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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: I – IV SECOLO d.C.
AREA: ROMA
parole chiave: Mare nostrum, impero romano
Mare Nostrum, un termine che identificava il nostro mare ovvero quello che bagnava le coste dei territori romani. Abbiamo letto molti articoli sulla straordinaria storia navale romana comprendendo come i Romani, sin dall’epoca repubblicana, avessero compreso l’importanza del controllo e sfruttamento delle vie marittime, per mezzo di flotte militari per proteggere il proprio flusso commerciale. Di fatto, il supporto della flotta alle attività commerciali, sebbene solo uno dei tanti compiti assegnati all flotta, fu la chiave della prosperità del popolo romano, la cui sopravvivenza era legata al flusso di merci verso Roma. Anche se da un punto di vista della sicurezza marittima, i confini dell’allora mare nostrum si siano oggigiorno notevolmente allargati, il concetto che chi ha il potere sul mare assicura il benessere e la prosperità del proprio territorio non è cambiato.
La flotta mercantile di Roma
All’epoca di Nerone, l’arrivo della flotta del grano da Alessandria, nel corso del mese di giugno, era salutata come un avvenimento di grande importanza. Secondo una fonte anonima del IV secolo d.C., la cosiddetta Epitome de Caesaribus, già sotto Augusto, l’Egitto inviava ogni anno a Roma 20.000.000 modii di grano, vale a dire circa 140.000 tonnellate. Flavio Giuseppe scrisse che, all’epoca di Nerone, il grano egiziano nutriva Roma per quattro mesi; solo per mare, annualmente, dovevano arrivare a Roma 60.000.000 modii di grano, ovvero circa 420.000 tonnellate. Una quantità enorme che veniva assicurata da una flotta commerciale ben organizzata ma non esente dai rischi del mestiere.

Carta dell’Impero Romano con colori differenti per le province senatorie (rosa) e imperiali (rosso) nel 120 d.C – Autore ColdEel opera propria – File:Senatorial and Imperial provinces in 120 AD.png – Wikimedia Commons
Seneca ci ha lasciato una descrizione dell’agitazione che si impadroniva della folla nel porto di Pozzuoli in Campania all’arrivo delle navi. Oltre al grano, il vino rappresentava un altro prodotto di largo consumo, così come l’olio, utilizzato non solo per l’alimentazione ma anche per l’illuminazione e le frizioni nei bagni pubblici. Inoltre, prodotti alimentari come una salsa di pesce, il garum, una colatura di interiora di pesce salato di cui gli antichi Romani sembra impazzissero impiegandola come condimento per molti piatti. Secondo Plinio il vecchio, sembrerebbe che il migliore fosse il garum sociorum, prodotto con gli sgombri, proveniente dalla Spagna dove i fenici lo esportavano in tutto il Mediterraneo ma soprattutto in Italia
A questi prodotti alimentari, si aggiungevano i materiali necessari per le lavorazioni come barre di ferro oppure lingotti di rame o piombo. Non ultimi prodotti di lusso: animali rari per i giochi, marmi policromi dall’Africa e dall’Asia Minore ed i graniti dall’Egitto trasportati dalla lapidariae e le spezie dall’estremo Oriente.
Ma come venivano trasportate queste merci?
Erano impiegati contenitori indistruttibili di terracotta: le anfore. Questi oggetti, duraturi nel tempo, hanno consentito di risalire a numerose informazioni grazie ai marchi che identificavano i proprietari o i costruttori. Inoltre, la loro forma era diversa in funzione dell’origine geografica, caratteristica che ha permesso agli archeologi di comprendere la rete commerciale marittima romana.
Dalle fonti emerge che in epoca repubblicana le anfore provinciali iniziarono ad affluire al porto di Ostia. Intorno al I secolo, il vino proveniva principalmente dalla Catalogna mentre dal sud della Spagna il tanto desiderato garum. Le anfore olearie della Betica, dopo essere arrivate a Roma, erano svuotate e poi gettate come testimoniato dal monte del Testaccio, sulla riva sinistra del Tevere, una discarica di cocci formata principalmente da resti di anfore della Betica, una tipologia prevalente tra i 50.000.000 di contenitori ceramici del Monte Testaccio. Si trattava di vasi da trasporto molto grandi che pesavano a pieno carico circa 90 kg. Tenendo conto che ogni nave poteva trasportarne più di tremila, il guadagno per ogni carico era notevole. Dall’analisi incrociata dei reperti fittili, si è scoperto che nel II secolo d.C. la Gallia divenne la maggiore rifornitrice di vino mentre l’olio proveniva dalle coste africane.

il Porto di Traiano, affresco dai Palazzi vaticani, XVI secolo, “Sole fecondo, che col carro ardente porti e nascondi il giorno, e nuovo e antico rinasci, nulla più grande di Roma possa mai tu vedere!” (Quinto Orazio Flacco), autore della foto Jason Urbanus, Rome-Portus-Vatican-Fresco.gif – Wikimedia Commons
Durante tutta l’epoca imperiale l’Egitto divenne la fonte primaria di grano, nutrimento fondamentale per la sopravvivenza del popolo. Il flusso era tale che sorse il problema di come gestire il flusso, oggi stimato in circa 1.200 grosse onerarie che trasportavano 350.000 tonnellate di merci. Tenendo conto dei periodi di secca o di troppa piena del Tevere, fu necessario creare un porto marittimo ad Ostia dove costruirono depositi e moli. A causa delle frequenti barre di sabbia create dai depositi del Tevere, le onerarie davano fondo davanti alla foce del fiume e trasbordavano il loro carico su navi più piccole (caudicariae) che poi risalivano il fiume.
La nascita della portualità
Alla fine della Repubblica, la crescita demografica di Roma rese necessario lo sviluppo delle strutture esistenti che culminarono, nel I secolo, con le opere mirabili del porto di Traiano e Claudio, esposti all’insabbiamento. I lavori durarono dal 100 al 112 a.C. con la creazione di un caratteristico bacino di forma esagonale collegato al mare da un canale. Si trattava di una flotta di circa novanta imbarcazioni per il trasporto del grano che impiegavano due giorni per raggiungere il sorgitore romano dove una perfetta organizzazione, regolata da precise leggi, consentiva l’effettuazione ordinata delle operazioni di carico e scarico.

