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Toschi e Tesei: la realizzazione del primo prototipo di S.L.C. – Parte III

tempo di lettura: 9 minuti

 

livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: DIDATTICA

parole chiave: Toschi, Tesei, fisiologia subacquea, prototipo
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Una delle domande che Toschi e Tesei si posero maggiormente fu come si sarebbe comportato il fisico umano quando costretto a respirare per ore ossigeno puro, sottoposto a pressioni maggiori di quelle atmosferiche, immerso in acque fredde e nel buio più completo.

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Voglio ricordare che negli anni ’30 andare sott’acqua era un’avventura nuova e sconosciuta per molti. C’era la casta dei palombari, ma il loro duro lavoro era comunque legato al battello appoggio o alle banchine; l’idea di potersi muovere autonomamente, se non per emergenza, con un apparecchio di respirazione autonomo era lontana da realizzare.

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Davis Submerged Escape Apparatus noto anche come DSEA – Autore Geni – Davis Submerged Escape Apparatus.jpg – Wikimedia Commons


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I primi sistemi rebreather
Sebbene esistessero prototipi di un primo tipo di rebreather ad ossigeno, ideati da Robert Davis, responsabile della Siebe Gorman and Co. Ltd., ispirati al precedente sistema Fleuss, la loro affidabilità era molto discutibile. Il primo tipo di rebreather ad ossigeno era stato inventato nel 1910, ma venne adottato dalla Royal Navy solo nel 1927 come apparato di fuga di emergenza per gli equipaggi di sottomarini (Davis Submerged Escape Apparatus noto anche come DSEA). L’apparecchio comprendeva una sacca di respirazione/galleggiamento in gomma, che conteneva un contenitore di idrossido di bario per fissare il CO2 espirato e, in una tasca all’estremità inferiore del sacchetto, una bombola in acciaio, che conteneva circa 56 litri di ossigeno ad una pressione di 120 bar, dotata di una valvola di controllo e collegata alla sacca anteriore respiratoria. L’apertura della valvola permetteva il flusso dell’ossigeno nel sacco, caricandolo alla pressione dell’acqua circostante. Il contenitore di idrossido di bario era all’interno della sacca respiratoria ed era collegato ad un boccaglio da un tubo corrugato flessibile da cui l’operatore poteva respirare. Nello stesso periodo fu sviluppato dal tenente di vascello Momsen della Marina statunitense, un altro dispositivo di fuga di emergenza dai sommergibili, il Momsen’s lung, che riciclava il gas respiratorio utilizzando un filtro contenente calce sodata per rimuovere l’anidride carbonica. Il polmone era inizialmente riempito di ossigeno e collegato a un boccaglio da due tubi contenenti valvole unidirezionali, una per l’inspirazione e l’altra per l’espirazione. 

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Un membro dell’equipaggio della USS V-5 (SC 1), Al Rosenkotter, esce dal portello di fuga del sottomarino indossando il dispositivo di respirazione di emergenza “Momsen Lung” durante le prove in mare del sottomarino nel luglio 1930. Il dispositivo di respirazione di emergenza prese il nome dal suo inventore, pioniere del salvataggio sottomarino della Marina degli Stati Uniti Cdr. Charles “Swede” Momsen. Il sottomarino V-5 fu successivamente ribattezzato USS Narwhal (SS 167) Fonte e autore Marina degli Stati Uniti, fotografo sconosciuto – Dominio pubblico
Momsen lung.jpg – Wikimedia Commons

Toschi e Tesei conoscevano anche gli studi di fisiologia del medico italiano Rodolfo Margaria sulle interazioni tra ossigeno e biossido di carbonio e le gravi problematiche che causavano ma queste conoscenze erano ancora agli inizi ed i risultati a volte contrastanti.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è tesei-e-i-cavalieri-subacquei_TOSCHI-ELIOS.jpgNon a caso Toschi, nel suo libro “Tesei e i cavalieri subacquei”, descrive con una certa padronanza e semplicità i problemi dell’immersione ad ossigeno, facendo comprendere che, dietro al loro lavoro, c’erano già delle conoscenze dei problemi ma bisognava però trovare delle nuove soluzioni. La conoscenza tecnica traspare anche dalla descrizione del concetto di funzionamento dei respiratori a circuito chiuso e di come viene eliminata l’anidride carbonica prodotta dalla respirazione umana, mescolata nel sacco con l’ossigeno puro e poi assorbita, ad ogni ciclo respiratorio, attraversando una capsula di calce sodata. In altre parole, la teoria era nota ma non esisteva ancora una tecnologia efficace: era tutto ancora da sviluppare per effettuare lunghe operazioni di assalto in immersione. Ciononostante furono identificate le specifiche tecniche identificate che riguardavano “un respiratore di autonomia almeno quintupla del precedente e con assoluta regolarità di erogazione dell’ossigeno e dell’assorbimento della anidride carbonica”.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è belloni.jpgToschi e Tesei si rivolsero quindi al comandante Angelo Belloni, una mente decisamente geniale nel campo, che con entusiasmo si gettò a capofitto nell’impresa. Il Comandante Belloni, di cui ricorderete un precedente articolo, aveva ideato numerose invenzioni come la  vasca Belloni per la fuoriuscita dai sommergibili in avaria ed il cappuccio Belloni, in tela gommata e munito di due oculari in vetro rotondi, che andava indossato sulla testa a modo di piccola campana pneumatica. Sebbene di carattere vulcanico e poco convenzionale, era l’uomo giusto al momento giusto.

