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Pompei ed Ercolano anno 79 d.C.: un’intrepida operazione navale della flotta romana – parte I

Reading Time: 5 minutes

.

livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: I SECOLO 
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Vesuvio, flotta Miseno
.

Inizia oggi il racconto dell’operazione navale della flotta romana in soccorso ai cittadini di Pompei ed Ercolano, a seguito dell’eruzione del 79 d.C.. Al comando di questa operazione, che oggi chiameremmo di “disaster relief”, ci fu l’ammiraglio Plinio il vecchio, comandante in capo della flotta imperiale di Miseno. Domenico Carro analizza con estrema dovizia di particolari l’esecuzione della missione che pubblichiamo da oggi in cinque parti, con cadenza settimanale. Come sempre … buona e attenta lettura.

Pompei ed Ercolano, anno 79 d.C.
Le poche informazioni biografiche su Plinio il Vecchio, redatte da suo nipote e figlio adottivo [1], sono contenute soprattutto in due lettere di risposta a specifiche domande formulate da due senatori: Bebio Macrone, che aveva richiesto l’elenco completo delle opere scritte dal celebre erudito [2], e lo storico Tacito, che aveva sollecitato l’amico Plinio il Giovane a scrivergli della morte dello zio [3].

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Plinio-il-vecchio.jpg

Da tale lettera, i cui dati dovevano evidentemente contribuire alla redazione del libro delle Historiae relativo al principato di Tito [4], abbiamo appreso che quella morte avvenne nell’ambito di una missione condotta da Plinio il Vecchio, nella sua veste di comandante in capo della flotta imperiale di Miseno, nel 79 d.C.

Che si sia trattato di una vera e propria operazione navale di soccorso, lo sappiamo da quella stessa lettera: “operazione navale”, perché affidata agli equipaggi dell’intera squadra di quadriremi della classis Misenensis, e “di soccorso”, visto che fu proprio questo lo scopo della missione concepita dall’ammiraglio nel dirigersi con quelle navi verso l’ameno e popoloso litorale vesuviano [5], repentinamente attanagliato da un incubo impensabile, implacabile, atroce e funesto.

L’estrema gravità del cataclisma vulcanico che seppellì gran parte della fascia marittima vesuviana – con Pompei, Ercolano, Oplonti e Stabia – conferisce un peculiare interesse ad indagare sull’intervento delle navi romane che in quel contesto hanno navigato e sulle cui vicissitudini non ci è purtroppo pervenuta alcuna testimonianza diretta.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è plinio-1.jpg

La ricostruzione storica
Ai fini della ricostruzione storica dell’intervento navale, la nostra fonte letteraria primaria e pressoché esclusiva [6] è Plinio il Giovane con la citata lettera, la cui la narrazione, tuttavia, risulta ai nostri fini alquanto sommaria e lacunosa. Il problema non deriva, com’è stato sostenuto da autorevoli filologi, dalla reticenza dell’autore o dal suo intento di edulcorare artificiosamente il proprio racconto: l’analisi dell’onestà intellettuale di questa fonte storica ha infatti evidenziato l’assenza di qualsiasi motivo razionale che possa far dubitare della sua sincerità nel redigere le due lettere sull’eruzione [7]. I motivi della lamentata carenza sono più semplici e immediatamente riconoscibili. Innanzi tutto, Tacito non aveva chiesto cosa avessero effettuato le navi (essendo senatore e storico affermato, aveva una certa dimestichezza nel reperire gli atti ufficiali), ma solo qualche dettaglio sulla morte dell’ammiraglio [8]. In secondo luogo, le informazioni di prima mano sull’operazione erano state recepite da Plinio il Giovane quando era ancora diciottenne e, pur trovandosi a Miseno nella residenza dello zio, si era mostrato ben poco interessato alla spedizione navale [9].

