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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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L’affondamento dell’Iride e le operazioni di salvataggio – parte VIII

Reading Time: 11 minutes

 

livello elementare

.

ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: DIDATTICA

parole chiave: Sommergibile Iride

 

L’Iride si appresta ad uscire al più presto dalla rada per immergersi e controllare il suo assetto in acque più profonde. Il comandante del sommergibile, il tenente di vascello Francesco Brunetti è ovviamente sulle spine, non vede l’ora di allontanarsi da quella baia con bassi fondali che gli ostacolerebbero la manovra in caso di fuga. Toschi, Tesei, De la Penne, Giorgini tornano sulla Calipso per avvicinarsi al Monte Gargano dove li attende l’ammiraglio Bruno Brivonesi per salutarli.

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Bruno Brivonesi (Ancona, 16 luglio 1886 – Roma, 1º dicembre 1973) è stato un ammiraglio italiano, che prese parte alla guerra italo-turca, alla prima e alla seconda guerra mondiale. Fu un pioniere dell’aviazione navale, pilota di dirigibili ed idrovolanti. Tra il 1939 e il 24 aprile del 1940 fu comandante della Regia Accademia Navale per poi assumere il Comando Superiore Marina “Libia”, alzando la sua insegna sul Monte Gargano.

Toschi riporta ” … Anch’egli non si sente molto tranquillo, ma per lui il problema è diverso visto che non ha scelta e deve restare dove. Siamo tutti riuniti sull’alta plancia del piroscafo per i saluti e gli ultimi accordi. Dal posto del timoniere si domina tutta la rada. Affiancata al Monte Gargano, la Calipso ha attaccato le manichette per rifornirsi di nafta; di prua al piroscafo, ancorato molto vicino alla riva, si scorge ad un paio di miglia di distanza, la lingua di terra che chiude il golfo. Sulla sinistra, giù verso l’imboccatura, l’Iride sta dirigendo verso il largo. In plancia l’atmosfera un pò eccitata che precede le partenze. Tutti parlano, tutti hanno qualcosa da dire, ma gli occhi scrutano continuamente l’orizzonte. Un grido della vedetta: «Aerei da nord-est, distanza quattro miglia!». «Allarme aereo» è la risposta. Afferro il binocolo; sono tre Swordfìsh in formazione molto serrata. Volano bassissimi sul mare, sono aerosiluranti. L’Iride ha già aperto il fuoco, mentre aumenta di velocità per poter meglio manovrare.

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L’Iride si trova imbottigliato, è in acque ancora troppo basse per poter tentare l’immersione e i tre siluranti aprono la formazione a raggiera intorno al sommergibile, due sui fianchi, uno dritto di prua. Inutile dire che le due mitragliere da 13/2 sono insufficienti ma l’Iride apre il fuoco sui due al traverso perché si attende che siano essi a lanciare i siluri avendo il massimo bersaglio. Contrariamente sarà invece l’aereo di prua a lanciare indisturbato, un siluro. Gli altri due invertono la rotta e dirigono sulle navi.

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il prevedibile attacco alle unità navali italiane che, di fatto, interruppe la missione G.A.I. – notate il percorso dei tre aerei inglesi

Elios Toschi aggiunge “Seguiamo trepidanti le sorti dell’Iride. Improvvisamente una enorme nube giallastra lo avvolge. Quando si dirada lride è già scomparso nei flutti. Ora i tre aerei avanzano veloci verso di noi. La torpediniera con il suo speciale armamento antiaereo invia contro l’aereo che avanza sulla sua sinistra, un uragano di fuoco. Guardando verso l’aereo vedo una miriade di dischetti bianchi – i fondelli infuocati dei proiettili – investirne tutta la sagoma. Ha un sussulto, due, poi si apprua fortemente. Tenta egualmente il lancio, ma il siluro scompare verso il fondo.

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Intorno a mezzogiorno tre aerosiluranti Fairey Swordfish della portaerei HMS Eagle, che erano temporaneamente di base all’aeroporto di Maaten Baggush nel deserto occidentale, guidati dal maggiore dei Royal Marine Oliver Patch, un asso del volo della Fleet Air Arm che si era distinto nella notte di Taranto, decollarono ed attaccarono con successo il R. Smg, Iride e le altre navi italiane

Intanto un aereo avanza puntando sul Monte Gargano dritto di prua e, giunto sui settecento metri di distanza; lo swordfish lancia il suo siluro e si allontana.

