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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Missione Alessandria 2: l’affondamento del sommergibile Gondar -Parte X

Reading Time: 13 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: R. Smg. Gondar, affondamento

 

Arrivano alle quattro del mattino a Villa San Giovanni, nello stretto di Messina dove li attende il sommergibile che era partito un giorno prima dalla Spezia. Ritirano l’unico bagaglio, una grossa cassa contenente una bombola d’ossigeno caricata all’ultimo momento. Incontrano i loro secondi uomini, i palombari Ragnati e Scappino; il guardiamarina Cacioppo, che sarà sul maiale con Franzini, era già con loro. E’ fresco ed umido ed imbarcano su un rimorchiatore che li porterà sul sommergibile. Nonostante stiano partendo per un’azione di guerra contro la più munita piazzaforte inglese del Mediterraneo, un’azione che sanno non potrà avere un ritorno,  sono tranquilli, come se “quanto sta per accaderci sia nell’ordine naturale delle cose.

Dopo un rapido imbarco, il comandante del sommergibile Francesco Brunetti dirige verso sud, per uscire da quelle acque ristrette dove non vuole avere incontri sgradevoli durante il giorno. Un’alba chiara, rosata, cristallina, comincia ad illuminare i contorni della terra ed il mare e si scorge la bianca vetta dell’Etna che appare accesa dalle prime luci del Sole.
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Inizia così un trasferimento di tre giorni attraverso il Mediterraneo centrale sempre in superficie. A 180 miglia da Ras el Tin, il faro di Alessandria, il traffico mercantile si intensifica e Brunetti passa  alla navigazione occulta navigando in immersione di giorno ed in superficie di notte. Passano altri due interminabili giorni, ma ormai sono a quaranta miglia da Alessandria in orario con la tabella di marcia. Incominciano le frenetiche manovre di preparazione per l’emersione. Sono tutti ansiosi di avere conferma radio sulla consistenza e la disposizione della flotta inglese nel porto. 

Appena emerso il sommergibile Gondar punta deciso su Alessandria per arrivare al punto di inizio il più presto possibile. Una boccata d’aria prima di partire e ciò che non si sarebbe voluto mai sentire … sale in torretta l’ufficiale di rotta con in mano un dispaccio: «Flotta inglese uscita al completo, rientrate Tobruk». L’amarezza coglie Toschi, mentre la tensione  lo porta a sfogare con gli altri la sua rabbia impotente. Una cosa comune. Devono tornare indietro. Il Gondar inverte prontamente la rotta e dirige su Tobruk. Il timore è che siano stati visti dal nemico che potrebbe scatenare la sua caccia sul battello. Il ricordo dell’Iride è ancora vivo nella loro memoria.

Ed i loro timori prendono forma. Nel memoriale di Toschi inizia una descrizione dell’evento che non voglio riassumere in quanto non sarei in grado di poter dare le stesse sensazioni: 
Un sibilo acutissimo — il segnale della rapida immersione — sovrasta d’un subito il fracasso dei motori che si arrestano di colpo, mentre il sommergibile con tutti gli sfoghi d’aria già aperti, dopo essersi dondolato, indeciso per alcuni secondi, come sopraffatto dall’immenso fragore dell’acqua che entra in tutti i doppi fondi, rapido s’inabissa. Sparite le carte siamo tutti in piedi in un attimo nella camera comando. Brunetti sta scendendo come un bolide dalla torretta il cui sportello appare già chiuso. Non attende neppure le nostre domande per spiegare: ha avvistato la massa oscura di qualche nave nemica a meno di 800 metri da noi.