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sperimentazione del cappuccio Belloni – Il cappuccio era accoppiato ad un respiratore Davis o ad una bombola e permetteva quindi la respirazione senza dover stringere il boccaglio tra i denti, cosa quanto mai utile in caso di fuoriuscita da un sommergibile. Come vedremo fu sua l’invenzione anche di quello che passò alla storia come vestito Belloni, una tuta in gomma spessa che i Gamma indossavano sopra le lane e le tute da lavoro. Ma lo vedremo più avanti.

Tesei e Toschi iniziano così una sperimentazione su sé stessi, utilizzando la vasca di decompressione della Flottiglia sommergibili, costruita per i palombari colpiti da embolia. In questo Tesei è avvantaggiato essendo brevettato palombaro. I medici li osservano dagli oblò, prendono le loro pulsazioni, misurano la pressione del sangue, prima e dopo le prove, e si allenano a lunghe apnee. In questo Tesei batte anche numerosi palombari di mestiere e arriva quasi a quattro minuti sotto gli occhi preoccupati di tutti.

Le prime buone notizie
Dopo non più di un mese dall’invio del loro progetto al Ministero della Marina vengono chiamati dal comandante Gonzaga che comanda la flottiglia sommergibili di Spezia. “Ce l’avete fatta, il progetto è stato approvato ed ho ricevuto ordini precisi per la costruzione dei primi due esemplari. Per ragioni di segretezza (oltre agli inventori lo sanno solo l’ammiraglio comandante dell’Arsenale ed il comandante Gonzaga) dovranno fare tutto da soli con l’ausilio di una squadra di quindici operai specializzati del Balipedio del Muggiano. Dovranno lavorare di notte ma continueranno a mantenere gli incarichi ufficiali sui loro sommergibili. Se da un lato c’è soddisfazione, si nota una certa preoccupazione da parte di Gonzaga che però verrà a breve sostituito dal comandante Bisciani. Il primo passo è stato fatto ma ora comincia la parte più difficile: passare da un’idea ad un prototipo funzionante.

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Sopra e sotto, l’area dove sorgeva il Balipedio del Muggiano

Come tutti i giovani ufficiali di ogni tempo, si scontrano subito con la realtà; curioso che nonostante siano passati quasi cento anni i problemi siano spesso sempre gli stessi, burocrazia e gerarchia, che mettono a rischio la necessaria riservatezza. Più si allunga la catena di autorizzazioni da avere e più difficile sarà mantenere il segreto. Nonostante il sostegno di Bisciani e del Comando sommergibili di Supermarina ci vuole tempo per avere due vecchi siluri ed una squadra di operai al Balipedio. Per fortuna tra di essi non manca l’entusiasmo, nonostante siano costretti anche loro a lavorare di notte. Il loro capotecnico, Perfetti, si dimostrerà un elemento chiave per la costruzione del primo prototipo.

Intanto vengono ricercati i materiali speciali da imbarcare: dalla bussola al motore elettrico, alle batterie accumulatori. Le sfide maggiori sono il loro peso e dimensioni. In particolare il motore, che dovrebbe essere costruito ad hoc ma i tempi sarebbero troppo lunghi. Lo trovano a Milano, prelevandolo da un vecchio ascensore di costruzione svizzera fuori uso. Non sarà facile adattarlo e saranno costretti ad assottigliarne la carcassa fino a ridurlo alla ragione.