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La scia, avanza rapida, centrata verso il suo obiettivo, e lo colpisce. “Un vortice immane, una eruzione vulcanica improvvisa ci solleva tutti e ci scaglia, inebetiti, per aria. Vedo molti di noi compiere i gesti normali che l’uomo fa da sempre per vincere la forza di gravità, gesti inutili e buffi ora che una forza ben più potente ci ha fatto leggeri come piume. Volano uomini e oggetti: una grossa trave di ferro distaccatasi dalla stiva ci supera tutti come un fuscello. Ovunque l’odore acre della nafta. Ricadiamo insieme fra uno scroscio di rottami. Il piroscafo si inclina rapidamente, molti uomini sono stati scaraventati in mare. Fortunatamente, quelli del nostro gruppo sono quasi tutti illesi. Il tempo di riflettere e, visto che il piroscafo è ormai condannato, decisione rapida: correre verso lride. Sarà possibile ritrovarlo subito? E salvare almeno qualcuno dei nostri sfortunati compagni ed i tanto preziosi maiali?“.

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Il Monte Gargano ferito a morte

Lasciano il Monte Gargano semirovesciato per accorrere alla ricerca del sommergibile. “Ci sovrasta il peso dell’incubo per la tragica scomparsa dei nostri compagni della quale, senza dircelo, ci sentiamo un po’ tutti in parte responsabili. L’ansia di ritrovare l’Iride, con il passare del tempo, si fa sempre più affannosa. Vediamo qua e là rottami e chiazze di naftà, ma le correnti possono aver già spostato tutto di centinaia di metri. Incontriamo il motoscafo della torpediniera che avevamo inviato subito a ripescare eventuali naufraghi. Ci sono a bordo: Brunetti leggermente ferito, Birindelli e altri quattro. Non sanno molto più di noi; sono stati lanciati in mare dalla esplosione e poi non hanno visto più nulla.

Gli uomini del Serchio sono senza i loro respiratori, affondati col sommergibile, e incominciano lunghi tuffi in apnea mentre gli altri osservano attentamente la superficie del mare per scorgere un segno rivelatore decisivo: le bolle d’aria. Si tuffano in tre e riescono a scorgere il relitto del sommergibile, spaccato in due parti, sul fondo sabbioso ad una ventina di metri di profondità, leggermente inclinato su di un fianco. La bandiera di combattimento fluttua lentamente nell’acqua. Tesei, con un tuffo più prolungato, raggiunge la struttura del periscopio e vi da volta al cavo d’un gavitello. Ora c’è un punto di riferimento.

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Birindelli si prepara per immergersi sul relitto del sommergibile Iside

Arrivano finalmente i respiratori dalla base italiana di Tobruk, con i quali gli uomini del Serchio iniziano a turno un’esplorazione sistematica dello scafo del battello affondato. La situazione è drammatica e ci potrebbero essere ancora dei sopravvissuti fra le lamiere contorte del sommergibile. Elios Toschi racconta, con molto pathos, il momento della discesa sul sommergibile Iside, ormai spezzato sul fondo ad una profondità di circa 20 metri:
Il portello della torretta comando è aperto. Guardo verso l’interno: resto come impietrito. Distorto e filtrato dalla luce azzurrina subacquea, m’appare un grappolo d’uomini avviticchiati, lanciati verso l’alto lungo la scaletta d’accesso, dalla spinta suprema dell’istinto di conservazione. Sembra un monumento alla morte. Per i nostri compagni, in questa zona del sommergibile, non c’è più nulla da fare. Ingoio a fatica, attraverso il boccaglio, un fiotto di saliva, amara per il dolore. Anche la zona di prua appare completamente allagata. L’esplosione deve aver lesionato Io scafo anche oltre la paratia stagna. Ci dirigiamo verso poppa. Birindelli dice di aver sentito dei rumori. Tesei dopo aver battuto più volte sullo scafo ha sentito come una lontana eco dei suoi colpi. Ora riproviamo. Battiamo forte con una chiave di ferro. Chiara, nitida, giunge stavolta la risposta. Ci sono degli uomini vivi!

Battono contro lo scafo e dall’interno si ode una risposta nitida: « Ragazzi ci salviamo! Fuori ci sono i sommozzatori del Serchio! » Toschi si togliei il boccaglio e urla la prima frase d’incoraggiamento che gli viene in mente.  Attraverso gli occhiali della maschera si scambiano con Tesei e Franzini occhiate di determinazione, li devono far uscire. Ma il portello è bloccato e bisogna smontarlo completamente. Nel frattempo è arrivato un palombaro per i lavori più pesanti. “Gli uomini all’interno stanno forse impazzendo. Sono chiusi là dentro da oltre venti ore, al buio, immersi nell’acqua fino alla cintola. Fortunatamente hanno aria fresca perché siamo riusciti a collegare la manichetta di rifornimento dell’aria. Alcuni fanno discorsi senza senso. Uno solo sembra mantenere ancora una calma relativa, quello dall’accento napoletano. Noi parliamo, parliamo, mentre lavoriamo, per incoraggiarli, ma il limite di rottura è vicino. Verso le due una voce ci comunica che i due sottufficiali sono entrati nella garitta per tentare l’uscita. E’ un suicidio. Diamo ordini disperati di rientrare. « Il portello è ancora bloccato, non potrete uscire, farete una brutta fine » gridiamo più volte. La sinistra follia dei poveri sepolti vivi prevale. I due si rinchiudono. Aprono la valvola di allagamento. Sentiamo il poderoso fruscio dell’acqua che entra. Poi un silenzio interminabile; per i due è finita.”