« Ci hanno visti? » « Non credo — risponde — ma deve essere peggio, devono averci sentiti, perché stavano puntando diretti proprio su di noi ». Intanto scendiamo sempre più: sessanta… settanta… ottanta metri. Ci fermiamo, arrestando ogni macchinario per non fare il minimo rumore ed aspettiamo in silenzio ciò che ci dirà l’imperscrutabile fluido che ci circonda. Giunge, poco dopo, la risposta sonora, col rumore uniforme e scrosciante di due veloci eliche in moto. Si odono con nitidezza impressionante; e la nave che avanza, probabilmente un cacciatorpediniere, sta approssimandosi, verticalmente, sulle nostre teste. È già passata continuando la sua corsa a forte velocità mentre noi, cupi ed in silenzio, aspettiamo ancora qualche secondo, necessario alle bombe eventualmente lanciate per giungere fino alla quota di esplosione. Siamo scoperti? Saranno già in marcia gli strumenti di morte? Saremo tra poco travolti in un caos orrendo? Personalmente non mi faccio troppe illusioni, perché l’esattezza con cui la nave nemica è passata sopra di noi indica chiaro che è munita di scandagli ultracustici coi quali ci ha nettamente individuati. Apparecchi oggi notevolmente precisi e sicuri lanciano nel mare onde sonore le quali, incontrando un ostacolo subacqueo, vengono riflesse come in una eco normale sullo stesso apparecchio emittente, che registra così la direzione e la distanza dell’oggetto individuato.

Esplorando con tali apparecchi in tutte le direzioni e alle varie quote le zone di mare ove si sospetta la presenza di un sommergibile, si giunge quasi sempre ad individuarlo con una buona approssimazione. Tale dev’essere il nostro caso, come ho il tempo di riflettere nei pochi secondi di attesa per l’eventuale esplosione delle bombe, mentre le mie mani, involontariamente, quasi a meglio sostenere l’urto, afferrano, serrandole forte, due sbarre metalliche vicine ai miei fianchi. Uno, due, tre… cinque scoppi formidabili rompono riflessioni e silenzi e tutto sembra per sempre travolto nello schianto di una sovrumana tempesta. La luce scompare e nel buio più completo si odono boati che l’orecchio umano non riesce quasi a sopportare senza ronzare e pulsare; i boati si prolungano, si ripetono una, due, mille volte in echi lontani e più tragici, cavernosi, risvegliando i silenzi millenari delle profondità sottomarine. Scrosci immani di acqua sollevata e ricadente sotto l’impulso di pressioni enormi investono lo scafo da tuti i lati, ed il sommergibile, con tutta la massa delle sue settecento tonnellate, sembra una piuma in un vento ciclonico. Nell’intemo, fragore di vetri ed apparecchi in frantumi si sommano a scricchiolìi sinistri di chiodi e lamiere sollecitate fino allo spasimo.

Finalmente l’uragano che ci ha investiti sembra placarsi. Ma che sta accadendo di noi? Stiamo forse sprofondando per sempre? Chi può dirlo nel buio o anche quando, accese le luci di sicurezza, riappaiono i manometri di profondità, polso clinico dei sommergibili, dilaniati, polverizzati e le cui lancette contorte indicano profondità contrastanti ed enormi? Dove siamo? A che quota? Sta cadendo il sommergibile verso la quota dei fatali 150-170 metri oltre i quali l’enorme pressione dell’acqua produrrebbe lo schiacciamento totale ed immediato, od è fermo? Che importa ai combattenti dell’arma invisibile e cieca, dove sta il nemico, se è coraggioso o no, se si ritira od attacca, se è debole o forte, quando essi sono nell’abisso, quando la loro lotta prima è contro le immense forze, le inesorabili leggi della natura? La lotta non è contro gli uomini, ai quali nulla è possibile fare, né si ha una lotta tra gli uomini. È la lotta contro le pressioni, diretta ad equilibrare spinte e pesi, condotta con manometri, aria ad alta pressione, velocità dinamiche, inclinazioni, forze portanti. L’uomo si congiunge in un connubio inumano col ferro e con le macchine, ed insieme freddamente, senza esaltazioni, senza gridi di vittoria e di dolore, senz’aria e senza sole, in uno sforzo comune gemono, si contorcono, riprendono a marciare o si arrestano per sempre, a seconda che la macchina cerebrale e i piccoli motori meccanici ed elettrici abbiano funzionato più o meno bene. Quando è l’uomo subacqueo che vince, il premio per la sua vittoria è di poter fuggire alla chetichella dileguandosi senza acclamazioni né sorrisi, senza gloria, nelle immensità liquide, spesso senza neppure vedere la vittima.