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Infine, erano trascorsi da allora perlomeno cinque lustri quando egli scrisse la sua lettera di risposta a Tacito [10]: occorre quindi fare i conti con i limiti della memoria umana, che viene ingannata dal filtro dello stato emotivo [11] ed è soggetta, nel lungo termine, a dimenticanze e involontarie distorsioni derivanti dalle reiterate rielaborazioni inconsce dei ricordi. Semplificando al massimo, gli effetti più vistosi sono i seguenti: vengono trascurati i dati soggettivamente marginali; si subiscono importanti perdite per oblio; permane una predominanza delle fasi iniziali e finali di una vicenda [12].

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è vesuvio-79-aC.jpg

La ricostruzione storica dell’operazione navale condotta da Plinio il Vecchio può pertanto basarsi fondamentalmente sulla narrazione del nipote, purché venga tenuta presente la possibilità di lacune e involontari errori in tale preziosa testimonianza. Ad integrazione della nostra fonte letteraria primaria e di quel poco offerto da quelle secondarie [13], occorre ovviamente avvalersi dei dati desumibili dalla storia, dalla vulcanologia e dall’archeologia, così come da altre discipline correlate con le fonti storiche – letteratura, epigrafia, iconografia –, o con il passato – antropologia, tecnologia –, oltre a varie archeoscienze (ad esempio, paleobiologia, paleopatologia, paleogeografia, archeobotanica), nonché alla psicologia – non solo per i già citati comportamenti della memoria –, alla meteorologia, con particolare riferimento alle condizioni meteo-oceanografiche nel golfo di Napoli, alla nautica, incluse le pertinenti nozioni di astronomia per il calcolo del tempo, e senza trascurare l’arte del comando navale [14].

Fine  parte I – continua 

Domenico Carro

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PARTE I PARTE II PARTE III PARTE IV PARTE V

 

Note

[1] Plin. epist. 5, 8, 5.

[2] Plin. epist. 3, 5.

[3] Plin. epist. 6, 16. Nella seconda lettera sull’eruzione (Plin. epist. 6, 20) non viene detto più nulla su Plinio il Vecchio, ma vengono descritti fenomeni che si sono ripercossi anche sulla missione di soccorso.

[4] Dovrebbe trattarsi del perduto libro VIII delle Historiae di Tacito, redatto grosso modo negli anni 106 o 107, che corrispondono all’epoca in cui vennero scritte le due lettere di Plinio il Giovane sull’eruzione

[5] Plin. epist. 6, 16, 9: multis – erat enim frequens amoenitas orae – laturus auxilium.

[6] L’altra fonte biografica è Svetonio, che, nella sua sinteticissima Vita Plinii Secundi, attribuisce a Plinio il Vecchio una semplice navigazione esplorativa (con una liburna), alla quale l’ammiraglio invece rinunciò prima ancora di salpare, non appena ricevette la richiesta di aiuto di Rectina (Plin. epist. 6, 16, 7-8).

[7] Per l’analisi di questo importante aspetto: Carro 2021, pp. 10-17.

[8] Petis ut tibi avunculi mei exitum scribam (Plin. epist. 6, 16, 1); de morte avunculi mei scripsi (Plin. epist. 6, 20, 1).

[9] Aveva fin dall’inizio declinato l’invito ad accompagnare lo zio in mare, preferendo rimanere a studiare.

[10] V. nota 4.

[11] Plinio il Giovane era stato traumatizzato “dalle ansie e dai pericoli affrontati” durante l’eruzione, ed al cui ricordo egli ancora inorridiva quando scrisse a Tacito: animus meminisse horret (Plin. epist. 6, 20, 1).

[12] Esame della problematica con riferimenti alle fonti specialistiche: Carro 2021, pp. 17-21.

[13] Carro 2021, pp. 9-10, nonché pp. 14-15 (per Svetonio).

[14] Per una bibliografia sui pertinenti riferimenti alle predette discipline: Carro 2021, pp. 117-133.

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