Riemergono affranti. Alle quattro con un robusto cavo d’acciaio assicurano il portello al cavo di rimorchio del peschereccio che incomincia tirare a tutta forza. L’enorme inerzia della massa in moto dovrebbe vincere ogni ulteriore resistenza. Funziona ed il portello cede.

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Scendo di nuovo con Birindelli per predisporre l’uscita. Ancora un macabro spettacolo ci attende. I due uomini usciti durante la notte sono irrigiditi entro la garitta avvinghiati fra loro e alla scaletta. Per far uscire gli altri dobbiamo toglierli. Ma la loro presa, la stretta dell’attimo mortale, è ancora poderosa e solo con uno sforzo congiunto, a quattro braccia, afferrandoli per i capelli, riusciamo a tirarli fuori. Ora viene la parte più delicata del salvataggio che abbiamo accuratamente studiato durante le lunghe ore dei cambi di turno, passate su nel peschereccio. Gli uomini dall’interno dovranno aprire la porta stagna mettendosi il più possibile in alto nel locale ed a riparo dal vortice di acqua sotto pressione che investirà tutto. Poi, ristabilitosi l’equilibrio, si tufferanno uno alla volta infilandosi subito nella garitta e risalendo lentamente in superficie. Spieghiamo più volte come debbono eseguire l’operazione. Ci alterniamo a più riprese per incoraggiarli facendo sentire che ci siamo tutti e siamo loro vicini pronti a soccorrerli. Insistiamo a lungo sui particolari: non respirare troppa aria prima di immergersi perché loro sono a quasi tre atmosfere ed il volume d’aria aspirata sarà triplo, una volta giunti a galla, con gravi pericoli di lesioni polmonari. Risalire lentamente per le stesse ragioni e per evitare emboli. Dall’interno ascoltano e tacciono.

Dopo tante spiegazioni un urlo: «Mai e poi mai apriremo la porta». Anche gli altri sembrano d’accordo. Solo uno, sempre quello, riprende a parlare per spiegare agli altri che non c’è altra via di salvezza.

«Non apriamo» insistono gli altri. Il tono è freddo e minaccioso. L’altro tace. Noi ripetiamo, con più calma, quanto già detto, insistiamo sulla necessità di far presto anche perché sopra siamo minacciati continuamente da aerei che sorvolano la zona. «Non apriremo» è ancora una volta la risposta. Anche noi ci rendiamo conto che quei poveri ragazzi non sono dei sommozzatori e che il terrore di trovarsi in un vortice sottomarino del genere deve avere su di essi una presa quasi invincibile. Tuttavia non abbiamo altra scelta. Riunione decisiva sul peschereccio, poi inviamo l’ultimatum: «o aprirete entro un quarto d’ora o ce ne andremo abbandonandovi al vostro destino». E per far capire che non scherziamo risaliamo tutti, lasciandoli soli.

Toschi, Tesei e Giorgini, si siedono a poppa del peschereccio arabo che si era avvicinato per soccorso, dondolando le gambe nell’acqua. Il pessimismo è sovrano. Giorgini pensa che apriranno ma Toschi e Tesei ne dubitano e si domandano cosa fare nel caso? La loro sola speranza è che prevalga l’opinione dell’unico sopravvissuto, che sembra aver mantenuto la calma fra di loro.

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Improvvisamente la fissità delle acque è rotta da un embolo enorme che solleva un’alta ondata sul mare. “Hanno aperto! Ci prepariamo a rituffarci per soccorrerli, ma non sembra essercene bisogno. Sul mare, ridivenuto calmo, vediamo quasi subito emergere un uomo che la spinta eccessiva porta quasi in piedi sul mare. Dal suo torace gonfio fino allo spasimo esce un urlo metallico, inumano. E’ dovuto a normali leggi di fisica, ma a noi sembra un urlo di diritto alla vita. Ad uno ad uno, a brevi intervalli, altri cinque lo seguono. Ci lanciamo in acqua per aiutarli. Tutti saltano con un goffo balzo fuori dell’acqua, tutti urlano. Evidentemente hanno fatto tutti, chi più chi meno, lo stesso umanissimo errore. Dovendosi tuffare per un tuffo prevedibilmente lungo, hanno respirato quanta più aria hanno potuto. Salendo in fretta, Taria, a causa della rapida diminuzione di pressione è aumentata altrettanto rapidamente di volume gonfiando i loro polmoni oltre ogni limite fisiologico. La conseguente espulsione forzata dell’aria attraverso la trachea ha messo in vibrazione meccanica le corde vocali provocando le urla taglienti che abbiamo udito fino a poco fa. Gli emersi sono in tutto sei; manca ancora il settimo che evidentemente non trova la forza d’uscire. E’ un elettricista, il meno esperto di tutti in materia di contatto diretto con il mare: il suo dramma deve rasentare la pazzia.