Se perde, se viene colpito a morte, è distrutto, annichilito di colpo. Sparisce per sempre nell’abisso in uno schianto orrendo, schiacciato, spappolato dalle lamiere che lo circondano, dall’acciaio che, piegato da pressioni enormi, si rinserra su di lui nella più gelida stretta. Passata la tempesta, ritorniamo al più assoluto silenzio. Fra gli innumeri manometri che tappezzano la camera-comando, dopo un’ansiosa ricerca durata qualche secondo, ne troviamo finalmente alcuni che sembrano funzionare e danno profondità variabili fra i cento e i centodieci metri. Siamo quindi caduti solo di una ventina di metri, ma stiamo andando giù a profondità normalmente ritenute molto pericolose e superiori a quelle di collaudo. Dai vari locali, separati completamente da noi dalle porte stagne, tutte chiuse per ragioni di sicurezza, il telefono annuncia ad intervalli i danni prodotti dalle esplosioni.

Non sono né molti né gravi. Parecchi vetri infranti, globi elettrici rotti, apparecchi delicati, ma non essenziali fuori uso, aste metalliche delle valvole d’aria cesoiate dai rispettivi volantini in un titanico sforzo vibratorio, ma lo scafo, la vita dell’unità, ha generalmente resistito bene. Solo a poppa, in uno dei passaggi degli assi portaeliche, il pressatreccie ha ceduto ed entra acqua, per ora in maniera non preoccupante. La luce diretta delle batterie è già riattivata e dopo un’affrettata pulizia dei rottami i locali riprendono un aspetto quasi normale. Sono già passati dieci minuti e del nemico nessun indizio diretto; solo gli idrofoni danno una nave in moto a forte andatura in allontanamento. Probabilmente sta riprendendo distanza per ripetere la manovra precedente. A noi non resta che svolgere successivamente tutte le manovre previste in tali casi, per far sì che gli apparecchi acustici ci perdano nelle loro ricerche. Cominciamo col renderci assolutamente silenziosi, fermando tutti i motori di bordo compresi quelli principali di navigazione e portandoci a quote successivamente crescenti in modo che se il nemico si serve di idrofoni o di scandagli fino a cento metri perda le nostre tracce. Siamo sui centoventicinque metri ed a bordo non si sente il minimo fruscio.

Attendiamo, ma la prima delusione non si fa aspettare molto. Sentiamo contro lo scafo, distintamente, un fruscio indefinibile, un sibilo lievissimo ed acuto, quasi ultracustico, che si ripete ad intervalli e ci investe con sicurezza e precisione. È evidentemente l’onda sonora di cui si serve il nemico per individuarci. Siamo ancora scoperti. Poco dopo l’idrofonista annuncia che la nave nemica ha ripreso la corsa per il secondo lancio di bombe e che dirige su di noi con rilevamento sempre costante. Restiamo dapprima immobili, poi cerchiamo di fuggire con una corsa a tutta forza, mentre gli idrofoni segnalano la presenza di altre navi nemiche. E la manovra si ripete nella sua terribile uniformità. Le bombe questa volta cadono un po’ più lontane e più alte, ma, sullo scafo già provato dalle prime esplosioni, questa nuova formidabile onda di pressione incomincia a provocare alcune infiltrazioni d’acqua nel locale motori ed a poppa. Il sommergibile si appesantisce con uniformità crescente, obbligandoci ad un continuo consumo d’aria ad alta pressione per alleggerirci rapidamente e non cadere troppo in basso. Continua così la nostra notte di tregenda senza una sosta, senza un respiro, sempre nel centro del vortice con la testa dolorante per la violenza delle esplosioni e per l’aumentata pressione d’aria nell’interno della nave.