affresco di nave caudicaria Isis geminiana da Ostia antica
La merce era trasferita sulle naves caudicariae, provenienti da Ostia, che venivano rimorchiate sempre dalla riva sinistra del Tevere (prossima alla via Ostiense) mentre quelle provenienti da Ostia dalla riva destra (prossima alla via Portuense).
I relitti delle onerarie maggiori, Fiumicino 1 e 2, ritrovate a seguito dei lavori per la costruzione dell’aeroporto di Fiumicino, rappresentano una testimonianza archeologica di queste imbarcazioni. Questi relitti furono ritrovati a ridosso del molo destro del porto di Claudio, facilmente soggetta ad insabbiamento.
La flotta militare
Se i Romani possono essere ricordati come grandi soldati e ingegneri, non si può dire che all’inizio fossero dei grandi navigatori. Roma aveva impiegato navi militari a partire del IV Secolo a.C. in risposta alla minaccia dei pirati nel Mar Tirreno, ma fu nel 260 a.C. che costruirono, in soli 60 giorni, la prima flotta degna di questo nome. Una flotta di cento quinqueremi e 20 triremi fu assemblata in risposta alla minaccia di Cartagine. In modo tipicamente romano, gli ingegneri romani copiarono e migliorarono un quinquereme cartaginese che si era arenato sulla costa.

Disegno di una trireme con il corvo, nave da guerra della I guerra punica – autore Lutatius Quinquereme-and-corvus.jpg – Wikimedia Commons
Gli equipaggi vennero addestrati alle manovre impiegando delle panche simili alle navi e furono scelti abili naviganti greci come piloti. In seguito, sovvenzionata dal re del Ponto Mitridate, la pirateria divenne nel I secolo a.C. una minaccia crescente diffusa in tutto il Mediterraneo. Più di mille navi pirata, talvolta organizzate con flotte e ammiragli, divennero il flagello del commercio marittimo. Arrivarono a razziare anche il porto di Ostia, sconvolgendo l’importantissima fornitura di grano. Nel 67 a.C. Roma mise insieme una flotta potente ed assegnò a Pompeo Magno carta bianca per liberare il mare dalla minaccia dei pirati. Con 500 navi, 120.000 uomini e 5.000 cavalieri a sua disposizione, Pompeo divise la sua forza in tredici zone marittime e, liberò prima la Sicilia, poi il Nord Africa, la Sardegna e la Spagna. Alla fine, salpò per la Cilicia in Asia Minore, dove i pirati avevano le loro basi per un’ultima battaglia decisiva.. Attaccando per mare e terra nella battaglia di Coracesio, Pompeo Magno offrì i pirati, in cambio della resa incondizionata, un pezzo di terra per coloro che si arrendevano pacificamente. Scomparve cosi l’ultima minaccia e Roma ottenne il completo controllo del Mar Mediterraneo. Memori della necessità di una presenza navale continua in funzione di deterrenza, la flotta romana fu distribuita in tutte le Province ed assicurò la tranquillità della navigazione della flotta mercantile dai nemici di Roma per oltre tre secoli.
In relazione alla velocità e all’utilizzo le navi militari potevano essere suddivise in:
Naves praetoriae (ammiraglie)
Naves liburnicae (molto veloci anche a 10 ordini di remi sviluppate sul modello delle navi piratesche dei Liburni)
Naves actuariae (leggere per trasporto truppe)
Naves speculatoriae (da ricognizione)
Naves tabellariae (piccole unita per portare messaggi).
Il Comandante in capo di ciascuna delle flotte imperiali era denominato praefectus classis e veniva nominato dall’imperatore. Il capitano di una singola nave era il navarchus o praefectus navis o magister navis.
Alle sue dipendenze aveva soldati specializzati al combattimento in mare chiamati miles classiarii. Il miles classiarius indossava una tunica ed era munito di armatura o corazza, elmo e gambali. Gli scontri erano sanguinosi e i militi dovevano impiegare armi anche molto pesanti per cui i militari prescelti erano di sana e robusta costituzione fisica.
In epoca repubblicana furono dotati di un elmo di provenienza celtica chiamato Montefortino che si prestava a difendersi da colpi dall’alto. Gli equipaggi venivano reclutati localmente e prelevati dalle classi più povere ma potevano anche includere reclute provenienti da stati alleati, ma sempre uomini liberi. La diceria dell’impiego di schiavi è un errore storico. Gli equipaggi militari venivano addestrati nei porti di dislocazione al combattimento navale.
I classiarii ricevevano lo stesso stipendio degli ausiliari di fanteria ed erano soggetti alla legge militare romana. Convivevano con gli altri marinai, ovvero con i remiges, addetti ai remi, i nautae, marinai specializzati addetti alle vele ed alle manovre, etc.. L’addestramento era ovviamente un requisito cruciale per l’efficienza della flotta, una caratteristica che si è tramandata nel tempo.
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in anteprima affresco navi romane da Pompei, Museo Archeologico Nazionale di Napoli 8603 – autore foto ArchaiOptix Wall painting – war ships behind arcades – Pompeii (VI 17 9-11) – Napoli MAN 8603 – Marina militare romana – Wikipedia
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