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L’unificazione dei calibri: la rivoluzione nell’artiglieria navale del primo ottocento

Reading Time: 9 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVIII-XIX SECOLO
AREA: MARINE MILITARI
parole chiave: artiglieria navale, cannoni
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Nei primi anni del secondo decennio dell’800 negli ambienti navali francesi e britannici si fece strada quasi contemporaneamente l’idea di abbandonare la molteplicità di calibri che armava le navi di ciascun rango e di sostituirli con un unico calibro. 
La molteplicità di calibri si era standardizzata nel corso del ‘600 e del ‘700 in quanto, per mantenere la stabilità degli scafi, era – ed è necessario – che i pesi maggiori fossero concentrati il più in basso possibile. Divenne perciò consueto adottare sui diversi ponti di un bastimento cannoni di calibro, e quindi dimensioni e peso, diversi, collocando quelli di calibro maggiore sul ponte più basso e quelli di calibro e peso via via minore sui ponti sovrastanti e sul cassero e castello. 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è cannoni-antonicelli-1.png

Secondo l’Ordinamento in vigore nella Marina britannica dal 1792 al 1815, l’armamento “nominale” di un vascello a tre ponti da 110 cannoni era composto da 30 cannoni da 32 lb, 30 da 24, 32 da 18, 18 da 12 su cassero e castello, oltre a 2 carronate da 32 e 7 da 24, quindi 4 calibri diversi. Differenti erano anche i calibri imbarcati sui vari tipi di bastimenti, con calibri e peso dei pezzi via via minori con il diminuire delle loro dimensioni e stazza. Una fregata da 38 cannoni era armata con 28 cannoni da 18 lb e 10 da 9, oltre a 8 carronate da 32. Nello stesso periodo un vascello francese da 110 aveva 30 cannoni da 36 lb, 32 da 24, 32 da 12 e 16 da 8 su castello e cassero, oltre a 4 obici da vascello di bronzo.

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Ogni calibro aveva bisogno non solamente di proietti diversi ma anche di cariche di lancio, i cartocci, di peso e diametro differente, problema che era esacerbato dal fatto che per ogni calibro si utilizzavano due o anche tre cariche di lancio di peso e quindi di potenza differente, da utilizzare a seconda della distanza del bersaglio. L’uso di cariche di peso diverso per ciascun calibro derivava dalla constatazione che un proietto che colpisse la fiancata di una nave alla minima velocità e forza che gli consentisse di trapassarla produceva fori più grandi, frastagliati ed irregolari, quindi più difficili da tappare, ed un numero maggiore di micidiali schegge di legno rispetto ad un proietto che la colpisse a velocità maggiore. Perciò, minore era la distanza dal bersaglio e minore era il peso della carica da utilizzare. La Royal Navy generalmente utilizzava cariche del peso pari ad 1/3, 1/4 e 1/6 di quello del proietto.

Il sistema di usare calibri differenti consentiva di imbarcare il maggior numero di cannoni possibile compatibilmente con gli spazi a disposizione, senza mettere in pericolo la stabilità delle navi ma comportava seri svantaggi. Il primo e più importante era che i cannoni di calibro differente avevano ovviamente prestazioni di gittata, forza di penetrazione e precisione diversi tra loro; quelli di calibro minore non avevano una forza di penetrazione tale da infliggere danni gravi ai grandi vascelli, anche se risultavano efficaci in funzione antiuomo. Con quel sistema “…su di un tre ponti tre differenti calibri di proietti dovevano essere prelevati dai depositi e trasportati con precisione nella confusione e nell’oscurità dei passaggi fino ad un preciso boccaporto, poi sollevati fino al ponte in cui era collocato il pezzo cui lo specifico proietto era destinato…in mezzo all’eccitazione e alla confusione del combattimento…”[i]. E’ facile immaginare come potessero frequentemente accadere errori. L’adozione di un unico calibro avrebbe semplificato notevolmente l’approvvigionamento dei proietti anche se sarebbe rimasta la diversità delle cariche di lancio, diverse per ciascuna versione dei cannoni. Estendendo la standardizzazione a tutti i tipi e classi di naviglio si sarebbe realizzata anche una maggior facilità di approvvigionamento delle artiglierie e delle loro attrezzature, calcatoi, cucchiare ecc., e una notevole economia finanziaria.

Il primo a proporre l’installazione di cannoni di un unico calibro su un bastimento fu Napoleone nel 1805: la sua proposta era finalizzata esclusivamente ad aumentare la potenza di fuoco dei bastimenti e non a razionalizzare l’impiego delle artiglierie. A più riprese ordinò al ministro della Marina Decrés di modificare l’armamento dei vascelli abolendo i calibri minori fino al 12 libbre e adottando in loro vece cannoni e carronate da 36 libbre. Un vascello da 74 avrebbe dovuto essere armato con cannoni e carronate da 36 lb e carronate di minor calibro sul cassero e sul castello, una fregata con cannoni e carronate da 36. Anche l’energia di Napoleone non riuscì però a smuovere la Marina francese dal suo immobilismo e tradizionalismo, e il suo schema non fu mai implementato.