Ogni mezz’ora il nemico ritorna su di noi, con la costanza e la tenacia di chi è sicuro che la preda non può più sfuggire, a gettare il suo carico d’esplosivo. Sentiamo di tanto in tanto il sibilo delle onde elettroacustiche ed invano continuiamo le nostre manovre per evitarle. Corse improvvise a tutta forza, rapidi cambiamenti di quota — dai 30 fino ai 140 metri — accostate, inversioni di marcia, tutto inutile, siamo sempre ripresi. Le ore passano lente, interminabili, in un’aria pesante e torbida, nella coscienza sempre piùcerta di non poter evitare una tragica fine. Verso l’una, una salva di bombe ci coglie quasi in pieno; l’urlo, il boato, il fragore superano ogni immaginazione; l’acqua continua ad aumentare sempre più nel locale motori e a poppa: malgrado le pompe siano sempre in moto, è già ad un livello preoccupante. L’aria delle bombole ad alta pressione è a metà della pressione normale e, d’ora in avanti, il suo abbassarsi seguirà una legge iperbolica. Gli uomini dell’equipaggio sono meravigliosi. Non una voce, non un gesto, non un turbamento nei visi; solo serenità, fiducia, calma. Essi che sono dei semplici, che poco o nulla comprendono della complicata battaglia tecnica che si sta svolgendo, per lo più ignari anche delle poche possibilità che abbiamo di salvarci, all’oscuro della situazione perché rinchiusi nei loro locali, separati da noi, e che solo sanno della loro possibilità di essere polverizzati da un istante all’altro, non parlano se non per ripetere gli ordini che vengono dati e solo sorridono quando qualcuno di noi lancia una frase spiritosa per sollevare gli animi e rallegrare la scena.

La situazione è drammatica. Non c’è scampo: ci sono solo due scelte, attendere una sicura morte, affondando negli abissi, o tentare una risalita e mettere in salvo l’equipaggio.

Qui si tratta di lasciarsi cadere nel più profondo del mare fino a farsi stritolare o di ritornare alla superficie per affondare egualmente il sommergibile e gettarsi in mare. Darsi alla morte che è sotto di noi e che sembra attenderci avida sarebbe eroismo o pazzia? Forse entrambi, ma entrambi inutili. La vita, in certi casi, ha diritto di vincere.” Viene data aria, l’ultima aria, che entra a fiotti in tutti gli scompartimenti, aperta in un ultimo disperato sforzo per arrestare la caduta del battello.” Ma il sommergibile non si ferma. Cade, cade sempre. La lancetta segna già 140 metri. Poco dopo 145… 150. Stiamo per essere schiacciati? La profondità massima di collaudo e sicurezza del sommergibile è appena di 95 metri. Cade ancora, ma più lentamente. Siamo perduti? … 155 metri… e finalmente si arresta. Chiudiamo l’aria, più per abitudine che per necessità, dato che la sua pressione di appena 20 chilogrammi è ormai quasi uguale a quella dell’acqua. Cominciamo a risalire, dapprima molto lentamente, poi sempre più in fretta, mentre svolgiamo i preparativi per l’evacuazione e l’affondamento dell’unità. Punto nero da risolvere è l’apertura del portello della torretta, la cui asta di manovra è stata tagliata da una esplosione. Prepariamo una lunga chiave per aprirlo mentre sblocchiamo completamente quello di prora in modo che giunti sui 30 metri, data la forte pressione interna, si apra spontaneamente diminuendo così di colpo la pressione stessa che impedirebbe l’apertura degli altri. Infatti, giunti alla quota prevista, per la pressione superiore dall’interno, il portello si apre e un colossale embolo d’aria sale alla superficie. Sono proprio lì presso la garitta, sotto il portello, per osservare il fenomeno ed avverto, poco prima, i marinai che sono intorno di allontanarsi e di tenersi bene afferrati. Invano: uno di essi, forse stupefatto dalle mie parole, forse già troppo provato nei nervi, si avvicina all’improvviso proprio nel momento in cui si verifica l’apertura. Viene letteralmente succhiato fuori dal gorgo che sale e sparisce per sempre. Ritorno in camera-comando con l’idea di controllare la pressione, ma gli eventi sono più veloci di me. L’unità è già a galla e l’equipaggio sta evacuando attraverso il portello già aperto, mentre tutto è pronto per l’affondamento immediato.”