Scende De la Penne, munito di un respiratore in più, con la speranza di convincerlo ad indossarlo ma ogni esortazione ad uscire risulta inutile e De le Penne decide di entrare nello scafo allagato. Trova l’uomo, ormai fermo nel suo diniego irrazionale e deciso a morire là dentro. “Con un pugno improvviso sul capo lo tramortisce, gli applica il respiratore, lo getta sott’acqua, lo infila nella garitta sospingendolo verso l’alto. Emergono entrambi quasi contemporaneamente. E’ il primo a riprendersi completamente. Non sa rendersi conto di come ha fatto ad uscire. Guarda il sole, il cielo, pronuncia sconnesse parole di gioia.”

Intanto a bordo gli altri si stanno rimettendo, meno due cui il dottore inietta loro direttamente sul cuore sostanze cardiotoniche. Con il motoscafo del Monte Gargano i sette superstiti vengono trasportati all’ospedale di Tobruk ma non si potrà fare per salvare i due in peggiori condizioni. “A spiegazione di molte cose ingiuste della vita, uno di essi, purtroppo, è il giovane dall’accento napoletano, il più coraggioso e intraprendente, che ha salvato gli altri con la sua calma.

Un doveroso elenco dei caduti del R. Smg. Iride

Ufficiali  
Comandante in II  TV Agostino Angelori
Direttore di macchina Tenente GN Diego Mistruzzi
Ufficiale di rotta TV Pietro Vicari
Sottufficiali  
C° 1 Classe  Luigi Devoto
C° 2 Classe Giuseppe Putignano
C° 3 Classe Federico Maddoli
2° Capo  Michele Antinoro
2° Capo  Vitantonio De Gregorio
2° Capo  Giuseppe Riggio
2° Capo  Ferruccio Riva
Sgt Pasquale Versace
Sottocapi e comuni  
Sc Leone Bagnariol
Sc Roberto Battelli
Sc Ugo Cislaghi
Sc  Sergio Conte
Sc Mario Delle Piane
Sc Fernando Fantoni
Sc Alfio Scariglia
Com Ciro Esposito
Com Gerardo Gaborin
Com Michele Lazzaro
Com Ettore Lorenzi
Com Pericle Pavesi
Com Gennaro Prisco
Com Attilio Qualia
Com Attilio Ronchetti
Com Alfonso Sollecito
Com Remo Spatola
Com Ernesto Tesoriero
Com Flavio Toracca
Com Alessandro Troise

Nel pomeriggio, inizia il ricupero degli apparecchi, ed al tramonto l’ultomo tuffo di Tesei, per recuperare la bandiera dell’Iride che, riemergendo, consegna a Brunetti.  Finì così la prima missione dei maiali, o meglio non iniziò nemmeno … c’era molto da riflettere. L’idea di imbarcare i maiali in un secondo tempo non era vincente e si doveva partire già dall’inizio con i mezzi e gli uomini sul sommergibile … un’amara lezione da acquisire.

Fine VIII parte – continua

Andrea Mucedola

 

Bibliografia
Beppe Pegolotti, Uomini contro navi, Vallecchi, 1959
Elios Toschi, Tesei e i Cavalieri subacquei, Giovanni Volpe Editore, 1967, Roma
Elios Toschi, In Fuga oltre l’Himalaia, Edizione EDIF, 1968
Ghetti, Storia della Marina italiana nella seconda guerra mondiale, De Vecchi Editore, 1968
Luis de la Sierra, Gli assaltatori del mare, Mursia, 1971
Alfredo Brauzzi, I mezzi di assalto della Marina Militare, supplemento alla Rivista Marittima, 1991
Junio Valerio Borghese, Sea Devils, Italian Commandos in WWII, Naval Institute Press, Annapolis, Maryland 1995
Alessandro Turrini, Una breve storia dei siluri a lenta corsa e della X MAS, Supplemento alla Rivista Marittima, 2000
Carlo De Risio, Ufficio storico della Marina Militare, La marina italiana nella seconda guerra mondiale Volume XIV / I mezzi di assalto
Documenti ed immagini Ufficio Storico della Marina Militare

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