Toschi  racconta “Intanto lo scafo esterno, montato in tre sezioni diverse, da tre squadre di operai distinte, sta prendendo forma. Ci preoccupiamo quindi degli uomini che dovranno cavalcarlo. Stare a cavalcioni di un cilindro di mezzo metro di diametro si palesa subito abbastanza scomodo. Inoltre bisogna proteggere le gambe ed i piedi sospesi nel vuoto all’esterno e tutto il corpo dall’urto frontale dell’acqua. Mettiamo a punto dei sedili di legno provvisori abbastanza comodi ed uno scudo trasparente molto arrotondato per proteggere gli uomini e non offrire all’acqua una resistenza eccessiva. La parte più complessa è quella di garantire all’apparecchio una certa sensibilità di assetto longitudinale e di equilibrio generale pesi-spinte.

Abbiamo previsto la possibilità di allagare e vuotare due casse compenso a prua ed a poppa, più una cassa di rapida immersione – come per i sommergibili – manovrabile con estrema rapidità. Lo spostamento della acqua fra le due casse estreme e lo svuotamento di tutte è stato previsto con aria compressa. Questa però non consente, per il suo eccesso di pressione, una regolazione sufficientemente graduale; è subito chiaro che dovremo cambiare sistema e ricorrere a pompette elettriche. Nel frattempo sono arrivate le prime tre o quattro bussole di diverso tipo, ma abbiamo per tutte grosse difficoltà. Sull’apparecchio sono immerse in un campo per esse impossibile, al centro di una massa metallica notevole ed in mezzo a correnti variabili in continuazione. Occorrerà farne approntare una particolarmente schermata e compensata se non vogliamo scambiare il Nord con il Sud”.

Dopo quasi quattro mesi i quattro componenti che costituiranno lo scafo sono pronti e passano un’intera notte a montarli. Al mattino, esausti, vorrebbero arrendersi ma il capotecnico Perfetti, con i due suoi aiutanti, non vogliono mollare. Dice  « non andremo via finché non avremo finito ».  Ci riescono a mezzanotte ed il mezzo, sospeso in aria al cavo d’acciaio del carro ponte che lo trasporta verso la vasca di prova, sembra “un tozzo sigaro irto d’aculei e d’ornamenti dissimmetrici”.

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messa a mare degli S.L.C.

Lo calano in acqua con religiosa cautela, come per un battesimo. “Galleggia liberamente appena appruato dì qualche grado: primo sospiro di sollievo. Proviamo le eliche che girano regolarmente, mentre lo tratteniamo a braccia perché non parta in avanti. Poi allaghiamo le casse interne e lo vediamo sparire lentamente sotto acqua. Aprendo l’aria compressa vuotiamo le casse ed esso, docile, ritorna nella sua posizione iniziale. I controlli più importanti sono già fatti. Lo risolleviamo con la gru. Appena fuori dell’acqua, prima delusione. Due perdite d’acqua notevoli sono chiaramente denunciate dalla ricaduta d’acqua verso l’esterno di quella entrata durante l’immersione. Sembra una cosa banale, una cosa secondaria, ma noi sappiamo per esperienza quanto sia difficile ottenere la tenuta dei mezzi subacquei: ci costerà certo un duro lavoro.

E’ già l’alba quando, dopo averlo coperto con un telone si precipitano al bar più vicino al Balipedio per un mattiniero cappuccino con abbondante scorta di « brioches ».

Fine III parte – continua

Andrea Mucedola

 

@ copyright del testo dell’autore andrea mucedola

@ immagini, se non diversamente attribuite,  gentilmente concesse dall’Ufficio storico della Marina Militare.

Bibliografia
Beppe Pegolotti, Uomini contro navi, Vallecchi, 1959
Elios Toschi, Tesei e i Cavalieri subacquei, Giovanni Volpe Editore, 1967, Roma
Elios Toschi, In Fuga oltre l’Himalaia, Edizione EDIF, 1968
Ghetti, Storia della Marina italiana nella seconda guerra mondiale, De Vecchi Editore, 1968
Luis de la Sierra, Gli assaltatori del mare, Mursia, 1971
Alfredo Brauzzi, I mezzi di assalto della Marina Militare, supplemento alla Rivista Marittima, 1991
Junio Valerio Borghese, Sea Devils, Italian Commandos in WWII, Naval Institute Press, Annapolis, Maryland 1995
Alessandro Turrini, Una breve storia dei siluri a lenta corsa e della X MAS, Supplemento alla Rivista Marittima, 2000
Carlo De Risio, Ufficio storico della Marina Militare, La marina italiana nella seconda guerra mondiale Volume XIV / I mezzi di assalto
Documenti ed immagini Ufficio Storico della Marina Militare

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