La sequenza delle immagini che vedrete di seguito sono gli ultimi momenti del sommergibile Gondar, scattate da un aereo Sunderland della RAF, ed è conservata nell’Australian War Memorial Museum.

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Toschi si reca a prora per controllare l’apertura del portello ed uscire in coperta; trova il portello già aperto e tutti gli uomini sono fuori. Ma mentre risale la scala per uscire a sua volta, il portello si richiude a metà sulla sua testa mentre un violento scroscio d’acqua lo colpisce.

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“Cerco invano di forzarlo per uscire; mi assale il dubbio, non molto plausibile, che la nave stia già affondando, e, con la forza sovrumana di chi si sente preso in una trappola d’acciaio che sta cadendo nel baratro, m’incuneo tra la garitta ed il portello, lottando furiosamente per liberarmi. L’acqua continua ad entrare violenta mentre, in un ultimo sforzo, lacerandomi la pelle delle gambe in più punti, riesco ad uscire dalla morsa.
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Giunto in coperta si rende conto che il sommergibile sta ancora galleggiando, i marinai sono in mare e il comandante Brunetti è ancora in torretta per assicurarsi dell’autoaffondamento, probabilmente vuole morire con il suo sommergibile. Intanto due navi nemiche sono a meno di trecento metri e continuano a sparare contro il sommergibile. Fortunatamente il fuoco a distanze tanto ravvicinate non è così preciso ad elevate distanze, e le salve cadono tutte lontane senza colpirli. Il sommergibile comincia ad affondare e Toschi si butta in mare mentre un aereo inglese, un Sunderland, lancia due bombe proprio in mezzo al gruppo dei naufraghi ancora vicini al sommergibile.

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la corvetta HMAS Stuart raccoglie i naufraghi del Gondar

L’esplosione lo stordisce, a causa della forte compressione addominale dovuta all’esplosione ravvicinata, gli sembra di morire risucchiato dagli abissi. Riesce però a riprendersi e, denunandosi degli abiti bagnati raggiunge la superficie, in tempo per vedere il sommergibile Gondar che s’inabissa sollevato con la prua in alto “come in un titanico sforzo per non morire“. Si dirige verso la piccola corvetta, senza pensare se non “al crollo di tutto il mio lavoro, di tutte le mie speranze, di tutti i miei sogni e, mentre, allungo la mano per afferrare la scala di corda che pende dalla murata della corvetta, alzo gli occhi e incontro quelli altrettanto tristi, vergognosi e angosciati del mio compagno Franzini. Afferriamo quella corda. Per noi la guerra è finita“.

Per ironia della sorte il HMAS Stuart stava rientrando ad Alessandria a causa di un tubo del vapore scoppiato. Vengono accolti con rispetto. Stefanini riporterà in un suo scritto che il comandante dello Stuart era un vecchio pescatore che conosceva le regole del mare ed il rispetto per i naufraghi. Per completezza vale la pena di leggere la versione della HMAS Stuart che condusse l’attacco. 