Dopo la fine della guerra, una proposta di standardizzare l’armamento navale su un unico calibro fu avanzata dal francese Tupinier che nel 1822 propose sia per i vascelli di tutti i ranghi che per le fregate da 60 cannoni un armamento composto da cannoni da 30 libbre in versione lunga e corta e da carronate dello stesso calibro.

Nel 1828 la marina francese accolse le idee di Tupinier: un’ordinanza ministeriale decretò che tutti i vascelli e le fregate di primo rango di nuova costruzione fossero armate con cannoni e carronate da 30 (164,7 mm); restavano escluse le fregate di secondo rango che avrebbero continuato ad essere armate con pezzi da 24, quelle di terzo rango con pezzi da 18 e i grossi brigantini con carronate da 24 e cannoni da 18, così come le unità costruite sulla base dei vecchi progetti che avrebbero mantenuto l’armamento originale. Nel 1837 una nuova ordinanza decretò l’adozione del cannone da 30 quale unico calibro per l’armamento delle unità di ogni classe e ribadì che tutti i bastimenti la cui costruzione era cominciata prima del 1824 avrebbero mantenuto l’armamento sulla base del quale il loro progetto e dimensioni erano stati calcolati, compresi i cannoni da 36.  Le fonderie francesi stentarono a produrre il gran numero di nuovi cannoni necessari, per cui fu giocoforza destinarli solo all’armamento delle unità più moderne e mantenere comunque in servizio le artiglierie di vecchio modello da utilizzare nel caso un conflitto fosse iniziato prima che la riorganizzazione dell’artiglieria navale fosse completata.  

Nel 1825 un ufficiale dell’artiglieria britannica, il colonnello Munro, sottopose all’Ammiragliato un documento, nel quale proponeva di armare tutte le unità della marina con nuovi modelli del cannone da 32 libbre; scelse questo calibro in base al fatto che in tutti i combattimenti che avevano visto la marina britannica vincitrice era stato il calibro maggiore utilizzato, mentre in quelli nei quali era stata sconfitta le fregate armate con i 18 lb non avevano retto il confronto con quelle da 24 lb statunitensi; inoltre Munro tenne conto dell’opinione degli ufficiali della Marina che asserivano che nello stesso intervallo di tempo il 32 libbre poteva sparare 4 o 5 colpi contro i 3 del 36 lb francese.

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I nuovi cannoni proposti erano l’attuale 32 lb, pesante 57 cwt, con carica da 10 lb, per i ponti inferiori dei vascelli di linea, un 32 lb modificato, pesante 42 cwt, con carica da 5 o 6 lb per i ponti superiori dei vascelli e sulle fregate, un 32 lb di seconda classe modificato, pesante 25 cwt, con carica da 3,5 o 4 lb, per i casseri e i castelli di fregate e vascelli, sui ponti dei brigantini da 18 e tutte le unità più piccole.

La proposta di Munro avrebbe richiesto la sostituzione immediata di migliaia di pezzi di calibro inferiore al 32 con altrettanti di nuova fusione; per questo motivo la Marina britannica esitò a lungo prima di adottare definitivamente il nuovo sistema di armamento. Nel 1829 vennero comunque fusi nuovi pezzi da 32 e nell’anno successivo si cominciò a far ricorso al sistema di portare al calibro di 32 (162,8 mm circa) i cannoni da 18 (134 mm circa) e 24 (148 mm circa), soluzione certamente rapida ed economica ma non esente da rischi: se lo spessore del 24 lb si riduceva di poco meno di 6 mm, quello da 18 si assottigliava di più di mezzo pollice (12,7 mm) rendendo imperativo l’utilizzo di cariche ridotte.

La Marina britannica si trovava oberata da un gran numero di unità delle quali molte erano di recente costruzione, tanto che numerose fregate rimasero incomplete sugli scali oppure vennero poste in disarmo non appena completate, ma nel 1839 si trovò obbligata a seguire l’esempio francese, ufficializzando il calibro unico da 32; tra quella data e il 1848 saranno realizzati più di 8.000 pezzi da 32, tra nuovi e ricalibrati suddivisi tra una pletora di versioni di peso e dimensioni differenti; nel 1839 il suo parco artiglierie era composto da pezzi di “almeno sei generi e trentuno specie, escluse le carronate”. La Marina francese solo nel 1849 adotterà due ulteriori versioni del cannone da 30 con la stessa forma e proporzioni del 30 corto, ma di dimensioni e peso inferiori. Queste due nuove versioni, pesanti 2.156 e 1.850 kg, saranno designate N° 3 e N° 4, mentre gli originari 30 lungo e corto diverranno il N° 1 e N° 2. 

