attacchi degli squali lungo le coste?

tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: ECOLOGIA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANI
parole chiave: dead zone, squali

 

Da uno studio effettuato nel 2006 nelle acque dell’Oregon, Stati Uniti,  a seguito di un aumento significativo degli attacchi degli squali bianchi a surfisti e bagnanti, sono emerse alcune teorie che accomunano questi eventi drammatici a comportamenti anomali di questi squali che sembrano preferire sempre di più una permanenza lungo le coste su bassi fondali.

Inizialmente si pensò fosse correlato all’aumento del fitoplancton che sembra danneggi parte del cervello (ipotalamo) dei pinnipedi, da sempre cibo preferito degli squali. Il senso di stordimento e di reazioni epilettiche riscontrato nei leoni marini provocava delle reazioni di agitazione nelle acque che attiravano gli squali bianchi sui bassi fondali. Analisi effettuate sull’ipotalamo dei leoni marini mostrava effettivamente dei danni cerebrali che giustificavano questo comportamento ma i biologi marini osservarono anche un altro fenomeno. Su segnalazione dei pescatori di granchi, era stata riscontrata una moria eccessiva dei crostacei stranamente ammassati sotto costa. Ispezioni con ROV rivelarono che i fondali apparivano desolatamente costellati da crostacei morti. La causa fu trovata nella diminuzione drastica del contenuto di ossigeno nell’acqua. In altre parole gli scienziati scoprirono una nuova zona morta.

Dead zone vs squali
Le zone morte sono dovute all’aumento dei nitrati che alimentando le alghe provocano un consumo eccessivo dell’ossigeno. Tra le zone morte più note è quella situata nel Golfo del Messico. Esiste una relazione tra l’aumentare degli squali sotto costa e la diminuzione di ossigeno nell’acqua? Effettivamente a Galveston, Texas, è stata riportata in questi ultimi anni un’insolita ondata di attacchi da parte degli squali. La zona geografica è tristemente famosa per l’impatto ambientale che stagionalmente subisce a causa del Mississipi che vi sfocia con il suo trasporto di residui chimici provenienti dalle coltivazioni.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è OCEANOGRAFIA-AMBIENTE-GOLFO-DEL-MESSICO-Dead_Zone_NASA_NOAA-1024x791.jpg

Aree morte nel Golfo del Messico, 2011 – Fonte e autore U.S. National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA) – pubblico dominioDead Zone NASA NOAA.jpg – Wikipedia

Negli ultimi 30 anni, la zona morta del Texas è stata un evento annuale, alimentato dal crescente uso di fertilizzanti a base di nitrati da parte degli agricoltori nello spartiacque del Mississippi.  I nitrati, trasportati nelle calde acque estive del Golfo dal fiume, alimentano le alghe che consumano ossigeno e rendono l’acqua inospitale per altre forme di vita fino a fine settembre o agli inizi di ottobre quando l’inversione dei venti modifica le circolazioni delle acque. Questa zona si è estesa su 5.800 miglia quadrate del Golfo del Messico, dalla foce del fiume Mississippi, nel sud-est della Louisiana, vicino al confine con il Texas, a 400 km a ovest, creando una area priva di ossigeno nella quale la vita marina non può vivere. La cosa preoccupante è che quest’area si avvicina sempre più alla costa a causa dei venti e correnti. Tutto ciò che vive in quelle acque, a parte i pesci e i granchi che possono muoversi, muore. Gli squali cercando acque più ossigenate si avvicinano quindi in costa, su bassi fondali, dove possono trovare maggiori prede. La zona morta obbliga infatti i pesci a ricercare acqua maggiormente ossigenate per cui prede e predatori si avvicinano alle coste causando, tra l’altro, un aumento della pericolosità delle acque per bagnanti e surfisti.