La versione dell’HMAS Stuart
Durante la notte tra il 29 e il 30 settembre, il cacciatorpediniere australiano HMAS Stuart stava tornando ad Alessandria di Egitto a causa della rottura di un tubo del vapore. Per evitare di raggiungere il porto prima della luce del giorno, navigava effettuando una ricerca anti sommergibile  a 16 nodi. Alle ore 2215 del 29, l’operatore ASDIC intercettò un contatto a 3.000 iarde. Lo Stuart aumentò immediatamente la velocità a 18 nodi. Alle 22:20 lanciò sei cariche di profondità seguita un’altra scarica di cinque cariche. Incominciava così una caccia in cui il cacciatorpediniere rallentava a 12 nodi per ridurre al minimo il rumore. impediva il sonar. Alle ore 01:00 veniva lanciata una nuova carica seguita dopo un’ora da una salva di sei cariche di profondità. Un quinto attacco veniva effettuato alle 03:50 con una singola carica di profondità.
Alle ore 0625, HMAS Stuart effettuò un sesto ed ultimo attacco con cinque cariche di profondità. Alle ore 0630, sopraggiunse un idrovolante Sunderland L. 2166 (Flying Lieutenant Alington) del 230 Squadron ed iniziò a volteggiare sopra l’area. Alle ore 0925, il peschereccio armato HMT Sindonis arrivò sulla scena di azione. Alle ore 0930, l’aereo sganciò una singola bomba a circa 3.000 iarde dal cacciatorpediniere.
Alle ore 0940, il sommergibile italiano emerse sulla prua di dritta dello  Stuart. Il cacciatorpediniere, pensando cercasse di fuggire (?), aprì il fuoco e l’equipaggio del Gondar iniziò ad abbandonare la nave. Mentre il cacciatorpediniere si avvicinava, una decina di esplosioni si verificarono all’interno del sottomarino (probabilmente cariche di affondamento) ed il Gondar affondò di poppa alle ore 0950. Ventotto sopravvissuti furono prelevati dallo Stuart e diciannove dal Sindonis, tra cui il corpo dell’elettricista Luigi Longobardi che ricevette postumo la Medaglia d’oro al valore militare.

In sintesi, tutti i naufraghi furono raccolti dal HMAS Stuart, che era stato l’artefice del affondamento con cariche di profondità, e dal peschereccio HMS Sindonis. Tutti i naufraghi si salvarono tranne un membro dell’equipaggio del Gondar, il marinaio Luigi Longobardi.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Luigi_Longobardi-MOVM-768x1024.jpgA Luigi Longobardi fu conferita una Medaglia d’Oro al Valor Militare con la seguente motivazione:
Elettricista imbarcato su sommergibile attaccato con bombe di profondità da tre navi e un aereo avversari per dodici ore consecutive, si prodigava instancabilmente nell’espletare con bravura e decisIone i compiti affidatigli. Determinatasi la necessità di emergere ed autoaffondare il sommergibile ormai inutilizzato dalle esplosioni delle bombe, dava prova di eccezionale coraggio e profondo senso del dovere, restando al proprio posto fino alle estreme possibilità onde contribuire alla salvezza dell’unità. Lanciatosi in mare negli ultimi istanti restava investito dallo scoppio delle bombe lanciate da aereo ed immolava la giovane vita per un estremo ideale di Patria che lo aveva trattenuto sulla nave oltre il dovere”. (Mediterraneo Orientale, 30 settembre 1940)

Fine X parte – continua

Andrea Mucedola

 

Bibliografia
Beppe Pegolotti, Uomini contro navi, Vallecchi, 1959
Elios Toschi, Tesei e i Cavalieri subacquei, Giovanni Volpe Editore, 1967, Roma
Elios Toschi, In Fuga oltre l’Himalaia, Edizione EDIF, 1968
Ghetti, Storia della Marina italiana nella seconda guerra mondiale, De Vecchi Editore, 1968
Luis de la Sierra, Gli assaltatori del mare, Mursia, 1971
Alfredo Brauzzi, I mezzi di assalto della Marina Militare, supplemento alla Rivista Marittima, 1991
Junio Valerio Borghese, Sea Devils, Italian Commandos in WWII, Naval Institute Press, Annapolis, Maryland 1995
Alessandro Turrini, Una breve storia dei siluri a lenta corsa e della X MAS, Supplemento alla Rivista Marittima, 2000
Carlo De Risio, Ufficio storico della Marina Militare, La marina italiana nella seconda guerra mondiale Volume XIV / I mezzi di assalto
Documenti ed immagini Ufficio Storico della Marina Militare

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