Nel 1847 un vascello britannico da 120 cannoni era armato con 28 pezzi da 32 lb pesanti 2,8 t, 32 pesanti 2,5 t e 34 pesanti 2,1 t sui tre ponti; 6 da 2,1 t e 14 carronate da 0,8 t sul castello e sul cassero; inoltre, aveva 6 cannoni-obice da 8 pollici (203 mm). Una corvetta di 1° classe aveva 16 cannoni da 32 pesanti 2 t e 2 da 2,1 t. Il nuovo sistema di armamento fu adottato da tutte le marine non senza che si levassero alcune voci critiche, come quella del capitano John Dahlgren che pur approvando il sistema sottolineò come la confusione generata da munizionamento differente con l’unificazione dei calibri si fosse solamente spostata dai proietti alle cariche e propose invece di adottare anche un unico tipo di cannone su tutti i ponti e su tutti i tipi di bastimenti che fossero in grado di sostenerlo, proposta che portò poi all’adozione da parte della US Navy dei noti cannoni da lui progettati. D’altra parte l’uniformità completa dei calibri fu interrotta negli anni ’40-50 dell’800 quando furono adottati i grossi cannoni obici da 22 cm da parte della Marina francese e da 8 e 10 pollici da parte di quella britannica.

Da parte britannica, l’adozione delle versioni del cannone da 32 lb più leggere che erano imbarcate sulle fregate e sulle corvette creò notevoli problemi di controllo del rinculo. All’epoca il rinculo dei pezzi era ridotto solamente dal peso del cannone stesso e dal diametro delle rotelle degli affusti (minore era il loro diametro e maggiore era l’attrito con il ponte); la braca di rinculo serviva unicamente per arrestarne definitivamente il movimento a fine corsa. Il peso dei cannoni delle versioni più leggere dei pezzi da 32 non era più sufficiente ad smorzarne il rinculo. Furono perciò ideati nuovi modelli di affusti dotati dei primi rudimentali freni di rinculo. 

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Il primo di questi affusti fu quello ideato dal colonnello Millar negli anni ‘30, che divenne però universalmente noto con il nome di “Sir Thomas Hardy’s compressor carriage” (affusto a compressione Hardy) dal nome dell’ammiraglio che ne patrocinò l’adozione.

Come si vede dal disegno, l’affusto era composto da una slitta sulla quale era incavalcato il pezzo che scorreva su di un telaio fisso imperniato anteriormente. La parte anteriore della slitta appoggiava sul telaio mentre quella posteriore appoggiava direttamente sul ponte tramite due lunghe gambe; l’attrito delle gambe contro il tavolato contribuiva a ridurre il rinculo ma a causa della ridotta superficie strisciante ciò non era sufficiente. L’affusto era perciò dotato di un compressore, un freno meccanico alquanto rudimentale simile ad una morsa le cui ganasce erano costituite da due piastre metalliche verticali con sezione ad L il cui lato superiore era fissato alle facce interne degli aloni (i due tavoloni verticali che sostenevano il cannone); grazie all’elasticità del metallo le due piastre avevano una certa libertà di movimento trasversale. Un lungo asse metallico attraversava le due piastre e l’alone di destra, al quale era solidale; la sua estremità sinistra filettata era annegata in una madrevite che era inserita nell’alone sinistro. Ruotando quest’ultima tramite un manubrio le due piastre si stringevano ai fianchi del telaio mentre l’unghia formata dalla gamba corta della L agguantava il suo bordo inferiore esterno, aumentando l’attrito degli aloni contro il telaio e riducendo così ulteriormente il rinculo.  La Royal Navy utilizzò estesamente l’affusto Hardy a bordo di fregate, corvette e brigantini.

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Anche la Marina statunitense utilizzò l’affusto Hardy imbarcandolo sugli sloops di 3° classe, lo trovò però “pesante, difficile da maneggiare, più ingombrante di ogni altro tipo di affusto”; fu sperimentata una versione modificata e dotata di un più efficiente freno meccanico ideato dal capitano di fregata Van Brunt ma nel 1852 non ne era ancora stata decisa l’adozione.   

Aldo Antonicelli

Originariamente pubblicato dal Laboratorio di Storia marittima e navale – Università di Genova

 

BIBLIOGRAFIA
Aide-memoire to the military sciences, 2° ediz. vol. I, Londra, 1853.
J. A. Dahlgren, Shell and Shel-Guns, Filadelfia, 1856.
Instructions in Relation to the Preparation of Vessel of War for Battle, Navy Department, Washington, 1852.
W. Morgan e A. Creuze, Papers on naval architecture, vol. III, Londra, 1831.
M. Tupinier, Observations on the Dimensions of the Ships of the Line and frigates, trad. dall’originale francese, Londra, 1830.
M. Tupinier, Rapport sur le materiel de la Marine, Parigi, 1838.
W. N. Jeffers, Jun., A Concise Treaty on Theory and Practice of Naval Gunnery, Appleton & Co., New York, 1850.
U.S. Nautical Magazine and Naval Journal, vol. / n° 1, Gennaio 1858.
Zeni et Deshays, Renseignements sur le matériel de l’artillerie navale de la Grande-Bretagne en 1835, J. Corréard, Paris, 1840.

[i] J. Dahlgren, Shell and…, op. cit., pag. 273..

 

 

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