Aree di morte
Secondo il NASA Earth Observatory (2008) le dimensioni e il numero delle aree in cui il livello di ossigeno disciolto si è abbassato pericolosamente (al punto che le creature del mare non possono sopravvivere) sono cresciute in modo esponenziale nell’ultimo mezzo secolo. Le zone morte sono aree ipossiche (a basso tenore di ossigeno) causate da un eccessivo inquinamento di nutrienti dalle attività umane unito ad altri fattori che riducono l’ossigeno necessario a sostenere la maggior parte della vita marina nelle acque di fondo e di fondo. La loro prima scoperta avvenne negli anni ’70 quando gli oceanografi iniziarono a notare l’aumento delle aree interessate, localizzate vicino a coste abitate caratterizzate dall’inquinamento umano. Questo processo, chiamato eutrofizzazione, causa una diminuzione significativa dei livelli di ossigeno con l’aumento di azoto e fosforo, derivanti dalle sostanze fertilizzanti impiegate nelle agricolture intensive. Queste sostanze chimiche sono gli elementi costitutivi fondamentali di organismi monocellulari di origine vegetale che vivono nella colonna d’acqua e la cui crescita è limitata in parte dalla disponibilità di questi materiali. Un loro aumento può portare a sviluppi abnormi del fitoplancton, un fenomeno noto come fioritura algale. L’aumento di azoto e fosforo causa generalmente la fioritura dei cianobatteri che  non sono un buon alimento per zooplancton e pesci e quindi si accumulano nell’acqua, muoiono e si decompongono. La degradazione batterica della loro biomassa consuma l’ossigeno nell’acqua, creando così lo stato di ipossia e la morte in quelle acque.

mucillagine su gorgonia – photo credit @andrea mucedola

Ma anche il clima contribuisce
Durante i mesi primaverili, con l’aumentare delle precipitazioni, l’acqua ricca di nutrienti scorre lungo la foce dei fiumi trasportando sostanze provenienti dalle coltivazioni. Nell’emisfero settentrionale, con l’aumentare dell’esposizione solare primaverile, la crescita delle alghe nelle zone morte aumenta e questo è ben visibile sui fondali marini che vengono ricoperti da mucillagini a dir poco non attraenti. Il processo si inverte con l’autunno quando l’abbassamento delle temperature riduce o elimina il problema, anche se il danno è stato fatto.

aree di ipossia in ambito europeo – autore EEA – unless otherwise indicated, re-use of content on the EEA website for commercial or non-commercial purposes is permitted free of charge, provided that the source is acknowledged (https://www.eea.europa.eu/legal/copyright). Copyright holder: European Environment Agency (EEA) da Distribution of oxygen-depleted ‘dead zones’ in European seas — European Environment Agency (europa.eu)

Nel marzo 2004, quando il Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite, pubblicò il suo primo annuario Global Environment Outlook (GEO Year Book 2003), segnalò ben 146 zone morte negli oceani del mondo. Alcuni di questi erano piccoli come un chilometro quadrato (0,4 mi²), ma la più grande zona morta copriva 70.000 chilometri quadrati (27.000 mi²). Di fatto dal Baltico al Golfo del Messico, dal Mediterraneo al golfo di Oman, le zone morte stanno aumentando e se ne contano ormai più di 400 in tutti i mari.

Pensateci quando osserverete la mucillagine spiaggiata o sui rami di gorgonia  … c’è molto di peggio dietro.

in anteprima: le zone morte del nostro pianeta sono in crescita … ecco una mappa della NASA del 2010 che forniva una situazione già drammatica. I cerchi rossi mostrano la posizione e le dimensioni di molte delle zone morte del nostro pianeta mentre i punti neri dove sono state osservate zone morte, ma la loro dimensione era sconosciuta. Non è un caso che le zone morte si trovino a valle di luoghi in cui la densità della popolazione umana è elevata (marrone più scuro). I blu più scuri in questa immagine mostrano concentrazioni più elevate di materia organica particolata, un’indicazione delle acque eccessivamente fertili che possono culminare in zone morte – Fonte NASA Osservatorio della Terra – Autori: Robert Simmon e Jesse Allen su base dati Robert Diaz, Virginia Institute of Marine Science (zone morte); the GSFC Ocean Color team (sul particulate organic carbon); e del Socioeconomic Data and Applications Center (SEDAC) (sulla densità di popolazione). File:Aquatic Dead Zones.jpg – Wikimedia Commons

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Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

 

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